Uomini e Topi: quando uno scrittore non racconta, ma mostra.

Faccio fatica a ricordare un libro che mi abbia emozionato a tal punto da commuovermi, facendomi venire gli occhi lucidi.

Ma c’è sempre una prima volta. Mi è capitato recentemente, a 32 anni, leggendo Uomini e Topi di Steinbeck.

Questo libricino di sole 100 pagine pesa, pesa più di una Enciclopedia.

Me ne sono accorto subito, alla terza pagina, che questo romanzo mi avrebbe rigirato come una frittata.

E’ vero, la letteratura è piena di capolavori. Di capolavori riconosciuti, definiti tali, intendo. Perché lo sono oggettivamente e te ne rendi conto leggendoli.

Poi ci sono i capolavori riconosciuti o meno, ma personali, che guai a chi te li tocca.

Sono quei libri che ti entrano nelle vene, come certe canzoni, perché sono tue, sono state scritte per te o sembrano dedicate a te o, peggio ancora, le avresti volute scrivere tu.

La scrittura, come la musica, ti deve prendere per mano, farti venire voglia di ballare, di cantare, di suonare.

E’ raro che mi accada, soprattutto con un romanzo. L’unico a essere riuscito con le sue storie è stato John Fante; in parte William Faulkner.

Sto parlando di brividi, di quegli scrittori che sanno iniettarti l’antidoto nelle vene, che serve solo a te; quelli che sanno usare il ritmo giusto – sì, il ritmo – e ti fanno leggere danzando. Come piace a te.

Un romanzo è come una donna: ce ne sono di meravigliose, ce ne sono tantissime, veri e propri capolavori, ma magari mancano di quei dettagli, ad esempio il timbro della voce, il tipo di sorriso, come muove i capelli… Insomma, quei dettagli che ti farebbero diventare scemo.

Dicevo. Steinbeck. Lui, con Uomini e Topi, mi ha fatto diventare scemo.

Steinbeck, che tu sia maledetto. Forse è per questo che ora ti voglio bene.

Per recensirlo decentemente, e lo dico sul serio, servirebbero più pagine di quante ne abbia impiegate lui per scriverlo.

Ho ancora i brividi nel ricordare certi passaggi.

Io lo so il perché. Io ho un debole per gli scrittori che non raccontano, ma mostrano.

E’ una delle regole base per uno scrittore: non raccontare, mostra.

C’è chi rispetta questa regola, ma in parte. La tentazione di raccontare c’è sempre. Anche i più grandi della letteratura raccontano molto. Lo fa lo stesso Steinbeck, in Furore ad esempio.

Ma in “Uomini e Topi” no, è un mostrare in continuazione. Tutto.

 

Questo è l’incipit.

Una leggera, rapida descrizione.

Steinbeck ci dice dove ci troviamo. Ma non ce lo dice con lunghe descrizioni. Non sono necessarie, soprattutto sarebbero fuori luogo in un romanzo di 100 pagine, nel quale andrebbe scritto soltanto lo stretto necessario.

“Taglia, taglia, taglia”, dicono i professori e gli editori. Hanno ragione, ma non sempre.

Rileggendo l’incipit, poteva essere sufficiente dirci che le foglie giacciono in uno strato alto.

No, Steinbeck aggiunge che la lucertola fa un grande trepestio correndovi in mezzo.

Un dettaglio?

La prima volta che l’ho letto, ho sorriso; ma perché mi ero reso conto che qui il livello di scrittura sarebbe stato molto alto e soprattutto, come piace a me.

Fare una descrizione documentaristica del paesaggio selvaggio USA sarebbe potuto anche essere interessante, ma non era quello che voleva Steinbeck. Lui voleva l’esserino che cammina tra le foglie, ancora più piccolo dei conigli e dei tassi.

Come ho detto prima, lui ci prende per mano. Noi siamo lì, siamo dentro la storia, sul serio. E la lucertola la vediamo camminare sotto i nostri piedi; in quella descrizione è proprio la lucertola a fare la differenza.

Sembra una cosa da poco, ma per scegliere un particolare del genere devi essere bravo. La differenza nella scrittura, come nella vita, la fanno quelle che sembrano piccole cose. Ma andiamo avanti, non filosofeggiamo. In Uomini e Topi la filosofia non esiste, come non esiste l’interiorità dei personaggi. I personaggi ci sono, vivono, fanno, si mostrano. Non entreremo mai nella loro testa se non attraverso ciò che dicono. Noi li incontriamo nelle prime pagine, trascorriamo il periodo nel ranch con loro. Steinbeck li conosce quanto noi.

Uomini e Topi ci fa salire sul palco, ci rende protagonisti.

Ce ne sono tanti di capolavori, ma che ci fanno rimanere seduti, spettatori, sin dall’inizio e alla fine applaudiamo pure perché abbiamo assistito a qualcosa di grandioso. Ma pur sempre da spettatori.

Dicevo, in Uomini e Topi noi siamo dentro già dalle prima pagine, siamo spettatori sul palco. Siamo con loro quando li incontriamo vicino a quel fiume e facciamo la loro conoscenza.

George è il più piccolo, smilzo, la mente che tiene a bada Lennie, grande e grosso, buono ma stupido, con la testa di un bambino, che ha il vizio di accarezzare le cose morbide come conigli o topi – vivi o morti poco importa -.

Lennie, sotto molti aspetti, mi ricorda Benji, uno dei protagonisti de L’Urlo e il Furore di Faulkner, anch’egli con problemi mentali.

E allora ho deciso di stare con loro, perché sapevo che non mi sarei annoiato.

Ho voluto bene a entrambi, per motivi diversi. Ero lì con loro e insieme a loro inseguivo il loro sogno, perché questo non è un romanzo solo americano, è il romanzo dell’umanità: c’è la povertà, c’è il sogno, l’illusione. Anche i poveri, soprattutto i poveri, sanno sognare, seppur consapevoli che sarà quasi irraggiungibile. C’è la gelosia, l’invidia, la speranza, il bene, il male, la morte, l’ingiustizia tra deboli e forti. C’è la vita, in sole 100 pagine.

Bisogna essere dei fenomeni per riuscire a scrivere una cosa del genere, con così poche parole, e fartici entrare. E soprattutto per farmi venire gli occhi lucidi.

Hai scritto la storia che avrei voluto scrivere io, John.

Che tu sia maledetto.

Proprio per questo ti voglio un gran bene.

credits

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.