Stephen Curry: La Grande Bellezza

Di Manuel Cristofaro

So benissimo che lo sport non c’entra nulla con il nostro giornale, quindi non ne parlerò.

Noi preferiamo parlare di opere d’arte, quello che guardi e rimani a bocca aperta, in estasi.
Vorrei quindi parlarvi di un artista molto particolare.
L’artista più in voga del momento è un astro nascente della scena e la notte tra il 27 e 28 febbraio 2016 ha plasmato l’opera che lo ha definitivamente consacrato agli occhi del mondo, anche a chi non ha dimestichezza nel campo, mobilitando anche forze che non ci si sarebbe mai aspettato di raggiungere, fino a ottenere un intero servizio dei telegiornali nazionali italiani nell’edizione di prima serata.

Lui è Wardell Stephen Curry, artista e astro nascente della Baia di San Francisco, specialista dell’impressionismo su legno, più precisamente parquet, attualmente militante nelle forze dei Golden State Warriors.
Ragazzo semplice, nativo di Akron (Ohio) ma cresciuto nel North Carolina, dove suo padre Dell, impiegato anche egli nel campo ligneo ma più che come artista come operaio, militava tra le file dei Charlotte Hornets.
E dire che da quando era bambino sembrava non potesse avere le doti necessarie per diventare ciò che è ora.
Dall’età della maturità infatti ha dovuto rimboccarsi autonomamente le maniche, perché nessun critico della Primissima divisione universitaria aveva mai avuto la volontà di prendere in considerazione le sue doti artistiche.
L’aspetto minuto e la faccia pulita che mostrava ancora segni di candida giovinezza, non sembrava preludere nessun futuro roseo. Infatti il piccolo artista ha dovuto prendere la strada più lunga, passando da Davidson nel North Carolina e proprio qui inizia la sua scalata verso l’Olimpo.

I due anni a Davidson sono da incorniciare: da quelle parti non era mai passato uno così. Qualche testa a questo punto iniziava a girarsi, infatti viene scelto e chiamato per andare a rappresentare il suo paese ad una grandissima mostra mondiale, insieme ai suoi coetanei 19enni.

Al momento di fare il salto nel mondo dei grandi, i critici continuavano ad essere scettici sul suo conto, ma dalle parti della Silicon Valley solitamente ci prendono con le innovazioni e infatti c’hanno preso anche in questo caso. Alla settima chiamata al cellulare, Curry risponde presente e da lì sembra non voler far più squillare quella stupida suoneria a cui non era abituato. Quel cellulare da lì a poco inizierà ad essere incandescente.

Dopo due o tre opere mica male nel primo anno di apparizione, il giovane sembra cadere nel brutto vortice delle deficitanze fisiche che lungamente avevano caratterizzato la sua carriera fino a lì. Le sue preziosissime caviglie con cui faceva tremare le gambe e girare la testa ai suoi competitori, nel secondo anno sotto il simbolo del guerriero in quel di Oakland, hanno fatto tremare le sue gambe dalla paura, fino quasi a metterlo ko.
Ma quell’artista, in quanto tale, aveva un fuoco dentro che nessuno poteva spegnere. Da lì lavoro, bozzetti, opere prime, opere doppie-doppie, opere a volte triple-doppie lo hanno riportato in auge, più in là di quanto non fosse prima, fino a capitanare la sua compagine guerriera della baia al proseguimento della stagione artistica, cosa che non succedeva da ben 6 anni.

Quell’apparizione però sul più grande palco immaginabile non fu un gran successo, ma era la quiete prima della tempesta, che da lì fino ad ora non si sarebbe mai più placata.

Con il cambio della guardia alla direzione artistica dello Stato dell’Oro e l’arrivo dell’operaio, al secolo Steve Kerr, dipendente del più grande artista di tutti i tempi alla compagnia di Chicago,  Curry e i suoi colleghi hanno iniziato a sconquassare tutti i piani e i progetti di uno scenario artistico che sembrava ben definito.

Tra le opere principali del 2014/2015 ricordiamo “Lo spodestamento del Re”, opera prima auto ritrattistica di Curry, compiuta nel Febbraio, che vede ritratto il Re della Lega spodestato dal giovane artista compaesano alle votazioni per aggiudicarsi la stella più brillante, all’epoca esposta in quel di Nuova York.
Da non dimenticare sempre in quell’occasione “Il calorifero” con cui il giovane Curry si è aggiudicato il premio 3 punti dell’anno. Infine le opere prime più importanti della stagione artistica sono indubbiamente “Il dominatore assoluto” con cui Curry si è aggiudicato il premio come migliore dell’anno e dulcis in fundo “L’anello e il Trofeo” che vede sempre ritratto Stephen insieme al Re, con il giovane che ancora una volta ha la meglio.

La magia è continuata anche nell’anno corrente, dove i numeri sono pazzeschi: con un anticipo di 25 giornate sul piano espositivo, Curry ha esposto la sua opera terza de “Dall’arco non si fanno prigionieri”, migliorandosi ancora una volta, per il terzo anno consecutivo, nell’arte della pittura dai 6.75 e oltre. Sì oltre, perché dagli 8 e più metri dalla tela Curry quest’hanno ha raggiunto una media di successi pari al 69%, con una tranquillità disarmante tanto da poter adottare questa tecnica in qualsiasi momento della presentazione lui voglia, magari anche per concludere  con un successo al fotofinish con i suoi competitori.
Proprio come è successo nell’ultima opera prodotta, riportata anche in precedenza nell’incipit, “Saluti dall’Oklahoma”, opera magna che gli è valsa anche l’apparizione nel tg1 delle 20 del 28 Febbraio, e l’urlo delle più grandi voci italiane di questo campo artistico, che da qualche tempo a questa parte hanno deciso ogni tanto di ignorare la sua grandezza e maestosità.

La reazione di tutto il mondo non si è fatta attendere, e anche il Re, fino a quel momento attore non protagonista delle opere, ha gettato la maschera incoronandolo come il migliore dei nostri tempi.

Se avessi parlato di Stephen Curry normalmente, trattandosi di sport, i nostri lettori avrebbero storto il naso. Ma questa forza della natura mi ha dato l’opportunità di farlo in chiave artistica, perché lui è un vero artista dello sport più bello del mondo.

I LOVE THIS GAME o come dicono quest’anno dall’altra parte dell’oceano: THIS IS WHY WE PLAY.

 

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