Deathconsciousness – L’apostasia degli schemi e la tragedia del mondo

“Dan and Tim are recording in a bedroom in the middle of nowhere”. Con questa frase si chiude il libretto allegato a Deathconsciousness, doppio album definito da alcuni critici come epico, nonostante la sua fama sia ad oggi relegata agli ambiti underground che navigano attorno ai generi del rock gotico e dello shoegaze. Ne è nato un culto vero e proprio, che ha fatto diventare gli Have A Nice Life uno dei gruppi indipendenti più ricercati nella scena musicale statunitense.

La frase conclusiva del libretto è essenziale per comprendere l’attitudine e il pensiero che ispira la musica di questo duo del Connecticut, come lo è d’altronde l’intero pamphlet di accompagnamento, nel quale è contenuto il risultato di una ricerca antropologica su di una setta religiosa del tredicesimo secolo fondata da un predicatore di nome Antioco, ogni resoconto storico del quale è raro e frammentario, se non andato perduto. V’è il sospetto che si tratti di una trovata narrativa del cantante Dan Barrett, dettagliata quasi quanto un racconto borgesiano, tanto da rivelarsi in tutta la sua entusiasmante plausibilità. A prescindere dalla veridicità storica delle parole racchiuse in quelle 70 pagine – di cui consiglio il download e la lettura, a prescindere dall’ascolto –, è indubbio che esse siano la chiave interpretativa dell’opera musicale, assieme ovviamente alle esperienze personali dei due musicisti.

Il primo disco, intitolato “The Plow That Broke The Plains”, si apre con la sommessa “A Quick One Before The Eternal Worm Devours Connecticut”. È un brano intriso di misticismo e apatica tensione, a partire dalla chitarra acustica che non cessa di accompagnarci, avvolta da sintetizzatori che emulano echi cosmici e profetici. Lo scenario è pre-apocalittico, nonostante il tono desolato lasci intendere il contrario, e l’intento è rappresentare quanto terribile possa arrivare ad essere l’indifferenza esistenziale, tanto da rimanere impassibili perfino di fronte al giudizio universale, alla morte assoluta. Questo rapporto con la morte è proprio il tema portante sia di Deathconsciouness che del fascicolo ad esso accluso; in particolare, del manuale accademico da cui afferma di aver attinto: “The Books of Terror and Longing”, preziosa raccolta sui predicamenti di Antioco e sui successivi sviluppi del culto, redatta da un ricercatore britannico del primo Novecento, tale William T. Shelley. Il documento è ovviamente introvabile, come ogni nozione sulla vita dello sfortunato antropologo, la cui reputazione all’epoca, emerge dal testo, fu presto rovinata a causa delle invettive critiche che ricevette per la divulgazione della dottrina di Antioco, considerata falsa ed eretica.

Eretica è la musica stessa degli Have A Nice Life, come emerge da “Bloodhail” e “The Hunter”. Sostenute entrambe da martellii industriali, reminiscenti della paranoia sonora dei Nine Inch Nails, il filo narrativo delle due canzoni è il medesimo. Il giro di basso della prima, cupo e ansiogeno, pare volerci trascinare nella più profonda disperazione, mentre una risma di chitarre shoegaze scortano la voce sotterranea di Dan. Il punto di vista assunto è quello del Cacciatore, una figura dai tratti mitologici e primordiali. Egli è l’uccisore di Dio, è l’incarnazione della tecnica umana, che grazie ad una scala di uomini e animali ha raggiunto il cielo e qui ha ucciso il suo creatore. L’uomo ha rifiutato la condizione assegnatagli, determinando così la caduta di Dio sulla Terra, il cui punto di vista è assunto invece in “The Hunter”. Il ritmo qui si fa dapprima più sconnesso, poi tellurico e insistente. Le chitarre sono ancor più spaziose ed essenziali, inseguite da degli inquietanti droni che emergono ad accompagnare il canto del Dio morente, che ammette la propria dipartita e si arrende alla violenza dell’uomo.

Le tematiche metafisiche ed esistenziali ritornano in brani come la eterea “Who Would Leave Their Son Out In The Sun?”, o la disperata “Deep, Deep”, una virata rock in chiave post-punk che prosegue sul tema del nichilismo insito nella natura umana. Il canto di Dan, anche al di sotto di riverberi e modulazioni, colpisce per la sincerità emotiva, per il modo in cui ogni canzone appaia essere un libero trasparire delle sue sofferenze. Ciò è evidente in “I Don’t Love”, traccia che comincia in un totale abbandono della speranza, per poi esplodere in un tripudio di droni che sovrastano il tormento e ad esso si confondono, in un incedere metallico che pare potersi concludere solo nel suicidio. Il narratore si allinea in questo modo coi predicamenti di Antioco, cui frase cardinale era Death Is Truth, and Truth is Death, ovvero: la morte è l’unica soluzione, l’unica realtà possibile.

È quindi una visione estremamente pessimistica quella che emerge dalla musica di Deathconsciousness, monumento alla perdita di significato e punti di riferimento da parte dell’uomo moderno. Intrisa di antropologia, filosofia e storia, un’opera del genere, anche per l’ampio spettro musicale che esplora, meriterebbe quantomeno un’attenzione più diffusa di quella che ha finora ottenuto. Non era però questo l’obiettivo a cui il duo mirava: l’attenzione ricevuta è un mero epifenomeno. La musica dev’essere un’arte pura, evirata delle necessità mediatiche ed economiche. Sono le regole su cui Dan e Tim hanno non solo hanno prodotto l’album, il cui budget complessivo era di 1000$. Su esse hanno anche fondato la loro etichetta discografica, la Enemies List, autarchica fucina di progetti sperimentali.

La seconda metà dell’album, intitolata “The Future”, è un viaggio estraniante. Oltre alle già citate “Deep, Deep” e “I Don’t Love”, spicca l’attacco industrial-rock dato da “Waiting For Black Metal Records To Come In The Mail” alle grandi corporazioni, musicali e non, accusate di aver sedato il processo creativo e la popolazione stessa. È indice dell’eclettismo, sia dal lato sonoro che da quello contenutistico, che contraddistingue la discografia degli HANL.

A concludere l’opera, sopraggiunge il colossale epitaffio “Earthworm”, inno condito di droni invadenti e tetri, chitarre schizofreniche e drum machine infernali in un crescendo che conduce inesorabile verso la realizzazione ultima di Antioco: se la morte è l’unica possibilità, allora la vita non ha senso ed è essa stessa morte, sua negazione, che finirà prima o poi col prevalere. Si forma così un caotico gorgoglio di droni e percussioni, al di sopra dei quali sopravvivono le note melanconiche e ripetitive di un pianoforte, che si spengono assieme a tutto il resto una volta ingoiate nel vortice in cui l’album ci ha condotti. È la chiusura perfetta per un album che non è nientemeno che perfetto.

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