Legàmi: Donne di scienza e donne (nascoste) dietro la scienza

1951: una morte di cancro alla cervice uterina, come ce ne erano tante all’epoca e ce ne sono, purtroppo, a volte ancora oggi, pone le basi per numerose ricerche in campo biomedico, tra cui il vaccino per la poliomielite (1955). La paziente deceduta è poco più che trentenne e si chiama Henrietta Lacks. Non è una studiosa, ma una madre dall’età di quattoridici anni, lavoratrice in una tenuta agricola che produce tabacco. Il suo nome, tuttavia, rimarrà nella storia della scienza, immortale come le sue cellule, chiamate HeLa.

Ancora oggi, nei laboratori di tutto il mondo, come modelli di cellule umane in vitro vengono usate le HeLa cells: è bastata una firma di consenso informato da parte della donna la quale tuttavia probabilmente mai avrebbe immaginato di raggiungere la fama in questo modo.

Pochi anni dopo (1956) un’altra donna moriva anch’ella di tumore (questa volta alle ovaie) prima di potersi prendere il merito per il suo contributo a una scoperta che è valsa ai suoi colleghi il premio Nobel: la forma a doppia elica del DNA.

Si chiamava Rosalind Franklin. Il 25 aprile 1953, quando uscì sulla rivista Nature il famoso articolo di Watson e Crick, ella stava lavorando, in completo isolamento con un suo studente, sulla conferma di quella stessa teoria. Sua era stata la famosa “fotografia” ai raggi X che aveva fatto pensare a una struttura tridimensionale a doppia elica. Oggi si sa inoltre che l’esposizione ai raggi X può essere fattore di rischio per lo sviluppo di un cancro come quello da lei sviluppato. Perciò a volte può sembrare che la si consideri una sorta di “martire” e simbolo di un orgoglio scientifico femminile sconfitto nella corsa al riconoscimento da due uomini.

C’erano tuttavia dei precedenti di donne di scienza insignite di quel premio tanto ambito da ogni scienziato.

Marie Curie, ad esempio, si ricorda per essere stata premiata del Nobel ben due volte, uno per la Fisica nel 1903 (studio delle radiazioni) e uno per la Chimica nel 1911 (studio sugli elementi radio e polonio). Il primo venne ottenuto in condivisione con il marito, ma ciò non ne diminuisce il merito: ella è infatti una dei pochi ad aver avuto questo doppio riconoscimento.

Nonostante questi e numerosi altri esempi  la ricerca scientifica sembra essere a volte ancora considerata un campo più maschile: movimenti femministi se ne lamentano e indagini sociologiche cercano di dimostrarlo. Il Princeton College (New Jersey) nel 2012 ha pubblicato, sulla rivista Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States of America (PNAS) l’articolo:“Science faculty’s subtle gender biases favor male students”.

Tale articolo si basava su uno studio a doppio cieco che coinvolgeva personaggi influenti in campo accademico che dovevano assumere nuovo personale per la ricerca. Gli autori hanno preparato dei profili falsi di persone più o meno meritevoli e vi hanno associato in maniera casuale nomi maschili o femminili.

È risultato che a parità di curriculum si tendeva a preferire o ad offrire posizioni meglio stipendiate a chi aveva nome maschile rispetto a chi aveva nome femminile.

Può forse trattarsi del “rischio” che la donna vada in materintà lasciando la posizione scoperta pur avendo diritto ad esser stipendiata? Oppure può trattarsi di pregiudizi riguardo alle capacità dirigenziali femminile, che sembra avere più predisposizione per il multitasking, ma meno per la praticità. O almeno così si dice…

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