Bianca

di Martina Difilo

 Controllò due volte il numero civico prima di decidere di spegnere l’auto e scendere. Una volta che fu di fronte alla porta della villetta suonò il campanello e pochi secondi dopo la porta si aprì: un uomo di mezza età le sorrise dicendole: “La stavo aspettando signorina! Prego, entri!”. Il padrone di casa la fece accomodare e le offrì un caffè, consegnandole le chiavi.

“Cosa la porta da queste parti, se posso chiedere?”.

Bianca arrossì, ancora non aveva realizzato che in quei tre mesi avrebbe vissuto in quella casa perché aveva finalmente trovato qualcuno che la pagasse per fare la cosa che più le piaceva al mondo: scrivere. La sua prima raccolta di racconti aveva venduto bene, così l’aveva contatta uno di quelli che possiamo definire “un grosso editore” che le aveva dato tre mesi per scrivere il suo primo romanzo. Poco tempo, certo, ma bisogna saper cavalcare l’onda, le avevano detto. Così le avevano offerto di trasferirsi, a loro spese, in questa villetta, dove la sua unica preoccupazione sarebbe stata quella di produrre un romanzo che fosse all’altezza delle loro aspettative. Quel che non sapevano è che le aspettative di Bianca per il suo primo romanzo fossero ancora più alte delle loro.

“Io devo lavorare, qui”.

“Ah… lavorare?”.

“Sì, cioè, devo scrivere. Ora è questo il mio lavoro”. Bianca disse ad alta voce questa frase più per convincere se stessa che il suo interlocutore.

Quando il padrone di casa la lasciò sola, Bianca si guardò intorno, cominciando a studiare tutti i dettagli di quella che sarebbe stata la sua casa per l’estate: indubbio gusto nell’arredamento, ma quel che più colpì Bianca fu una grossa poltrona, abbandonata in un angolo del salone, sulla quale riusciva ad immaginarsi più intenta a leggere che a scrivere, immersa in quel mondo di fantasia così travolgente che solo i libri potevano creare.

Scaricò le sue cose dall’auto e le sistemò nella villetta; quando ebbe finito, si concesse il tempo di esplorare la veranda sul retro: in legno, si affacciava direttamente sulla spiaggia, aprendo davanti agli occhi di chi la visitasse la vista del mare infinito. Rimase lì per qualche minuto, in piedi e con gli occhi chiusi, ad ascoltare il regolare suono delle onde.

Quando rientrò, si versò un bicchiere di rosso, preparando la cena.

La prima notte non fu facile: faticava ad addormentarsi in un posto che non fosse casa sua, quella casa per cui aveva dovuto lavorare molto, ma che alla fine era diventata sua e solo sua. Forse per questo faticava a cedere alla richiesta del suo fidanzato, Paolo, di andare a vivere insieme: ci aveva messo tanti anni di sacrifici e duro lavoro per costruire un nido che fosse solo suo, che l’idea di condividerlo non l’allettava. Amava Paolo, ma ancora non era pronta. Lui ovviamente non l’aveva presa bene, come d’altronde non gli fu congeniale il fatto che Bianca si trasferisse per tre mesi lontana dalla città, da sola. Bianca ricordava bene quella discussione e come lui l’avesse fatta sentire in colpa per il suo essere ostinata nell’inseguire questo sogno che, certamente, non era una sicurezza, ma in cui Bianca credeva e non avrebbe mai smesso di farlo.

Decise di chiamarlo durante il secondo giorno di permanenza nella sua residenza estiva, in un momento di noia tra una pagina da scrivere e l’altra.

“Pronto? Ciao amore!”. Quando sentì la voce di Paolo cominciò po’ a sentire la sua mancanza, ma dopo i primi convenevoli e le domande sulla casa, lui non poté fare a meno di ribadire la sua posizione, innervosendo Bianca. “Quindi non esiste un modo per cui ci facciamo qualche giorno di vacanza insieme? Le prime due settimane di agosto sono in ferie”.

“Mi spiace, Paolo, ma non posso interrompere il mio lavoro qui. Ho una scadenza da rispettare, che si avvicina ogni giorno di più”.

“Potrei venire io lì…”. Bianca sapeva che prima o poi questa proposta sarebbe arrivata, ma era anche più che convinta che la presenza di Paolo non avrebbe giovato al suo lavoro.

“Paolo, lo sai, devo lavorare. Ho davvero un sacco di cose da fare, delle ricerche. Ho perfettamente in testa quel che voglio scrivere, ma per scriverlo serve del tempo”. Bianca sapeva esattamente quale fosse l’espressione di Paolo dall’altra parte del telefono in quel momento. Non aveva mai considerato lo scrivere un vero e proprio lavoro. Per una persona come lui quello poteva essere al massimo un passatempo, meglio ancora se redditizio, ma non un lavoro.

“Va bene, non insisto. Anche se mi sarebbe piaciuto passare le ferie insieme”.

“Sono cinque anni che passiamo le ferie insieme, credo che se anche per un anno dovessimo saltare, non sarebbe questo grande sacrificio. Poi magari il mio libro diventerà un best-seller e a dicembre ti porto ai Caraibi”. Rise, sperando che Paolo ridesse con lei, perché solo dopo averla espressa ad alta voce capì il peso della frase che aveva appena detto.

“Sì, certamente… devo andare, rientro in ufficio, ci sentiamo stasera. Ciao, Bianca”. Paolo attese a malapena una risposta, prima di attaccare.

Scoraggiata dal finale freddo e distaccato della telefonata, Bianca spense il telefono e tornò sulla sua comoda poltrona, con il suo fedele taccuino tra le mani, a tracciare schemi che ancora non riusciva a capire se le fossero utili o meno.

Coi racconti era sempre stato più facile. La responsabilità è diversa: in una narrazione breve i personaggi compaiono e scompaiono a tuo piacimento, persino i protagonisti, non senti alcun dovere nei loro confronti; i racconti sono piccoli stralci di vita, specifici aspetti che decidi di analizzare e di descrivere, ma che durano poche pagine. Con un romanzo è diverso: non puoi non affezionarti al tuo protagonista e nel momento in cui lo fai ti senti in dovere di raccontare tutto di lui, non riesci a tacere nulla della sua vita e delle persone che gli stanno intorno. Non potresti mai riassumere in poche parole le sue emozioni, sarebbe come svilire una parte delle tue. Perché ogni personaggio presente nella tua testa e trasposto su carta è una parte di te, una persona che nella tua mente è precisamente delineata, in cui riversi aspetti di te stessa che non sapevi di avere o che tenevi nascosti. Spesso rappresenti quella che vorresti essere ma non ne hai il coraggio, o la forza.

Scrivere era questo per Bianca: scoprirsi e riscoprirsi attraverso la sua fantasia, attraverso situazioni che magari non aveva mai vissuto, ma che la mettevano alla prova sulla carta. E forse se l’uomo che amava non riusciva a comprendere la sua necessità di conoscere se stessa e il mondo attraverso la scrittura, allora non era la persona giusta. Se l’era chiesto molte volte in quegli anni, ma quando stava con lui stava bene, la faceva sentire completa per una serie di aspetti pratici della vita, che per Bianca erano un mondo lontano.

Ma non era lì per capire se amasse o meno Paolo o se avrebbe dovuto o meno cedere alla sua proposta di andare a vivere insieme; non era quello il luogo in cui affrontare i problemi che la circondavano: era lì solo ed esclusivamente per il suo libro, per quella storia che per anni aveva cercato di mettere insieme, ma che per mancanza di tempo e forse anche di un po’ di coraggio non era mai giunta a compimento. Doveva dare una forma vera a tutti quei personaggi, a tutte quelle situazioni, metterle in ordine e descriverle in ogni minimo aspetto. Accantonò quindi il pensiero di Paolo per dedicarsi alla scrittura, non tenendo conto del fatto che forse non era quello il modo giusto per archiviare la questione.

I tre mesi nella villetta passarono in fretta, il tempo per scrivere le sembrò sempre poco, ma il primo di settembre riuscì a consegnare al responsabile della casa editrice il suo manoscritto, sapendo che da quel momento l’unica cosa che avrebbe dovuto fare sarebbe stata aspettare l’uscita nelle librerie e pregare che la fantasia riversata in quelle pagine sarebbe stata apprezzata dai lettori.

Durante il viaggio di ritorno verso la città, però, si rese conto che in quei tre mesi non aveva lavorato solo ad un manoscritto. Fu durante quel viaggio che decise che, nel momento in cui fosse tornata a casa, avrebbe lasciato Paolo: non c’era posto per lui nella sua vita da scrittrice. Si accorse durante quel viaggio quanto avesse lavorato più su se stessa, che sul libro; quanto il punto di vista con cui aveva scritto la sua storia avesse agito anche su di lei, sulla persona che pensava di aver lasciato a casa, per dedicarsi unicamente alla scrittura.

Si ricordò di quella frase che sosteneva che sia inutile andare altrove, tanto dovunque tu vada porti con te tutto te stesso. Pensava che fosse indubbiamente vero che non sia possibile scappare da se stessi, ma giunse anche alla conclusione che è cambiando il contesto che si può imparare a conoscersi meglio. Portare se stessi con sé non implica trascinarsi anche le situazioni vissute in precedenza; che siano state utili, inutili, deleterie o costruttive, in ogni caso la ricontestualizzazione di sé non può che essere formativa, utile a conoscersi meglio, ad imparare a gestirsi in situazioni nuove in cui, spesso, mancano quelli che prima erano i “punti saldi”. Ed è proprio questa l’utilità, il bello di costruire e scoprire nuove parti di se stessi altrove.
Lei lo aveva appena fatto ed era stato il viaggio più bello che avesse mai intrapreso nella vita: quello dentro se stessa, i suoi limiti, le forze che non sapeva di avere, i lati del suo carattere ancora inesplorati.
Perché dopo che hai scoperto tutte queste cose, tornare indietro sarà stato ancora più bello, anche se per poco.

credits

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