Il Cavaliere Inesistente di Italo Calvino, ultimo di quella trilogia che verrà chiamata I nostri antenati pubblicata alla fine degli anni ’50, entra ben presto a far parte dei romanzi classici della letteratura italiana novecentesca.

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Al centro della vicenda c’è Agilulfo, un cavaliere di Carlo Magno che è ma non esiste, è solo una voce all’interno di un’armatura bianca totalmente vuota, eppure c’è. Serve con onore e coraggio Carlo Magno, con tanta puntualità da correggere e controllare anche il lavoro altrui e attirarsi così molte antipatie all’interno dell’esercito. I commilitoni ormai non si chiedono più come faccia l’armatura a muoversi e parlare, e dopo la sorpresa iniziale nemmeno il giovane Rambaldo se ne curerà e prenderà Agilulfo come esempio di perfetto cavaliere per riuscire a vendicare la morte del padre.

Agilulfo attira l’attenzione anche di Bradamante, l’amazzone dal mantello pervinca, che ne ammira l’animo valoroso che traspare dall’armatura vuota. Rambaldo a sua volta si innamorerà di Bradamante e contribuirà a delineare le scene di triste comicità che caratterizzano questo romanzo.
La comicità alleggerisce le riflessioni e talvolta tende al grottesco, con il ricordo dei cicli medievali cavallereschi molto vivido –sebbene i cavalieri qui non siano esseri perfetti- e un particolare gusto per il mistero –su cui si gioca tutta la fine del libro-.

Italo Calvino

La principale fonte di riflessione nasce dal confronto tra Agilulfo e Gurdulù, il suo scudiero che esiste ma non è. Egli ha un corpo ma non è cosciente di se stesso, imita ciò che vede e invidia un caduto nel campo di battaglia perché il suo corpo nutrirà altra vita, mentre lui non è capace di vivere. Di fianco a lui, invece, Agilulfo ammette che nei momenti di malinconia invidia il corpo agli uomini esistenti, perché anche se morti, essi sono qualcosa.

Accanto alle riflessioni sono altrettanto forti le emozioni giovanili di Rambaldo e di una strana coppia di amanti che rischiano di negare ad Agilulfo il suo titolo di cavaliere e tengono il lettore con il fiato sospeso.
Ma il vero fulcro della narrazione è la riflessione sulla condizione dell’uomo nella società moderna, un uomo sempre più vuoto di valori, identificato solo con le azioni quotidiane e ripetitive, che compie come una macchina. Agilulfo è un monito per rallentare questa tendenza, ma talvolta il genere fantastico e lo stile di Calvino allentano la riflessione con piccole risate tra una riga e l’altra.

 

Fonti:
Il senso e le forme, Roberto Antonelli e Maria Teresa Sapegno, La Nuova Italia;
Produzione intellettuale propria

Crediti immagini:
Copertina
Cavaliere Inesistente
Italo Calvino