luce

L’ultimo sorso di luce

di Federico Filippo Fagotto

Una scia di sale galleggiava sull’acqua e vi rimaneva anche dopo averla leccata, con lo sguardo, fino alla sorgente. Era il riflesso della Luna sul mare.

Mi accorgevo di aver dato inizio ad un lungo bacio, perché quel riflesso era in realtà la lingua della Luna stessa, tradita dal suo sapore dolce, inaspettato rispetto a quel sale da lei sparso per attirarmi.

La lingua era lì pronta a parlare, proprio quando io, appena entrato in quella casa sul mare per la prima volta, senza nemmeno aver avuto il tempo di accendere la luce, avevo sperato che quel bagliore dalla finestra fosse a me che sorridesse.

«Vieni più vicino…», mi disse. Non aspettavo altro.

*

Non conoscevo i percorsi del bosco necessari ad espugnare la spiaggia, eppure non credo di aver sbagliato neanche un passo. Già mi trovavo seduto su di una roccia che, curiosa, si sporgeva sulla baia. Dietro le spalle il dorso scosceso di quel bosco generoso e leale.

«Guardami, sono bella anche così nuda?».

«Luna, Luna piena! sei bella come i dettagli delle ragazze di cui ci si innamora! dimmi un segreto adesso».

«Non ne conosco, ho solo dubbi da offrirti, mi puoi aiutare?».

«Io, Luna? ti ho cercata a lungo e sognata come una rivelazione. Cos’ho da insegnarti? Dov’è la natura della tua perfezione promessami?».

«Questa mia luce non ti basta?».

«Ma da dove viene? come posso riprodurla?».

«È il messaggio del mio sposo, di più non so».

«Chi?».

«Il Sole. È la collana che mi ha regalato per giurarmi il suo ritorno, ma quando ogni sera la riguardo allo specchio, lo vedo dileguarsi di nuovo, ogni volta, al mio risveglio, e rimango sola nella notte della mia luce».

«Serviti di me! domani lo vedrò di certo, lasciami un messaggio per lui».

«No, io gli piaccio così. Ama i miei silenzi».

«Perché li hai infranti con me stasera, dunque?».

«Per chiederti questo: come sono gli altri, i tuoi simili? io vi vedo sempre fra di voi. Com’è vivere insieme ai propri simili? Cosa c’è oltre la solitudine?».

«Luna mia, mia luna piena! ritarda la tua crescita e aspetta un’altra notte. Illumina un altro che ti possa servire come vorrei. Io degli uomini non so quasi nulla».

«Sei forse un essere illuminato?».

«Nemmeno, altrimenti non avrei leccato i tuoi bagliori salati sparsi sul mare».

«Ma anche da qui, nonostante la mia collana, intravedo una grande luce in te».

«E cosa te ne faresti mai tu, già splendida?».

«Tienimi compagnia, non mi vedi così sola?».

«Sola dici? tu, regina vegliata da quella corte?».

«Dove, di chi parli? Osi prenderti gioco di me? Ti riferisci forse a quei due bianchi gabbiani, buoni solo a sbraitare per apprestarsi alla copula?».

«Oh Luna, quanti occhi hai?».

«Questo mio occhio di cristallo che ho schiuso su di te, ingrato!».

«Ora capisco… vòltati!».

«Cosa?».

«Vòltati, ti dico, e guarda laggiù: che teatro alle tue spalle!».

«Se è uno scherzo vedrai che… ohibò, chi è là!».

«Sono le stelle. Noi umani vi abbiamo sempre visto insieme e decantato in voi la famiglia della notte. Come potevi crederti orfana? non ti sei davvero mai voltata?».

«E perché mai? e poi, così giovani e piccole, dovrebbero tenermi compagnia loro?».

«Ben più maestose ed anziane di te, invece, e più sagge anche, temo».

«E dov’erano in tutti questi anni di solitudine?».

«Sempre lì a cucirti un mantello di luce sulla schiena, senza mai offendersi se offrivi solo le spalle. Il tuo sposo, sai, è uno di loro».

«Ah! potrò interrogarle sulle sue origini e farmi raccontare ogni sera una sua impresa…».

*

«…Visto?», proseguì la Luna, «almeno di fronte ci avevo visto giusto, quando ho scrutato in te. Scegli una ricompensa».

«Come ricompensa scelgo che sia tu a scegliere una ricompensa per me, io sono perso nel tuo sguardo e non provo desideri».

«Hai preso la via dell’illuminazione, non sbagliavo. Allora vòltati tu, adesso».

«Là, nel bosco, cos’è?».

«Le tue stelle, le tue compagne».

«Lucciole! ovunque, che danzano nelle tenebre! Gli hai donato tu quelle scintille?».

«No».

«E chi allora, il Sole?».

«Tu lo hai fatto».

«Come?».

«Per ammirarmi hai soffuso la tua luce e adesso è fioca abbastanza perché i lampi attorno a te si rivelino. Anch’io, fra qualche giorno, con la mia falce e il mio chiarore più tenue, potrò parlare con le stelle».

«Ed io con le lucciole, per scoprire l’illusione di questa falsa solitudine».

«E allora ricordati: se la laverai via nel tuo bagno di luce, non scordarti di berne poi l’acqua, fino a sentire il rumore dell’ultimo sorso che gorgoglia nel buio…».

credits

 

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