Calzino spaiato

di Federica Tosadori


L’edera si ramificava dappertutto: sui muri, intorno alle finestre, fino al tetto e invadeva perfino l’uscio. Cinque piani di edera con dentro una grande villa imperiosa e austera. E l’edera dappertutto: sul selciato anche, e lungo tutto il sentiero dal cancello alla porta centrale. E sul cancello ovviamente. Intorno al campanello del citofono, tanto che per suonare era necessario scostare qualche foglia. Così feci infatti quando arrivai alla villa del signor Camillo. Stentavo ancora a credere di aver davvero ricevuto l’invito; erano anni che attendevo di partecipare a quella importante rimpatriata di famiglia e io che ero l’ultimo arrivato non me l’ero mai meritato, mai fino a quel momento. Non ero altro che un parente acquisito e contavo come l’ultimo calzino spaiato che continua a girare nella lavatrice. Avevo sposato la cugina di secondo grado del bisnipote del cognato del terzo marito della quarta figlia (illegittima, ma nessuno lo ammetteva) del signor Camillo. Ancor prima di sposarmi sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il giorno in cui anche io avrei fatto parte come membro ufficiale di quella meravigliosa famiglia generosa e ospitale che controllava con magnanimità le altre piccole famigliole della provincia. Ero emozionato solo all’idea e mi capitava spesso di svegliarmi nella notte e non riuscire più ad addormentarmi pensando alla grande villa-edera in cui un giorno sarei entrato. Con gli anni devo ammettere, avevo un po’ perso le speranze: l’invito non arrivava mai. La sensazione di rifiuto e la paura di non contare nulla mi assalivano e mi rovinavano, finché lentamente non tornavo alla mia abituale vita rassegnata di calzino spaiato. “Non pensarci” mi ripetevo “sei qualcuno, sei qualcuno… hanno solo bisogno di tempo per capirlo!”. Ma l’anno successivo era sempre la solita storia. E allora ancora mi svegliavo nella notte pensando alle grandi feste e alle importanti discussioni che si tenevano in quella villa nella settimana designata. Ne ero escluso, escluso come un nulla, escluso come se non facessi parte di quella famiglia; ma io sapevo di farne profondamente parte.

Arrivò un giorno quel momento: quando aprii la busta intestata a me e sigillata con il marchio di famiglia, tremante e con le mani sudate, piansi. Finalmente mi avevano riconosciuto, finalmente avevano capito, mi avevano accettato come uno di loro. Anche mia moglie pianse, ma in modo diverso, più tristemente non per sincera emozione. Quando le chiesi come mai non era felice quanto me disse solo: «Non andare, se mi ami fallo per me, non andare». Io non le risposi nemmeno e cominciai in silenzio a preparare la valigia. Avevo immaginato da sempre di riempire la borsa fischiettando e ridendo di cuore insieme alla donna che amavo, la stessa che invece ora aveva rovinato il momento perfetto che attendevo da sempre. Se ne stava lì appoggiata allo stipite della porta, in silenzio con gli occhi rossi e grandi che osservavano criticando i miei movimenti goffi. Senza dirlo continuava a dire: “Non andare”. Io riuscivo solo a pensare che appoggiata in quel modo alla porta, abbandonato tutto il peso alla parete, non mi sembrava cosa molto diversa da quell’edera rampicante, rigogliosa e imponente che ricopriva la facciata e ogni altra cosa della villa estiva del signor Camillo, della mia famiglia.

Quando suonai il campanello scostando di poco, delicatamente, come per paura di farle male, l’edera che tentava di inglobarsi ogni cosa, il cancello mi si aprì davanti in un battito di ciglia. Pensai che dovesse esserci una qualche telecamera a controllare l’ingresso della villa e mi sentii gratificato dal fatto che senza ulteriori domande e tentativi di identificazione mi avessero riconosciuto. Io ero parte della famiglia, io meritavo di essere lì in quella casa dominata da un grande uomo, senza donne a intralciare gli affari, irriconoscenti come la mia. L’unica presenza femminile ammessa era arborea: l’edera con i suoi ramoscelli flessibili e forti, capace di infiltrarsi ovunque e di nascondere segreti. Mi pareva di camminare su un tappeto morbido; seguendo il sentiero verso la porta infatti i miei piedi si appoggiavano con immensa piacevolezza sulle foglie verde scuro della pianta nobile. Improvvisamente tutto il mondo era rimasto fuori dal cancello e io mi trovavo su un altro pianeta, in un altro ecosistema dove a dettare le regole non era altro che la natura, quell’edera soffice e potente.

Davanti all’ingresso c’era un nugolo di uomini vestiti elegantemente. Esitai per un attimo e rallentando mi guardai dal collo in giù. Comparai il mio modo di vestire al loro e mi sentii girare la testa. Ero davvero adeguato? Quando arrivai fui accolto da strani sorrisi inquieti e indagatori. Alcuni di quei sorrisi li avevo già conosciuti a qualche cena, a qualche ritrovo, a qualche matrimonio o funerale. Altri ancora non li avevo mai visti eppure mi pareva di averli incontrati in qualche sogno passato, come se fossero dentro di me, nel mio inconscio da innumerevoli vite. Non tutti mi salutarono, alcuni fecero finta di non vedermi. Tra di loro si erano creati dei gruppi e vi era chi chiacchierava animatamente e chi invece se ne stava in silenzio, come ammutolito a scrutare come me l’ambiente. Dopo circa mezz’ora di imbarazzo la porta si aprì e una figura tonda e ingombrante occupò lo spazio di passaggio. «Buonasera a tutti miei cari!» tuonò sonoramente la voce del signor Camillo. Io stavo per commuovermi ma tentai con tutte le mie forze di trattenermi: davvero volevo farmi vedere da tutti in quello stato? «Benvenuti! Adesso vi farò entrare a piccoli gruppi, di modo che ognuno di voi avrà il giusto trattamento. I miei domestici vi mostreranno le stanze e potrete sistemarvi in previsione della cena di stasera. Sono davvero felice di vedervi come sempre tutti qua, benvenuti ancora!». Uno spontaneo applauso prese vita tra noi spettatori. Io a dire il vero mi inserii leggermente dopo: ero rimasto affascinato dalla voce di quell’omone austero e benevolo, tanto da estraniarmi da tutto.

Lentamente e con calma il primo gruppo di uomini fu chiamato a entrare. Dedussi che fossero gli affezionati del signor Camillo, i parenti più stretti, i consanguinei. Dopo circa un quarto d’ora entrò un altro gruppo, e poi un altro ancora, e ancora, e ancora. Era passata un’ora e mezza e io ero rimasto fuori dalla porta insieme a quegli sguardi solitari e silenziosi che avevo incontrato prima. Per far passare il tempo mi ero messo a contare una per una le foglie di edera che ricoprivano la statua più vicina. Forse avrei dovuto tentare di fare conversazione con gli altri individui che erano rimasti con me, ma data la mia profonda timidezza e la loro evidente scarsa predisposizione lascia perdere. La porta si aprì e il signor Camillo chiamò un nome. Per un attimo mi parse che fosse il mio e allora mi avvicinai: finalmente era arrivato il mio turno, stavo per entrare! Vidi però che alla porta si stava avvicinando anche un altro uomo, incredibilmente a me somigliante. Camillo si mise a ridere bonariamente e guardandomi per la prima volta disse: «Mi dispiace, lui è il mio nipote più giovane…». Dopo di che fu la volta del figlio di un suo cugino, del cognato di un suo cognato, dello zio di una sua cugina e del figlio di una sua figlia, quasi sicuramente anch’ella illegittima. Io intanto mi disperavo. Il tempo passava e mi pareva che il signor Camillo provasse gusto nel vedermi fremere ogni volta che usciva. Quando entrò anche l’ultimo ospite mi resi conto di essere rimasto solo. Io e la statua di edera. Io, il calzino spaiato. Attesi, attesi e attesi. Ma la porta non pareva volersi aprire più. Ero afflitto e mi sentivo rifiutato, come un corpo estraneo. Mai nella vita avevo provato quella orrenda sensazione. Ero stato brutalmente condannato al confino di quella villa… forse era una prova di resistenza! Allora coraggiosamente presi a resistere. Il buio come l’edera intanto silenziosamente invadeva ogni cosa mentre le luci dalla casa cominciarono ad accendersi. Immaginavo il calore delle strette di mano che prendevano vita nella grande sala da pranzo; mi pareva perfino di sentire delle risate provenienti dai muri spessi. Le finestre erano troppo alte perché io potessi sbirciarci dentro.

D’improvviso capii di essere stato dimenticato. Mi prese un dolore così acuto che ancora mi stupisco di essere rimasto in vita. Cosa potevo fare? Andarmene? Avrei dovuto chiedere a qualcuno di aprirmi il cancello. Bussare alla porta? Ma che figura ci avrei fatto? Avrei forse messo in imbarazzo il signor Camillo stesso. Non so come feci a trattenere le lacrime. Mi venne in mente mia moglie e desiderai essere con lei, nel nostro letto: aveva avuto ragione, non sarei mai dovuto andare. Perché avevo voluto così tanto partecipare a quella riunione? Qualcuno mi aveva detto una volta che bisogna stare attenti a quello che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Senza rendermene conto mi ero sdraiato sulla coperta di edera e mi ero messo a osservare il nero inquieto del cielo, illuminato da quei puntini bianchi e spigolosi tanto ammirati per nulla. La luna non c’era. In fondo ero solo e soltanto il marito della cugina di secondo grado del bisnipote del cognato del terzo marito della quarta figlia (illegittima) del signor Camillo. Ero l’ultima fogliolina verde chiaro quasi trasparente appena spuntata dall’ultimo ramo esterno della grande pianta di edera della famiglia. La fogliolina che il giorno dopo il giardiniere avrebbe potato perché esterna alle mura di quella grande, immensa, invisibile villa-edera.

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