Se la canzone è letteratura. Parola ai cantautori.

Il Premio Nobel 2016 per la letteratura è stato assegnato al cantautore newyorkese Bob Dylan. L’accademia di Stoccolma ha motivato così la sua decisione: “Dylan ha creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”. Mai, nella storia del premio, la scelta degli accademici svedesi è stata tanto criticata. Da una parte gli entusiasti, che attendevano da tempo il riconoscimento accademico di Dylan – e di riflesso dei testi di cantautorato; dall’altra invece gli scettici e chi è rimasto sconcertato da questa assegnazione, che mette in dubbio il significato stesso di cosa sia la letteratura.

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Storicamente, la prima candidatura di Bob Dylan venne mossa nel 1996 dal docente di letteratura dell’Università della Virgina Gordon Ball, “per aver elevato la musica a forma poetica contemporanea”. La possibilità di questo premio, se vogliamo, “soffiava” nell’aria da almeno una ventina d’anni nelle stanze dell’accademia svedese; ma nessuno, di fatto, sembrava prendere sul serio la proposta di ammettere un cantautore di musica popolare nel pantheon della letteratura mondiale. Perchè la canzone pop e i cantautori sono una cosa; la letteratura, per l’appunto, e gli scrittori un’altra.

Pochi mesi fa, sullo Sbuffo, mi ero dedicato ad analizzare la canzone Dieci ragazze di Battisti-Mogol dal punto di vista letterario. In quell’articolo non mi interessava stabilire se quel testo fosse poesia o no, bensì individuare gli espedienti usati da Mogol per farcelo percepire come poetico. Questa volta, è necessario entrare nel merito. Già allora il punto di partenza era stato il documentario-inchiesta della Rai “La canzone è poesia?”, realizzato da Alberto Puoti per la serie sulla lingua italiana “Koinè”, a cui nuovamente rimando. Anche stavolta è una fonte di opinioni preziosa: ci sono lo stesso Mogol, Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e il poeta Valerio Magrelli, a esprimere il loro parere.

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Il fronte dei “nostri” musicisti cantautori è piuttosto compatto nell’affermare che musica e poesia, seppur molto vicine, sono una cosa diversa. L’immagine più bella è di Vecchioni, che parla della canzone come se fosse del caffelatte. Non si possono separare caffè e latte (musica e testo), una volta che li unisci, e dalla miscela tra i due ottieni una bevanda che è diversa, oltre che impossbile da
separabile nuovamente. La poetica di una canzone non complica il senso, è accessibile, accompagna l’ascoltatore nella comprensione, e perciò è diversa dalla poesia. Mogol dice di volersi definire autore di testi (nel mondo anglosassone il cantautore è chiamato lyrics writer), e sostiene che l’aderenza tra parole e musica ne moltiplica la forza evocativa, diventa una sinergia.

Valerio Magrelli, l’unico letterato puro intervistato, sostiene a spada tratta la fondamentale differenza tra canzone e poesia.“Il poeta è a mani nude. Ci sono la carta e la penna, fine. La poesia è parola pura, mentre quando leggiamo il testo di una canzone sentiamo la musica: un testo musicato rimane tale per sempre”. “Il valore del testo musicale è enorme,” sostiene Magrelli nel documentario, “ma non poetico”.

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Profeticamente, l’intervista di Puoti comprendeva anche la domanda: “Come vedi la candidatura di Bob Dylan al premio Nobel?”. Magrelli disse che non c’entrava nulla; Guccini propose se stesso; Mogol, ancor più profeticamente, disse che avrebbe dato il Nobel a Dylan non per la sue canzoni, ma “ per il modo in cui ha cambiato il modo di scrivere la canzone”. Forse, all’accademia svedese guardano i documentari della Rai.

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