ESSERE UNA BARCA NEL BOSCO

Di Sebastiano Pacchiarotti
L’ istruzione italiana, si sa, non vive un periodo facile. Tra una riforma e l’altra, con i fondi delle scuole quasi sempre al verde e con la solita mancanza di tempo che assilla i professori e che li porta irrimediabilmente a sacrificare i loro programmi, gli studenti spesso si trovano immersi in situazioni caotiche e poco soddisfacenti. Se poi a sperimentare questo mondo per la prima volta è un ragazzino che ha sempre vissuto nella semplicità, coltivando le proprie passioni e sperimentando le proprie speranze, allora la cruda realtà della scuola moderna potrebbe rivelarsi per lui come un’esperienza veramente traumatica.

È questo il caso di Gaspare Torrente, il giovane protagonista del romanzo di Paola Mastrocola, Una barca nel bosco, vincitore del Premio Campiello nel 2004. In effetti, quale migliore punto di vista per criticare il nostro sistema di istruzione di quello di una insegnante di liceo attraverso la voce di un giovane e ingenuo studente?

L’autrice ci racconta l’esperienza di vita di Gaspare dal suo approdo alle scuole superiori fino all’età adulta. Gaspare è un ragazzo buono, dolcissimo, abituato a valori semplici come aiutare il padre pescatore nella sperduta isola del Sud Italia in cui è nato.  Ha una sola grande passione: il latino. Le sue doti da traduttore convincono la famiglia che egli debba avere un’istruzione di tutto rispetto in un liceo di Torino. E quando Gaspare raggiunge il capoluogo piemontese (dove, tra l’altro, insegna la stessa Mastrocola nella realtà) si sente pronto a un grande futuro e a una carriera radiosa di latinista.

Peccato che le sue aspettative vengano smentite una dopo l’altra: il ragazzo si trova di colpo immerso in un ambiente a lui del tutto sconosciuto, dove a dominare la scena sono docenti incompetenti che fanno affidamento a improbabili “programmi flessibili”, che sacrificano un’istruzione vera e propria per adottare invece un sistema fin troppo accomodante e perciò inefficiente, nonché compagni di classe talmente ricchi e all’ultimo grido da farlo sentire terribilmente fuori luogo.

La Mastrocola ci offre una storia godibilissima, carica di umorismo, che rende il suo romanzo estremamente accessibile per i più giovani, ma anche capace di fornire seri spunti di riflessione a un pubblico più adulto. La denuncia al sistema scolastico che questa insegnante espone nella narrazione è una denuncia fatta col sorriso, senza la pretesa di voler  dipingere una situazione totalmente drammatica e senza via d’uscita, eppure con quella classica patina di amarezza capace di rendere un’opera umoristica un piccolo capolavoro.

Naturalmente, trattandosi di un romanzo per ragazzi, la narrazione indugia spesso in aspetti poco realistici per favorire l’andamento della trama: l’ingenuità terribilmente sciocca  e la goffaggine del povero Gaspare, e la continua, assillante apprensione della madre per la mancanza di soldi sembrano, alla lunga, diventare anche un po’ fastidiosi, ma questi espedienti sono con molta probabilità utilizzati per caricare e rendere più evidente un concetto che forse al pubblico più inesperto potrebbe risultare un po’ sottili.

Il concetto chiave, la bellissima riflessione di fondo dell’opera, che scorre nelle vicende di Gaspare Torrente dall’inizio alla fine, viene esplicitata già nel titolo: l’emarginazione che il protagonista subisce e cerca di superare coraggiosamente non è data dai classici, drammatici episodi di bullismo, né da una particolare cattiveria da parte di chi lo circonda, ma è un isolamento più complesso, provocato dal contrasto tra il suo carattere fragile e la modernità della “società scolastica”, un isolamento che lo rende una barca nel bosco, qualcosa di diverso, le cui passioni, forse troppo all’antica, vengono disprezzate e scoraggiate non tanto dai compagni di classe, quanto piuttosto dagli stessi professori. Il dramma di Gaspare è proprio quello di non sapersi adeguare a una scuola che non vuole capirlo.

Diciamocelo: gli studenti italiani non vivono un periodo facile.

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