LA FED ALZA I TASSI: MA LA TEMPESTA NON E’ FINITA

Di Andrea Ancarani

Ormai sembra assodato che gli Stati Uniti siano in via d’uscita da una crisi lunga nove anni, una crisi che ha visto andare in fumo migliaia di miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro; un periodo di recessione tanto lungo da essere paragonato dagli economisti alla grande depressione dell’ottobre del 1929. In effetti i numeri ci sono tutti: nel biennio 2008-2009 il PIL americano perse quasi 10 punti mentre la disoccupazione segnava, nel 2010, un preoccupante tasso del 10%.

La crisi del 2008 comportò per l’economia americana e europea perdite enormi in termini di ricchezza e reddito causando il dramma sociale di una disoccupazione persistente e generalmente trasversale alla società: dai manager delle grandi società di investimento ai molto più numerosi operai dei distretti industriali di Flint.

Ora dopo sette anni il PIL americano torna positivo segnando nel 2014 un balzo di 4,2 punti annunciando la fine della crisi e un discreto ritorno delle prospettive di crescita. L’inversione della congiuntura inoltre è rafforzata da un riassorbimento della disoccupazione nel sistema economico che ora si attesta sul 5% testimoniando così concreti segnali di miglioramento strutturale dell’economia americana.

La conseguente timida ripresa dei consumi ha fatto salire l’inflazione che ad oggi si attesta a circa 0,5% (nel 2008, immediatamente prima della crisi era -2%) e questo ha spinto il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ad alzare i tassi d’interesse dei Fed Funds dello 0,25% portandoli quindi ad una banda tra lo 0,25% e lo 0,50%.

La stessa Yellen riconosce “i considerevoli progressi dell’economia” affermando come questa manovra ponga “fine a un periodo eccezionale” giudicandola “appropriata” al nuovo scenario economico.  Nel comunicato di annuncio della decisione la Fed ha ammesso inoltre i significativi progressi nelle condizioni del mercato del lavoro e dei consumi prevedendo infine una crescita dell’inflazione attesa per l’anno prossimo di circa il 2%.

Il rialzo dei tassi, che alcuni specialisti ritengono troppo timido, arriva tuttavia in un momento di ripresa economica ma anche in un contesto generale decisamente instabile e in continua evoluzione. Il problema del debito dei paesi emergenti, una crescita europea ancora debole e la Cina che arranca, sono solo alcuni dei rischi che l’economia americana corre soprattutto quando gran parte dei consumi interni sono finanziati con emissione di titoli di debito verso i su detti Paesi creando quindi una profonda interdipendenza delle economie.

Infine, l’iniziativa presa dalla Fed arriva in un paese dalla deboli prospettive di crescita, più vicino ad una stagnazione che non alla corsa della New Economy, con una disoccupazione più ampia e persistente e con un primato economico e geopolitico sempre più discusso che pone dunque seri dubbi sia sulle misure prese per affrontare la recessione sia sul modello economico adottato.

La crisi sembra passata, ma ci sono validi motivi per non essere troppo ottimisti.

Images: copertina

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