Intervista a Christian Poggioni (Parte 2 di 2)

Vorrei che ci parlassi di due grandi nomi del teatro italiano. Giorgio Strehler, cominciamo da lui. Raccontaci la lezione più importante che ti ha dato, il ricordo più intenso, dicci un po’ ciò che vuoi.

Mi ricollego a quello che dicevi dei dieci anni. Lui ci disse subito:

«Voi pensate, ragazzini, di avere la vocazione, di essere qua… voi adesso non avete nessuna vocazione. Tra dieci anni scoprirete se avevate la vocazione».

Al momento non lo capivo: eravamo tutti lì, gasati, entusiasti. Eravamo ventiquattro. Orgogliosi, pensando che il teatro aspettasse noi. Eravamo lì per noi stessi.

Dopo dieci anni chi ha resistito ha scoperto di avere la vocazione, ovvero ha resistito a tutte le difficoltà che in realtà questo privilegio di fare un bellissimo lavoro come il teatro porta: l’insicurezza. Perché è vero che oggi tutti i lavori sono incerti, ed il teatro non è da meno, e sicuramente uno, che non sa vivere mese per mese inventandosi il lavoro, è meglio che non intraprenda questa strada. Ecco chi resiste a tutto questo, dopo anni allora può dire: <<Forse avevo una vocazione>>. Ma questo si scopre dopo tanti anni. All’inizio quando si è in un’Accademia, con Strehler, è facile essere entusiasti.

 

Da pochi giorni ci ha lasciati invece Luca Ronconi, altra grande figura dei sipari italiani, direttore artistico del Piccolo Teatro per moltissimi anni. Hai avuto modo di collaborare anche con lui? Un ricordo o un insegnamento anche indiretto?

No, lui è arrivato quando è morto Strehler, noi eravamo ancora a scuola, ma venne pochissimo a vederci, non abbiamo avuto rapporti noi. Non ho mai lavorato con lui, è un regista che non conosco, se non attraverso i suoi spettacoli. L’ho conosciuto personalmente, sì, ma non ho mai approfondito. Ha proposto un tipo di teatro che era l’altra faccia della medaglia rispetto al teatro che proponeva Strehler al Piccolo. C’è stato un cambio di direzione. Aveva un capacità di studio del testo immensa. E questo mi dispiace, di non aver mai potuto frequentare le sue prove.

Però devo dire che i maestri che ho avuto, Strehler e anche Peter Stein, e poi gli ottimi, seppur non famosi, maestri, come Enrico D’Amato e Michele Abbondanza, oltre ad insegnare, mi hanno preparato a capire tutto quello che succedeva in teatro. Ovvero, non che io sia diventato… io faccio il mio lavoro al meglio, cerco di farlo bene, però quello che capisco è che, di fronte a varie proposte che arrivano da diversi registi, ho gli strumenti per capire cosa c’è dietro. Il teatro è sempre un mistero, ma dopo Strehler e questi insegnanti che ho citato, a volte mi sembra che non ci siano misteri. Mi sembra…

 

A proposito di direzione artistica, sotto la tua guida il 4, il 5 e il 6 marzo, presso il teatro San Lorenzo alle Colonne di Milano, sarà messo in scena il Misantropo di Menandro dall’associazione teatrale Kerkìs, di cui sei vicepresidente. Qual è la capacità necessaria alla direzione di uno spettacolo?

Sì, certo c’è la capacità di interpretazione del testo, la fedeltà al testo, la capacità di dirigere gli attori, ovvero di far sì che un artista possa esprimere il meglio di sé. Quindi avere la capacità maieutica sull’attore. Il regista può essere intellettuale all’inizio, le prove a tavolino, ma poi deve saper fare suonare gli strumenti dell’orchestra, che sono gli attori. Quindi spesso, se egli è stato anche attore, ciò non guasta. E il regista deve avere amore per il pubblico e la voglia di raccontare qualcosa a qualcuno, senza la quale il teatro diventa ancora una volta terapia, fa un’operazione limitata.

 

La direzione drammaturgica del Misantropo è invece affidata alla Prof.ssa Elisabetta Matelli, docente di Storia del Teatro Greco e Latino e di Retorica Classica presso l’Università Cattolica. La stessa docente che cura con te il Laboratorio di drammaturgia antica e il Corso di Alta Formazione Teatro Antico in Scena ormai da diversi anni. Come nasce questo sodalizio formidabile che ha dato avvio ad una serie di attività culturali e formative di notevole interesse? È stato un incontro casuale o ricercato?

La invitai a rappresentare ad Erba, vicino Como, uno spettacolo che lei aveva montato. E da lì ci siamo conosciuti, lei mi ha chiesto se volessi seguire il laboratorio in università negli anni successivi. E poi da cosa nasce cosa. La prima volta ho collaborato con lei nel 2004, poi non continuativamente, ci sono stati degli intervalli.

 

Da poco hai interpretato l’Apologia di Socrate. Qual è il tuo prossimo spettacolo, da attore?

Presto metterò in scena “Il Vangelo secondo Pilato, e poi c’è anche “Shakespeare’s Memories. L’ultima mia produzione riguarda Shakespeare, che per qualsiasi attore è una festa da recitare, è un giardino dell’abbondanza, dona molte chance.

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A questo punto, cari lettori, vi riporto qui di seguito un breve scritto di Christian… il racconto di quando incontrò Ian McKellen, uno dei maggiori interpreti shakesperiani viventi, e volto assai noto nei grandi schermi per aver dato forma a personaggi quali Gandalf e Magneto.

«L’ispiratore di Shakespeare’s Memories è il grande Ian McKellen, fuoriclasse della scena mondiale. Anni fa, il suo recital Acting Shakespeare è stato applaudito nei teatri di tutto il mondo. È uno spettacolo che ho studiato a fondo, cercando di assorbire l’energia straordinaria che emana da questo attore e dal suo modo di recitare Shakespeare.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo qualche anno fa. Londra, dicembre 2007. La leggendaria Royal Shakespeare Company recita uno dei massimi capolavori del bardo: Re Lear.

Il protagonista è Sir Ian McKellen, divo planetario per la parte di Gandalf nel Signore degli anelli, ma soprattutto uno dei più grandi attori di teatro shakespeariano viventi. Ian McKellen che interpreta Re Lear è un evento storico, forse l’apice della parabola artistica di un interprete immenso.

Sono venuto apposta dall’Italia per ammirarlo e imparare. Mancano un paio d’ore all’inizio e mi aggiro nei dintorni del New London Theatre. Ho fame, scorgo una minuscola bettola ed entro. Pochi tavolini deserti. Solo un vecchio in un angolo ed io. Sorseggiando un caffè, con la coda dell’occhio osservo il vecchio, barba e capelli lunghi e bianchissimi, folcloristico. Deve essere un clochard, penso. Mangia distratto un piatto di sconfortanti maccheroni inglesi al pomodoro, prendendo appunti su scartoffie stropicciate che ingombrano il tavolino. La verità mi colpisce all’improvviso: è uguale a Gandalf, non è un clochard. È Sir Ian McKellen. E le scartoffie non sono scartoffie. Sono il copione del Re Lear.

Ecco, il leggendario Ian McKellen, che a due ore dall’inizio ancora studia e approfondisce. Potrei mai disturbarlo? Non avrò un’altra occasione come questa, devo provarci, al massimo mi liquiderà.

Mi avvicino con in mano una copia del Re Lear e abbozzo un timido “Excuse me Sir, are you…?” Non mi lascia finire, solleva il capo dal copione, annuisce e con un semplice gesto mi invita a sedere. Emozionato prendo posto e nel quarto d’ora successivo scopro di essere di fronte non solo a un maestro, ma a un grande uomo. Subito si interessa a quello che faccio io in Italia. Si illumina quando mi sente parlare del Piccolo Teatro, dice che la Tempesta di Strehler è il più bello spettacolo shakespeariano che ha visto (detto da lui ha un valore immenso), aggiunge che però gli attori italiani tendono a replicare senza impegnarsi a creare ogni sera.

Mi confida che alcune scelte del regista del suo Lear sono discutibili, aggiungendo “vedrai e capirai”. A un certo punto sfoglia il mio libro di Re Lear, su cui ho fatto alcuni tagli per un workshop con dei ragazzi, e mi dice “Ah.. anch’io ho tagliato questa battuta”. Mi tratta come fossi un suo pari, semplice, diretto, senza un’ombra di supponenza né di falsa modestia. I minuti corrono, mi invita ad accompagnarlo mentre fuma una sigaretta fuori dalla bettola. La conversazione è così spontanea e rilassata che mi sembra di conoscerlo da anni.

È il momento di andare. Gli lancio un “toy toy!” ( in bocca al lupo) e via, lui in camerino, io in platea.

Lo spettacolo è straordinario, McKellen inarrivabile. Un’opera d’arte vivente.

Lo aspetto in strada all’uscita artisti. Non sono il solo. Mi vede da lontano e mi chiama “Christian!” Quando arriva di fronte a me, Sir Ian McKellen, il re degli interpreti, con tono sincero mi chiede “com’è stato?”  e felice di sentirmi farfugliare un impacciato apprezzamento, mi lascia un biglietto a suo nome: potrò tornare a rivederlo il giorno dopo, in un teatro che da mesi è “sold out”».

L’insegnamento artistico e umano di Sir Ian McKellen mi accompagna in ogni nuovo lavoro che affronto. Spero che questo “Shakespeare’s Memories” possa restituire anche solo un briciolo della sua arte.

 

Christian, a sei anni quasi vomitai sul palco durante il primo saggio di danza classica… Da piccola non volevo fare neppure la Madonna per il presepe vivente! Eppure sarò presente nelle Baccanti di Euripide che metteremo in scena per maggio con il Corso di Alta Formazione di quest’anno.

Tempo fa hai detto che gli attori sono spesso timidi. Ma come si fa a contrastare questa timidezza, specialmente nella voce? Come si lavora con la timidezza sul palco? Bastano l’esercizio e l’esperienza?

A volte, sì, gli attori sono timidi e fanno teatro proprio perché è un mezzo per esprimersi ed uscire fuori. A volte, invece, proseguono anche nella vita a fare gli attori e… dipende anche lì, c’è di tutto anche nel mondo degli attori.

Si può lavorare su questa timidezza facendo teatro. L’esperienza permette di fare passi in avanti. Esperienza vuol dire la quantità di ore che passa in scena. Come in tutte le cose, la quantità di tempo permette di fare passi in avanti, non ci sono scorciatoie. È la costanza.

 

Caro Christian, ti ringrazio per la disponibilità e per averci regalato le tue risposte. Non mi resta che chiederti un saluto per i nostri lettori.

Spero di avervi presto a un mio spettacolo, andate sul mio sito che troverete il calendario.

 

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