Oneohtrix Point Never – Distorsioni di una morbida macchina

A volte serve fare un passo a ritroso, verso ciò che abbiamo tralasciato o che avremmo voluto dimenticare e dissimulare. Al contempo è necessario fare un passo avanti verso l’ignoto, farlo con contezza, per divenire chi non siamo ancora. Ecco, rimaniamo così in bilico su di un fragile specchio, che riflette i ricordi esitanti, i dubbiosi cambiamenti, le esecrate bassezze. Potrebbe nascondersi tra queste ultime il messaggio dell’ultimo disco di Daniel Lopatin, compositore e produttore sperimentale che registra sotto il moniker di Oneohtrix Point Never.

Il titolo dell’album, Garden of Delete, ne anticipa le aspirazioni decostruttive, le tendenze nichilistiche. Si tratta di una repentina, ma non totale, evasione da quella che è stata la musica di Lopatin nei precedenti lavori, R Plus Seven e Replica. O meglio, si tratta di un ritorno ai suoni che assemblava per i suoi primi album, tra cui l’eccellente Rifts, calibrati verso una musicalità più esplosiva e viscerale.

Vengono superate le atmosfere rallentate e domestiche di R Plus Seven, che si dipanava al limite dell’etereo. Lopatin vira su sonorità più caotiche, con il manifesto desiderio di delineare una semantica del disgusto, dell’inquietudine, desiderio peraltro ispirato dal testo Powers of Horror della filosofa Julia Kristeva. Garden of Delete gronda infatti di esalazioni extra-corporee, sostanze viscose e anzitutto di suoni abrasivi. Il sentore che attraversa l’opera intera è quello di un mondo algido, che riesce a mostrarsi solo mediante la nausea, sia nell’accezione sartriana che in quella puramente stomachevole.

A dispetto di ciò, compare un mondo che ricerca il contatto, l’opinione e la collaborazione altrui. Come d’altronde ha fatto Lopatin per la promozione dell’album, montando una campagna semi-improvvisata che aveva l’obiettivo di coinvolgere i fan stessi. È stata così creata una vera e propria struttura narrativa, con tanto di intervista a personaggi fittizi, invenzione di bizzarri generi musicali (hypergrunge e cyberdrone), che sanno tanto di presa in giro quanto di geniale.

Da Garden of Delete, nasce dunque una nuova sonorità che è al contempo primordiale e virtuale, proto-umana e post-umana (nulla a che spartire comunque col surrealismo elettronico di Arca e Lotic). Emerge, dalle pulsazioni composte da Lopatin, un mondo che coniuga tutte le sue opposizioni, procedendo per ossimori armoniosi, prendendo dal passato e quando dal futuro, in un inspiegabile e maestoso miscuglio. Che abbia il desiderio di generare un clone musicale del nostro mondo?

Ma la traccia d’apertura, “Ezra”, anticipata dai gorgoglii vocali della “Intro”, non dà risposte e rifugge ogni spiegazione definitiva. Bisogna prima porsi in uno stato mentale pienamente e passivamente ricettivo (e alle volte comprensivo). Siamo lasciati alla mercé delle incursioni sonore di Lopatin, che al procedere dell’album non fa altro che trascinarci nel suo maelstrom digitale.

 

Speriamo quindi di trovare sollievo, dopo un breve interludio, nelle melodiose corde iniziali di “Sticky Drama”, ma bastano trenta secondi d’ascolto per abbandonare ogni velleità del genere, e sprofondare nuovamente nelle intricate costruzioni lopatiane. “I Bite Through It”, singolo d’anteprima, fa di meglio e non lascia istanti per prendere fiato, costruendo una stravagante e virulenta impalcatura di synth e chitarre, la cui matrice è riconoscibile nella musica sferzante dei Nine Inch Nails.

Con “Mutant Standard” e “Freaky Eyes” diviene tutto più limpido. Non la musica (per carità), bensì l’impresa che Lopatin sta tentando: non ha intenzioni replicative, ovvero di riprodurre una sorta di umanità sonora, bensì compressive e, come detto, decostruttive. Quella che emerge non è una copia del nostro mondo informatizzato. Si tratta invece di un mondo capovolto e ricomposto, di una caotica spremuta di tutte le sue negatività e rivoltanti verità. Ci ripugna, ma non possiamo fare a meno di guardarlo, ascoltarlo con immersione e tentare di capirci qualcosa. Perché è un modo di capire noi stessi.

Garden of Delete diviene quindi lo specchio che riflette il fascino dell’insensato, persino dell’informe, che coviamo e spesso rinneghiamo. Riflette quella voglia, che Lopatin ben traspone in musica (sentire la traccia “Animals”), di cogliere il nostro intimo; in particolare, le parti di noi che riteniamo abiette o spaventose, forse spinti da immotivati timori sociali o personali. Sono quelle parti che abbiamo sepolto nell’oblio del passato e quelle che temiamo di assumere in futuro, la fuga dalle quali è solo deleteria ed illusoria.

 

 


Fonti: Sito, intervista The Verge, intervista The Quietus

 

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