Etica e Tecnologia

Di Fatima Ismaeil
La banalizzazione che i Social propongono del concetto di morte, così come di vita, esistenza, è oltremodo sconcertante e lesiva della dignità umana; producono una sorta di bolla di alienazione collettiva dentro la quale il virtuale prende il sopravvento su quella che è la realtà sensoriale, emotiva, razionale, del buon senso, del senso etico e religioso.
De-naturalizzano vite, persone, attimi, fatti, proiettandoli in fotografie plastiche, statiche, sterili dal punto di vista comunicativo, in formule lessicali semplici e usurate, mipiacciate centinaia di volte da maree di perfetti sconosciuti e per questo vuote.
La vita viene privata del succo vitale, della sostanza, del senso, della riservatezza, del segreto.
Le barriere interpersonali cadono, lasciandoci nudi celebratori e venditori di noi stessi (ma pure del dolore altrui, purtroppo), il peculiare nesso affettivo che lega parenti e amici viene brutalmente eliso, sacrificato sul sacro altare della condivisione coatta che ci vuole tutti grandi amici quando non lo siamo e non lo saremo mai.
Voyeurismo e invasione importante della privacy altrui spacciate per altruismo e solidarietà; bisognerebbe non prendersi in giro, e ripristinare l’umanità che si è persa per strada chè il sapersi porre dei limiti, il saper provare dentro di sè del pudore, è ciò che rende nobile e vivo l’essere umano.
Fare catarsi singola e collettiva, ritualizzare e quindi rielaborare il lutto come altri eventi traumatici è psicologicamente importante, è vero, ma andrebbe attuata solo secondariamente virtualmente e invece principalmente nell’ interiorità della persona, dei gruppi e delle comunità reali.
“Ogni religione ha una moralità, e la moralità dell’Islâm è il pudore”, hadith.
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