Love is our resistance

Tante volte ci sono dei libri così famosi che non è nemmeno più necessario leggerli. Veri e propri masterpieces, ovvietà della cultura generale che tutti si ostinano a perpetuare nei discorsi di tutti i giorni ma che poi, a ben vedere, sono davvero stati sfogliati da una porzione esigua di individui.

Si tratta di un fenomeno riconducibile probabilmente al fatto che leggere, per quanto lo si neghi, al giorno d’oggi, è diventato davvero un intrattenimento per molti noioso. A ciò si aggiunge l’aggravarsi di quel malanno tanto diffuso che è la cronica mancanza di attenzione dell’essere umano medio.

Guardiamo in faccia alla realtà: solo una manciata di persone a cui è capitato in mano questo articolo avrà cominciato a leggerlo. E di questi, ben pochi saranno giunti alla fine del secondo paragrafo senza mollar tutto per rivolgersi a qualche cosa intellettualmente meno impegnativa. Ne consegue (la logica è ferrea, impossibile sfuggirle) che qualunque cosa io stia scrivendo ora, foss’anche il segreto della pace universale, rimarrà del tutto ignota ai più.

Nelle librerie, che non essendo digitali sono poco intriganti e troppo ingombranti, tra le montagne di carte, sudate o no che siano non c’importa, sarà difficile non trovare almeno una copia di 1984, araldo del romanzo distopico, a cura di Eric Arthur Blair, alias George Orwell. Se si avrà la fortuna di trovarsi di fronte non semplicemente ad una copia dell’opera, ma più nello specifico ad un’edizione britannica che reca una data compresa tra il 1951 e il 1988, sarà possibile apprezzare un affascinante errore di stampa dovuto alla mancata impressione di un carattere nelle battute finali del libro.

Quasi inconsciamente, [Winston] scrisse con le dita sul tavolo coperto di polvere: 2 + 2 = 5

Nelle edizioni incriminate, quel cinque, sintesi ultima della sconfitta del protagonista e del suo conseguente adagiarsi tra le grinfie del Partito, sparisce. Di tutti i caratteri che sarebbero potuti essere omessi senza grandi stravolgimenti viene a mancare proprio un misero numerino in grado di cambiare tutto. La mancanza di un risultato dell’operazione apre infatti un ventaglio di interpretazioni ottimiste e speranzose per le quali Winston conserva in sé ancora un barlume di senno e di resistenza al sistema, interpretazioni, è bene specificarlo, assolutamente non volute dall’autore.

Il 22 febbraio 2010 esce il singolo Resistance firmato Muse, ispirato abbastanza apertamente al romanzo di Orwell di cui si è parlato finora. La citazione è sufficientemente esplicita da far comparire all’interno della canzone il termine Thought Police (in italiano Psicopolizia), neologismo orwelliano che identifica le forze dell’ordine del Partito.

Un altro aspetto che emerge prepotentemente nella canzone, tanto da monopolizzare il titolo, è questa fantomatica Resistenza: lo sforzo costante, probabilmente vano, per tener vivo ciò che c’è e che viene di continuo minato dal turbinare degli eventi.

Love is our resistance
They’ll keep us apart they won’t stop breaking us down
Hold me
Our lips must always be sealed

The night has reached its end
We can’t pretend
We must run

It’s time to run

Take us away from here,
Protect us from further harm,
Resistance.

(Qui il video)

L’amore come forza per resistere alla violenza è un tema cardine del novecento, declinabile in un fantastiliardo di variazioni, proposto in questa occasione in chiave musicale e con un’accezione se non altro fuori dall’ordinario. Alla luce di ciò che è stato detto, appare infatti quasi canzonatorio citare l’amore vicino alla tragicità senza speranza di 1984. Il concetto, in parole povere, sarebbe: sarà pur vero che “love is our resistance”, ma visto a quali grandi risultati ha portato l’amore tra Winston e Julia, risultati riassumibili nell’olistico termine kaputt, non è che forse sarebbe meglio resistere in altro modo?

Da dove traggono i Muse quest’impulso positivo, la certezza che la lotta, l’azione-reazione tra violenza e amore, non sia destinata a distruggersi per sempre? Di certo non dalle pagine del libro di Orwell, le quali non fanno che inneggiare alla spersonalizzazione, al totale frantumarsi dell’identità individuale e al fatto che, senza almeno un pizzico di individualismo, non può esserci alcuna forma di amore.

Forse a questo punto il lettore accorto comprenderà dove si vuole andare a parare con tutto questo panegirico. Chissà se, potendo fare un giro in casa di qualche componente della band, non si scopra che in uno scaffale, uno qualunque, se ne sta tranquilla, beata, una vecchia copia di 1984 datata pre 1988, artefice inconsapevole di una storia magnifica. Una storia che parla dell’internazionalizzazione di un errore, dell’amplificazione all’estremo di uno sbaglio del tutto casuale, capace di salvare ancora una volta la speranza, dote a metà tra la virtù e la follia, dalle mani assassine del talentuoso, visionario, ma disilluso scrittore.

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