Il caso de Niro: “ti faccio ridere?”

Taxi Driver” (Martin Scorsese, 1976), “Il padrino – Parte II”  (Francis Ford Coppola, 1974), “Toro scatenato” (Martin Scorsese, 1980): questi sono stati i grandi film a cui viene associata la figura dell’attore Robert de Niro.

Un artista dinamico, accattivante e impeccabile: questa è la reputazione che si è guadagnato; almeno, fino a questi ultimi anni. Infatti, ripensando a questi suoi ruoli fenomenali, viene spontaneo chiedersi: che cosa è successo a quello che è sempre stato un attore di prestigio? Com’è passato da essere un commovente e allo stesso tempo terrificante esperimento umano in “Frankenstein di Mary Shelley” (Kenneth Branagh, 1994) a un ridicolo vedovo pensionato che decide di darsi alla pazza gioia insieme al nipote in “Nonno scatenato” (Dan Mazer, 2016)?

Come dimenticarsi poi della sua straordinaria e incredibilmente toccante interpretazione in “Risvegli” (Penny Marshall, 1990), in cui è un malato affetto da una malattia misteriosa che viene preso in cura dal dottor Malcolm Slayer (Robin Williams), entrambi sperando in una nuova possibilità di vita. E ancora: “Gli intoccabili” (Brian de Palma, 1987), “Quei bravi ragazzi” (Martin Scorsese, 1990), “Voglia di ricominciare” (Michael Caton-Jones, 1993); tutte interpretazioni maestrali, in cui qualunque fosse il tipo di personaggio in cui de Niro si calava la sua professionalità e dignità restava intatta, assolutamente indiscussa e indiscutibile.

Un ruolo più “leggero” arriva con “Ti presento i miei” (Jay Roach, 2000), commedia a cui segue “Mi presenti i tuoi?”: qui emerge il lato comico dell’attore, che viene comunque apprezzato. Nel 2007 però esce “Vi presento i nostri“, regia di Paul Weitz: il volto di de Niro sta cominciando così ad assumere una nuova espressione.

Ecco poi “Il lato positivo” (David O. Russell): qui de Niro è il padre del protagonista (Bradley Cooper), un fanatico dello sport, burbero, culturalmente ignorante e dai modi di fare goliardici. Un po’ degradante per un attore del calibro di de Niro?

Forse non tanto questa volta, ma in “Joy” (David O. Russell, 2015) decisamente sì: stesso ruolo di padre del protagonista, che questa volta è una donna (Jennifer Lawrence), sempre con la stessa personalità. Sembra quasi che il suo vero ruolo sia quello di fare la figura comica in mezzo alle vicende che riguardano principalmente i protagonisti; de Niro in questi film è usato più come sfondo che come un effettivo personaggio.

Sarà magari una tattica per mettere maggiormente in risalto altri attori presenti? O semplicemente, la concezione che si ha del grande Robert de Niro è gradualmente e pericolosamente cambiata?

Arriviamo quindi a “Nonno scatenato“; se già con “Lo stagista inaspettato” (Nancy Meyers, 2015) la figura di de Niro ha corso il rischio di compromettersi, ora si è definitivamente “sprecata”. E’ infatti inconcepibile pensare che il campione di Martin Scorsese possa ridursi a fare da spalla a un co-protagonista come Zac Efron, in un film che non è altro se non il simbolo del trash e della mancanza di creatività e buon gusto. Che forse sia lo stesso Robert de Niro a non avere più voglia di impegnarsi in ruoli più prestigiosi? Che ormai, dopo una brillante carriera, stia pensando di accontentarsi?

Qualunque sia il motivo di questa trasformazione, non si può non ammettere che sia un fenomeno triste. Quello che si vuole da lui è una ripresa del suo stile impeccabile, una decisa reazione; ci auguriamo che presto si giri verso il suo pubblico e finalmente ripeta: «Ma dici a me? Ma dici a me? Ti sembro buffo? Ti faccio ridere?»


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