La fortuna non esiste

Di Silvia Carbone

Io direi: la fortuna, forse, esiste; ma non è il caso di stare ad aspettarla. Bisogna almeno provare ad andarle incontro.

Fail fast. “Sbaglia velocemente”, dicono gli americani, perchè: <<Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi.>>

Mario Calabresi nel suo libro “La fortuna non esiste” riporta undici esempi di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi da situazioni disperate.

Le loro storie sono state raccolte durante un viaggio nell’America provata dalla crisi finanziaria, che di lì a poco avrebbe eletto Obama presidente.

“Resilienza” è una parola diventata molto di moda nella sua accezione di riferimento alla capacità psicologica di essere insieme resistenti ed elastici, di reagire positivamente davanti alle difficoltà. E con “positivamente” non si intende piazzarsi un sorriso finto in faccia e fingere che tutto vada bene, ma contrastare ciò che sta logorando le nostre sicurezze organizzando una strategia costruttiva e mantenendo la mente aperta alle soluzioni più disparate.

Sembra facile, detto così. Ma per molti ha significato doversi ricostruire una vita quasi da zero.

Ci sono un sindaco e una bibliotecaria di Braddock, una diroccata città della Pennsylvania, che dopo il crollo del mercato siderurgico vive una drammatica situazione di abbandono: hanno chiuso i negozi, le banche, i bar. Non è rimasto neppure un ristorante. Ma il nuovo sindaco si è fatto tatuare sulle braccia le date degli omicidi dei cittadini uccisi dall’inizio del suo mandato dalla criminalità dilagante, insieme al codice di avviamento postale della città che è diventata per lui una missione. Anche la bibliotecaria Vicky Vargo ha scelto di non andarsene e di assumere un ruolo sociale fondamentale, cercando di attirare i ragazzi coi computer, la lettura e il cineforum e di dar loro un’alternativa allo spaccio e alla violenza. Fanno passi da formica, ma resistono grazie alla fede nei piccoli cambiamenti.

Poi la storia di Jamal, un ragazzo afghano disabile al quale, fino a tredici anni, non fu consentito andare a scuola e che è riuscito, con il suo impegno, la sua intraprendenza e qualche incontro fortunato, a ottenere una borsa di studio per lasciare il povero quartiere dove aveva sempre vissuto, diplomarsi a Trieste e laurearsi in un’università americana.

<<La mia filosofia è quella del fixer, il riparatore: se c’è qualcosa che non funziona bisogna trovare cos’è, cosa manca e risolvere il problema. Ecco, vorrei fare questo nella vita, magari nel mio Paese, lì le cose che non funzionano non mancano certo… Avrai capito che la mia attitudine non è di lamentarmi o aspettare l’intervento di Dio o dello Stato. Certo, puoi anche passare la vita a piangerti addosso, ma non vai da nessuna parte.>>

Spesso, la lotta più dura che dobbiamo affrontare per rialzarci è quella contro noi stessi, contro quella voglia di lasciarsi scivolare nel vortice. Ne sa qualcosa il Professor John Nash o “Il fantasma di Fine Hall” come lo chiamano gli studenti di Princeton.

Un genio: già da ragazzino si dilettava con gli esperimenti scientifici e a soli vent’anni gli diedero insieme laurea e master al Carnegie Institute of Technology. È anche un uomo, però, che è rimasto intrappolato venticinque anni nella malattia mentale, in una schizofrenia paranoide che lo vedeva convinto di essere seguito, spiato e perseguitato.

Ha perso molti anni in cui la sua mente avrebbe potuto dare molti altri frutti, ha logorato il suo matrimonio, ma è riuscito a uscirne. La sua tesi di dottorato sulla “Teoria dei giochi”, scritta quando non aveva ancora ventidue anni, gli è valsa il premio Nobel, arrivato quarantacinque anni dopo, giusto in tempo per dargli la spinta decisiva per la ripresa.

Ora si è risposato con sua moglie e ha speranza anche per il futuro di suo figlio, che vive una simile situazione di difficoltà.

Leggere anche solo una di queste storie a sera spinge a pensare prima di cadere nel pessimismo e aiuta a ritrovare coraggio e fiducia per affrontare un momento di crisi o cambiamento.

La ricetta non è una sola, universalmente valida, e per molti i risultati saranno da misurare sul lungo periodo, ma ognuno dei protagonisti di queste vite ha dovuto, a un certo punto, trovare la forza di rimettersi in gioco, e tutti hanno preferito ripartire dalle piccole vittorie quotidiane piuttosto che annullarsi nel dolore di un’unica grave sconfitta.

Images: copertina

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