The Millennials’ Millennarianism

di Ivan Ferrari 

Le persone nate durante e dopo gli Eighties non si servono dei media tradizionali nella stessa misura in cui lo facevano i loro padri. L’impero della carta e della televisione è stato, infatti, invaso dal barbarico avvento del web e sta percorrendo una via di decadenza che lo porterà probabilmente al crollo. Artefici e alfieri di questo cambiamento traumatico sono i millennials, cioè i giovani d’oggi.

In merito a questo argomento, ho avuto il privilegio di ascoltare un discorso[1] di Daniele Manca, vicedirettore del quotidiano italiano più diffuso in assoluto: il Corriere della Sera. Quando ci si confronta con l’esperienza di un grande professionista, si scatenano sempre sentimenti forti. Il suo discorso, però, ha suscitato un particolare tipo di nervosismo: la tensione generazionale. C’è una linea di demarcazione tra chi è nato nell’era dei computer e chi in quella della macchina da scrivere. Queste immense squadre hanno ridotto per anni il loro match a una prova di forza. Eppure lo sport, quello vero, avrebbe dovuto insegnarci che i confronti sono occasioni di crescita. A farci perdere tale occasione è un’incomunicabilità di cui siamo tutti responsabili.

Presentazione Elzeviro
Presentazione di Elzeviro presso lo spazio ChiAmaMilano. A sinistra il vice direttore del Corriere, Daniele Manca

Daniele Manca ha detto giustamente che l’informazione online ha delle regole diverse da quella degli altri media. Come tutte le regole, o le si capisce, o le si subisce. Una di esse è la centralità del titolo quale sintesi estrema dell’articolo ed esca capace di catturare l’attenzione del pubblico. Una regola simile può essere letta sotto luci differenti. Qualcuno penserà che il nuovo lettorato sia più superficiale del precedente e che cada facilmente vittima di un marketing grossolano dove la prima riga è l’unica che conti qualcosa. Qualcun altro penserà che la gente sia stufa di vaniloqui e che voglia vedere ben centrato il punto. Dopotutto, sempre Manca sostiene che spesso si è parlato molto e detto poco o niente. Forse è così perché, quando si riporta una notizia, non c’è poi così tanto da dire, eccetto i fatti e i loro verosimili collegamenti. A me piace pensare due interpretazioni di segno opposto siano sempre incomplete e che questo mondo sarà sempre un miscuglio chiaroscurale.

Si è anche detto che un gravissimo problema dell’informazione online è che internet non poggia su alcun organismo certificatore che ne accrediti i contenuti. Tali organismi sono, per la carta, i forti brand delle testate tradizionali che però occupano meno di un decimo delle notizie circolanti sul web e lo fanno anche male. Perché? Perché i ricavi delle news rese così disponibili sono talmente esigui che diventa impossibile permettersi un congruo numero di giornalisti all’opera in quell’ambito. Ciò che i giornali tradizionali dicono delle nuove realtà nate e cresciute nell’etere è ciò che un fedelissimo della Treccani potrebbe dire in merito a Wikipedia: l’informazione di qualità sul web costa troppo perché questo mondo post-capitalistico in crisi perenne se la possa permettere. Questo è un problema reale ed è un problema che le nuove generazioni dovranno superare per conservare la capacità d’intendere le notizie.

L’informazione su internet si diffonde in modo entropico e questo fatto causa una certa anarchia comunicativa. Quando le notizie vengono condivise e riproposte su blog e social network, esse perdono quella gerarchia e quella contestualizzazione che sono così evidenti nelle pagine di un quotidiano tradizionale. Questa perdita le rende più liberamente reinterpretabili e fraintendibili, anche perché si tende a raggruppare un certo tipo di notizia in un certo tipo di spazio creato da e per un certo tipo di lettore. I vari fandom offrono ai loro fanboys solo le news che possono interessarli, talvolta anche al prezzo di stravolgerne il senso e lo scopo. Un giretto di dieci minuti su Facebook è più che sufficiente per notare quanto sia difficile trovarvi delle conversazioni su argomenti seri e delicati portate avanti con apertura, rispetto, profondità e attenzione. I gruppi e le pagine sono realtà tendenzialmente solipsistiche e viziosamente circolari. Tendono a radunare utenti che la pensano in modi pressoché identici col solo scopo di riconfermarne le opinioni fino al parossismo più fanatico. Ovviamente questo causa un filtraggio e una distorsione della realtà che i migliori media mirano a riflettere fedelmente.

Ma davvero dovremmo prestare orecchio esclusivamente a queste note stonate nella musica contemporanea? Oltre questi fallimenti c’è una dimensione di libertà e di autodeterminazione completamente nuova e ricca di possibilità inesplorate. C’è un nuovo mondo che si fa largo tra le masse e che sta adunando i propri pionieri. Il cambiamento implica delle perdite, ma promette nuove bellezze. Come al solito, saranno le singole scelte dei singoli individui a fare la differenza. Papà tubo catodico e mamma carta stampata non sembrano proprio capire l’adolescente web che vaga scalpitando per casa, perché ancora non ha la disciplina e la saggezza dei suoi genitori. Eppure, anche se non sa ancora come giocarsi bene questa carta, il figlio ha ragione e i genitori hanno torto.

Quello che ha irritato gli informatori informali, i loro convinti convitati e gli altri “unconventional conventionalists[2] non è ciò che il vicedirettore ha detto, bensì la temperie culturale e la rete di credenze correnti che ne rendono il senso pienamente accessibile. Secondo il sentire comune, i millennials sarebbero persone fondamentalmente povere. Non hanno soldi da spendere nei quotidiani e non fanno buona informazione perché nessuno può pagarli per farla. Al massimo ricavano qualche centesimo sposando le peggiori tendenze in voga tra gli internauti che nutrono la “mafia” dei clic e dallo spam con la loro dilagante superficialità. Fortuna vuole che gli anticorpi contro certe bassezze si sviluppino rapidamente, altrimenti avremmo tutti l’amor proprio in necrosi.

All’indirizzo della nostra generazione, infatti, vengono mosse accuse di questo genere in ogni campo dell’accusabile. Noi siamo dipinti come degli stupidi che non guadagnano niente solo perché non sanno niente e non valgono niente. Oppure si dice l’opposto, ma con le medesime conseguenze: non abbiamo aspettative, quindi non abbiamo voglia di fare. Questa presunta nullità essenziale si riflette non solo sul piano socioeconomico, ma anche su quello politico. Nessuno legifera in favore dei millennials, nessuno regolarizza davvero i loro stage e i loro cosiddetti contratti atipici (contratti di merda[3]). Una generazione abbandonata a se stessa, che ha saputo lavorare gratis o per due spiccioli senza lamentarsi, può essere considerata una generazione senza spina dorsale e senza cervello, ma potrebbe anche essere una generazione che sta imparando a fare a meno del sistema perché ne sta subodorando l’imminente implosione. Se così fosse, essa potrebbe risultare molto più forte di quanto le bugie e le omissioni che sul suo destino vengono quotidianamente spalmate lascerebbero intendere.

Quest’incuria e questo disprezzo sono acqua che piove sui semi del male. Noi siamo questo male. Noi siamo la prossima rivoluzione. Noi siamo un silenzio impaziente di cadere sui marmi della vostra tomba. Siamo la pioggia che inascoltata erode i palazzi del potere. Continuate a non guardarci e noi diventeremo sempre più grandi, sempre più vicini. Il nostro cicaleccio vi farà impazzire. Chiudete la porta e saremo già entrati. Chiudete gli occhi e ci troverete impressi nei vostri incubi. Chiudete il cuore e vi ricorderete di averlo barattato prima che noi nascessimo per un alito di falsa libertà.

[1] Daniele Manca ha presenziato all’inaugurazione dell’associazione Rete Giornalismo Informale e del suo organo ufficiale, l’Elzeviro, presso lo spazio ChiAmaMilano, il 18 settembre 2015.

[2] Tim Curry nel cult movie The Rocky Horror Picture Show, regia di Jim Sharman, 1975.

[3] Tr. it. dell’autore.

 

 

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