Albert Camus – Ho imparato ad essere uno straniero

di Niccolò Monti

Meursault spara ad un uomo sulla spiaggia. Ha sparato ad un arabo, per il sudore, per nulla, perché aveva un coltello nella mano; ora giace al suolo, il corpo sulla sabbia. La sorella dell’arabo era stata picchiata da Raymond, vicino di casa di Meursault, ma il lenone lo sfrutta a suo favore come testimone, scagionandosi così dalle accuse. Gli eventi avvolgono il protagonista, portandolo sulla spiaggia in compagnia di Raymond e un suo compare. Qui, sono assaliti da due arabi, di cui uno è il fratello della donna maltrattata. Non siamo ancora all’omicidio. Avviene più tardi, quando Meursault è solo a passeggiare lungo il medesimo lido, dove incontra l’arabo. Sudore sulla fronte, sole riflesso sulla lama del coltello: gli spara, con una pistola datagli da Raymond, prima il colpo fatale, poi altri quattro privi di motivazione. Da questi cinque spari, dall’omicidio, si manifesta l’assurdità che fa da perno centrale al romanzo più celebrato di Albert Camus, Lo Straniero.

Meursault: vittima o carnefice? Un commentatore statunitense neo-conservatore disse, a proposito del passaggio del libro: “Meursault kills not because the prohibition against murder has in effect been lifted; he kills because murder, like everything else in life, has become inconsequential to him. Nonostante sia inserita in un articolo che mal interpreta diversi aspetti del pensiero di Camus, la considerazione di Podhoretz non è del tutto errata. La legge, sia etico-morale che giuridica, vige ancora nel mondo del romanzo, come d’altronde nell’universo filosofico di Camus. Le conseguenze del nichilismo di stampo nietzschiano non vengono del tutto accolte dallo scrittore algerino, che decide piuttosto di applicare, e sviluppare attraverso le sue opere di narrativa e di saggistica, una reazione plausibile all’assurdo imperante nel contemporaneo. Una chiosa dell’affermazione di Podhoretz è ugualmente da fare: l’omicidio non diviene, infatti, un atto insignificante poiché inconseguente, ovvero privo di coerenza, come egli afferma, ma poiché privo di un senso esistenziale. L’omicidio, e ogni altra azione – sull’estensione aveva visto giusto –, divengono insignificanti. Meursault è un uomo che vive nell’assurdo, che riesce a coglierlo e, di conseguenza, ne diventa martire.

L’uomo, non solo Meursault, è condannato a sentirsi un estraneo rispetto alla realtà in cui vive. Di fronte alla morte, che sia donata, vissuta o subita, come nei rispettivi casi dell’arabo, della madre – la notizia della cui morte costituisce l’incipit del romanzo: Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas – e di Meursault stesso, l’uomo si scopre nullità. L’indifferenza che ne segue non è da scambiare con quella dei patetici e inetti borghesi dipinti dalla penna critica di Moravia. Bensì, essa è più vicina ad un atteggiamento stoicamente vuoto, ma sempre coerente. Perpetratore di un “piccolo terrore”, il protagonista è escluso dall’atto che ha appena compiuto, è disgiunto dall’avvenimento in cui il suo corpo, le sue dita sul grilletto, erano volontari partecipatori. Escluso si sente anche dal processo che ne segue, e che occupa la seconda porzione del racconto. Rifiuta la salvezza che gli offre la religione, accetta la conseguenza delle proprie azioni – ecco la logica –, pur restando cosciente della pochezza di significato della sua condanna, della sua vita. Ed è proprio da questa condizione, privata d’ogni speranza, che Meursault si riscopre felice; per la prima volta da tempo, ripensa alla madre, ne comprende le decisioni fatte mentre era rinchiusa in un ospizio, ne condivide la gioia, preludio per entrambi di una fine accettata e imminente.

Camus accetta le sorti degli esseri umani, votati a vivere immersi nella ripetizione di gesti insulsi e di violenze, cadute e guarigioni. Lo sottolinea, e vi affianca la sua costruzione filosofica, condensata ne Il Mito di Sisifo, che assieme a Lo Straniero è metà del cosiddetto ciclo dell’assurdo – le altre due opere sono le pièce teatrali Caligola e Il Malinteso. Partendo dalla figura mitologica di Sisifo come allegoria della pietosa condizione in cui sono costretti gli uomini, Camus conclude che, per superarla ed accettarla, “bisogna immaginare Sisifo felice”, così da riempire di nuova linfa l’esistenza umana, della quale è ribadita la finitudine. Non per nulla, apre in epigrafe del saggio questa frase, tratta dalla terza Pitica di Pindaro: “O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile”, dalla quale, se riletta dopo aver concluso l’opera, si coglie l’intento di puntare ad una Lebensphilosophie fondata su una comprensione – e, ancora, accettazione – della morte in quanto fenomeno necessario, da sopportare opponendo ad esso la vitalità, l’ottimismo, quella “estate” mediterranea che Camus decanterà in successivi scritti, il cui sole può brillare in ciascuno a prescindere dalle catene che lo angustiano.

Sartre, tuttavia, gli avrebbe risposto, e forse al tempo lo fece, che immaginare Sisifo felice non tramuta la sua effettiva situazione, la quale è legata a variabili e costanti empiriche, di cui la società è intrisa. Non è con l’immaginazione che si può far fuggire Sisifo dalla sua infinita tragedia. Farlo significherebbe trovarci nella mauvais foi; letteralmente, nella cattiva fede, volendo con ciò intendere l’inganno che l’uomo crea intorno alla sua condizione, che sia esistenziale o sociale. Critica puntuale, che fa comprendere quanto Sartre sia stato, tra i due, il filosofo che scrive, mentre Camus lo scrittore che filosofeggia, che non dava priorità ad alcuno dei due ambiti, facendoli progredire in simbiosi.

Se da un lato, con Sartre, abbiamo la teorizzazione della necessità ad agire, a combattere l’ingiustizia col fine di annientarla – mantenendo uno sguardo pessimista e ideologizzato, che modellerà solo negli anni ’70 –, dall’altro troviamo la risposta di Camus, cristallizzatasi ne L’Uomo in Rivolta: non più una mera sopportazione ottimista, o meglio, intrisa di un’immaginazione tendente all’ottimismo; ma, come scrisse, “parole di coraggio e d’intelligenza che, vicino al male, sono una stessa virtù”. Si erge in tal modo la figura del ribelle, colui che resiste, che combatte l’ingiustizia e il morbo della violenza, tematiche affrontate anche nel romanzo La Peste. Tale resistenza non viene fatta sovrapponendovi un ideale politico da seguire, ma rimanendo nel campo dell’onestà e agendo in primo luogo per il bene comune. Camus rifugge le rigide ideologie della guerra fredda: dopo essere stato a lungo associato con gli ambienti comunisti francesi, si è avvicinato a posizioni anarchiche e umaniste, criticando sia l’URSS stalinista che gli Stati Uniti della bomba atomica. Alle devianze di queste due culture monolitiche, risponde che l’alterità – l’estraneità – dev’essere vissuta in senso inclusivo, tanto socio-politico quanto esistenziale, come mezzo per far fronte all’assurdo dell’intera esistenza. Tra le lacerazioni della storia, la sola salvezza è restare uniti, nonostante la nostra inevitabile condizione di stranieri del mondo.

 

 

Fonti: Bio, Foto 1, Foto 2

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