Il ribelle di Ernst Jünger

Di Italo Angelo Petrone

Avevo già parlato, qui, su Lo Sbuffo, della figura moderna del ribelle un po’ di mesi fa (leggi qui), ma è un argomento sul quale voglio tornare oggi e, perchè no, lasciare ancora altri spazi per il futuro.

Una delle funzione della scrittura è sicuramente anche essere uno stimolo di per sè per l’autore, certo l’importante è evitare che diventi stimolo fine a se stessi, così da non scrivere solo ingarbugliati percorsi di pensiero personale e dunque nulla di concludente ed interessante realmente per gli occhi e la mente del lettore. La funzione di stimolo però poi diviene fondamentale se all’interno di un argomento trattato permette di approfondire, incuriosire e mettere in gioco lo stesso autore sul tema in questione. Così è stato per me e l’argomento del ribelle moderno.

Poco dopo aver scritto “Chi è il ribelle oggi?”, circa a settembre, ottobre dello scorso anno, mi capita tra le mani “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger. Un testo che ad averlo letto prima della scrittura del breve articolo avrebbe da un lato non permesso la nascita dello stesso e al contempo una versione più indotta dalla prospettiva dello stesso Juenger. Ma ora passiamo al testo in questione e cerchiamo di relazionarlo alla domanda “Chi è il ribelle oggi?”. Consiglio a tutti di leggere il precedente articolo per comprendere meglio il tema. Se non possibile o se non di interesse, il lettore può fermarsi qui e concedersi una semplice lettura di una critica ad un testo ed un autore. Dopo una breve introduzione al tema, passeremo all’autore e al rispettivo testo per poi, in finale, trarre brevi conclusioni, per appunto, come si accennava all’inizio, lasciare spazio per stimoli futuri, commenti, critiche.

Nel 2000, Ida Maglia, sul Giornale, parlava dei leader di oggi e della loro totale impossibilità di poter partecipare, per ovvi motivi, a battaglie che permetterebbero agli stessi di passare alla storia. Conquiste, scoperte di nuovi mondi, guerre di religione e molto altro è ormai qualcosa fuori dalla portata di buona parte dei leader mondiali.

Proprio questa visione, si potrebbe, volendo, estendere alla maggior parte dei luoghi metaforici di lotta moderna. Politica, associazionismi, religione, e addirittura anche alla guerra moderna, o meglio, postmoderna.

Proprio questo era il quesito posto nel mio articolo precedente. Chi è il ribelle oggi? Come ci si ribella, che forme prende la ribellione? In tempi in cui la violenza non è più accettata come forma di opposizione, anche laddove la necessità costringe gli uomini ad usarla, essa viene condannata. In tempi in cui una ribellione sarebbe più facile entrando nel sistema che si desidera sovvertire piuttosto che restarne fuori per abbatterlo. Punto affrontato da Bauman quando ricorda che oggi, parlando del caso del capitalismo, ogni lotta contro di esso sarà di già al suo interno, anzicchè al suo esterno, come negli anni d’oro del socialismo e del sindacalismo.

Bene, le differenti sfaccettature delle forme di ribellione che ho pensato li potete trovare nell’articolo precedente. Andiamo ora a vedere la proposta di Jünger, dunque il suo trattato.

Ernst Jünger, tedesco, classe 1895, è stato ed è una delle figure intellettuali più complesse del secolo passato, oggi in leggera riscoperta. Come molti pensatori che hanno avuto un determinato rapporto bonario con il regime nazista o fascista, pur non essendone mai stati d’appoggio o in sintonia, dunque al pari di Heidegger o dello scrittore Cèline, anche Jünger, ne ha pagato le conseguenze in termini di reputazione e popolarità accademica. Soldato di due guerre mondiali, conservatore nazionalista convinto, mai iscritto al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, rifiutò di dirigere l’unione nazista degli scrittori (Joseph Goebbels scrisse nei propri diari:

«Gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare»). Durante la seconda guerra mondiale conobbe addirittura gli ufficiali prussiani che tentarono di assassinare Hitler il 20 luglio 1944. Per questo venne congedato dall’esercito, ma non condannato in quanto non coinvolto. Nel dopo guerra è emarginato per via delle sue posizioni nazionaliste ma nel 1980 riceve il premio Goethe che lo consacra tra i massimi pensatori tedeschi del novecento. Molto critico della vittoria della tecnica sull’uomo, temeva un imminente nihilismo che avrebbe eliminato la singolarità dell’individuo. Il suo pensiero resta di base nazionalista ma pacifista, in sintesi, bisogna “dichiarare guerra alla guerra”.

Tra le sue numerose opere spicca un breve trattato sulla forma del ribelle moderno. Breve (136 pagine, consiglio edizione Piccola Biblioteca Adelphi num. 248), ben curato, suddiviso in 34 capitoletti di stile semplice e diretto, apparso nel 1951. Nel testo egli definisce tre come le figure determinati dei nostri tempi: il lavoratore dominatore della tecnica, il milite ignoto vittima sacrificale delle guerre ed il ribelle. Per il ribelle è fondamentale il concetto del “bosco”, un luogo spirituale dove andare per salvare la propria autenticità. Oltre ad essere presente la descrizione, in termini di vera e proprio guida morale, della figura del ribelle moderno, si affianca una gradevole, audace ed delicatamente precisa critica alla modernità che però non approfondiremo in questa occasione ma ci limiteremo a parlarne per quel che serve alla comprensione della figura del ribelle.

Eliminata la tecnica come soluzione, una tecnica imperante che nientifica l’essenza dell’unicità dell’individuo, eliminati i contenitori sociali, dunque partiti, sindacati, grandi imprese e via dicendo, eliminata anche la religione, che è vista solo come un supporto per una maggiore coscienza per il singolo e non come una soluzione determinante alla libertà. L’esigenza fondamentale del Hic et Nunc, conducono l’autore tedesco a parlare di un ribelle che trova la sua unicità, lasciando ogni dottrina, politica, morale, filosofica, che dir si voglia. Una valorizzazione assoluta per una profondità inviolabile, permettono al ribelle di J. di essere padrone su tutto ciò che egli desidera considerare di sua proprietà. Certamente questo è possibile solo una volta che si è scelti il bosco e si è lasciata la nave, ovvero il luogo chiuso in cui si vive secondo quanto dettato dalla società e si ritorna ai luoghi dell’infanzia, dunque alla libertà antica, originale e di verità. Abbandonare lo stato, la burocrazia, le dottrine militari, tutto. Questo deve fare il ribelle, che però al contempo ha il dovere altresì importante di evitare la criminalità, come anche un qualsiasi ruolo, come per esempio quelle del teologo. Cose che non permetterebbero di mantenere inviolata l’intimo spirito, dove si consuma la vittoria della libertà. Gli uomini liberi, dice, se anche pochissimi, restano il contro-peso più importante al 99% restante. Nel bosco l’uomo incontra se stesso nella sua sostanza individuale ed indistruttibile, sconfiggendo la paura per la morte, e potendo così proseguire il suo lavoro di ribellione. Egli non partecipa alla legiferazione, egli decide la legge da usare, egli è potere totale su ciò che gli spetta comandare. Un uomo libero, di coscienza, che ha abbandonato i luoghi della massa, della tecnica, della servitù militare e dell’ignavia.

Un uomo libero, autentico e vero, che non ha paura della morte ma che vede nell’amore, nella poesia e nell’arte in genere, nello studio, nella meditazione, nell’esclusione, oltre che nella morte di per sé, l’unica via di uscire dal nihilismo. Olocausto delle unicità degli individui del nostro tempo, piaga che si è estesa migliorandosi dalla modernità alla postmodernità. Contro il quale, noi pochi uomini liberi, abbiamo il dovere di lottare, ribellandoci, e sicuramente il suggerimento di uno dei più grandi interpreti della modernità è più che opportuno, forse definitivo e decisivo.

 

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