Il mostro in casa

Il mostro in casa. Non risparmia nemmeno le feste. É della vigilia del Natale appena trascorso la storia di Alessia. Viveva a Bee, in provincia di Verbania, un paesino di poche centinaia di anime sul Lago Maggiore.

E voleva lasciare il suo fidanzato. Ma lui “non lo accettava”- E ha trovaro la sua personale soluzione, trenta coltellate. Con la figlia di 4 anni nella sua cameretta, in trepidante attesa di Babbo Natale. Prima di lei Emanuela, in provincia di Pavia, sei colpi di calibro 9 davanti alla figlia dodicenne da parte del compagno.
“Avevamo il mostro in casa, e non ce ne siamo accorti”. Inizia così “Ferite a morte”, il libro (poi spettacolo teatrale) che Serena Dandini ha dedicato a queste donne, alle loro vite e alle loro storie. Li chiamano femminicidi, una parola che a molti non piace. Qualcuno la legge imbevuta di sessismo rovesciato, o di assenza di equità. Perchè assassinio non dovrebbe essere sufficiente? Una motivazione esiste: le vittime di femminicidio non sono soltanto donne, sono donne che muoiono per il fatto di essere tali. Il termine designa non le donne uccise tout court, ma quelle morte perchè la persona a loro più vicina ha sostituito l’amore col possesso. Donne che non sono state assassinate per una rapina, per soldi, o per motivi simili. Persone di sesso femminile che non sarebbero morte se non lo fossero state.  Alessia, Emanuela. E poi Roberta, il cui marito, Antonio Logli, è appena stato codannato a 20 anni. E ancora Sara, Melania. E numerose altre.
La freddezza delle statistiche ne conta 117 solo nel 2015.  1274 a partire dal 2005. Più di mille vite di donne e di ragazze spezzate da chi non era disposto ad accettare la loro libertà. Di concludere un rapporto, di andare in vacanza da sole, di uscire dalla loro vita.  A cui vanno aggiunte le donne e le ragazze sfigurate, picchiate, scampate alla morte per un soffio.

Beninteso, non si dovrebbe credere a chi afferma che si tratti di una prerogativa maschile: la cronaca fornisce tristi esempi di donne violente nei confronti di compagni o fidanzati, e la vicenda di Martina Levato è solo uno degli esempi. É tuttavia innegabile come le statistiche riguardino soprattutto donne.

I dati spingono a porsi delle domande, di almeno due ordini. Da un lato, cosa spinge un uomo a un punto di disprezzo tale da voler privare della vita la donna che afferma di amare. Probabilmente le spiegazioni si possono ritrovare in un sistema educativo che ancora – più o meno sottotraccia – insegna la disparità di genere. Insegna dove un uomo è libero e dove una donna non lo è. Insegna che un uomo che si occupi della quotidianità familiare o domestica è meritevole di elogio, mentre una donna non sta compiendo altro che il proprio dovere. E venire meno a ciò che è suo compito la rende una donna de-genere, una “non donna”, che deve essere punita. Dove e in che modo si sviluppi questa convinzione è una riflessione complessa, che necessita di un ulteriore approfondimento.

È interessante soffermarsi per un attimo sul modo in cui, una volta accadute, queste tragedie vengono descritte e raccontate dai media. Anche nel racconto si possono scorgere i sintomi che sono spia della malattia. È necessario non a puntare il dito verso chi racconta – da parte per altro di chi fa altrettanto – ma per trattare il linguaggio per ciò che è: un veicolo di informazioni, spesso utile.

Ha posto l’accento su questo una importante manifestazione, tenutasi a Roma a fine novembre scorso: “Non una di meno” (per la gran parte ignorata dai media). Anche in questo contesto si è infatti sviluppata una petizione sul linguaggio promossa da Rebel Network. Vi si chiedeva innanzitutto di smettere di usare il termine “raptus”. Se è vero che si può trattare di accessi violenti e improvvisi di follia, questo termine genera una forma di empatia verso il carnefice che si rivela utile a smorzare la portata della sua azione.

Allo stesso modo, insistere sul rapporto sentimentale che esiste – o più spesso, esisteva – tra vittima e carnefice spinge a inserire gli atti violenti e le uccisioni in una logica di comprensibilità, dove non di vera e propria empatia. Un uomo – sintetizza  sempre Rebel Network, rete di attiviste per i diritti delle donne – non dovrebbe avere nulla da “accettare”, riguardo alle libere scelte di una donna, allo stesso modo in cui non si penserebbe di esigere l’inverso. Così come – e a dirlo è la sindaca di Barcellona Ada Colau, parlando di un femminicidio nella sua città – si dovrebbe smettere di parlare di una vittima come la donna “del” carnefice, perchè è proprio questa concezione, ad averla uccisa. Ugualmente, prosegue la sindaca, troppo spesso si tende a raccontare della vittima al passivo, regalando soltanto al suo assassino, al centro della vicenda, quindici tragici ma sfavillanti minuti di notorietà.

A qualche sguardo potrebbero apparire minuzie. Non lo sono, nella misura in cui è il linguaggio dei media più di ogni altro a determinare quell’entità fliuda nota come opinione pubblica. Nel momento in cui cesseranno di esistere racconti di crimini di veemenza diversa, a seconda che si occupino di femminicidio o di qualsiasi altro tema, e il linguaggio giornalistico ritroverà la propria oggettività – suggeriscono i gruppi di attivisti e attiviste che analizzano questi fenomeni, si saranno gettate le basi per costruire una differente educazione.

Fonti: Storia di Alessia, Storia di Emanuela. Statistiche, Rebel Network, screenshot post Colau tradotto Foto copertina

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