Eugenio Montale e l’amore

Tutti noi abbiamo sentito, almeno una volta, il nome di Eugenio Montale. Ma chi era davvero?

La sua vita

Eugenio Montale nacque a Genova, nel 1986.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò come ufficiale di prima fanteria. Nel dopoguerra, collaborò con il giornalista Piero Gobetti per poi spostarsi e trasferirsi a Firenze, dove per alcuni anni fu direttore del «Gabinetto scientifico – letterario Vieusseux». Da questo incarico fu, però, cacciato perché non iscritto al partito fascista. Dopo la seconda guerra mondiale assistiamo a un secondo trasferimento: questa volta la città scelta è Milano, lo stesso posto in cui morì, nel 1981, alcuni anni dopo esser stato nominato senatore a vita.

Ma è nel 1975 che viene travolto dall’evento più importante, almeno sotto il punto di vista letterario, della sua vita: il premio Nobel per la letteratura, con la motivazione di aver interpretato con grande sensibilità artistica, valori umani nel segno di una visione della vita senza illusioni.

Inquadrare un autore con un peso culturale così importante è sempre complesso e rischioso ma, nel caso di Montale, riusciamo a farlo in modo abbastanza chiaro grazie ai motivi di fondo della sua poetica. Infatti, quella di Eugenio Montale è un poesia intrisa di una visione pessimistica e desolata della vita: proprio quegli ideali che caratterizzano l’Ermetismo.

L’Ermetismo

La poesia ermetica sorge intorno agli anni Venti e si sviluppa negli anni compresi tra le due guerre.

Il termine “ermetismo”, come l’aggettivo “ermetico”, deriva da Ermete o Mercurio, il dio delle scienze occulte, e fu adoperato in senso dispregiativo a indicare una poesia nuova, concentrata, rarefatta, scarna e allusiva, di oscurità e indecifrabilità (come se fosse una scienza occulta). La poesia ermetica persegue l’ideale della “poesia pura”, libera dalle forme metriche e retoriche tradizionali: essa esprime, nel modo più autentico e integrale, il nostro essere più profondo e segreto.

Si tratta di una poesia diversa, con una tematica peculiare: la solitudine disperata dell’uomo moderno, che si trova a vivere in un mondo incomprensibile, sconvolto dalle guerre, offeso dalle dittature e da ideologie totalizzanti e oppressive. Non è un caso, quindi, che in una poesia come i Limoni Montale spieghi che anche la cosa più modesta, per esempio la vista improvvisa del giallo dei limoni, può offrire allo spirito un momento di gioia.

Il motivo di fondo della poetica montaliana è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui tutto appare senza senso, oscuro e misterioso. Questo è quello che lui stesso definisce il male di vivere.

In questo quadro tragico dell’esistenza, occorrono anche altri elementi: l’amore.

Il motivo amoroso

Le occasioni, la seconda raccolta di poesie di Eugenio Montale, viene pubblicata nel 1939 e comprende cinquanta componimenti. In essa, Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata: amori, incontri, donne, come ulteriori esemplificazione del male di vivere.

Il male di vivere è, per esempio, in Dora Markus, una donna che il poeta ha conosciuto a porto Corsini presso Ravenna. Inizialmente, Dora ci appare nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d’avorio, racchiuso nella borsetta. Successivamente, è rappresentata nella sua casa di Carinzia, ripresa dalle abitudini casalinghe, ignara delle persecuzioni naziste e della guerra.

Ma la grande ispiratrice di Montale è Annetta (o Arletta), la donna crepuscolare. I due si conobbero e frequentarono durante la gioventù e, ben presto, lei entrò nella poesia di Montale (oltre che nel suo cuore).

Nel 1932, Montale decide di omaggiarla con un componimento: “Casa dei doganieri” (ve ne lasciamo un piccolo estratto), in cui il poeta ricorda la casa a strapiombo sulla scogliera: il luogo dei suoi incontri con la donna amata.

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Quel ricordo è vivido, sì, ma solo in lui: la donna, travolta da altre vicende, ha dimenticato. In questo modo, la rievocazione del passato si risolve in una conferma della solitudine umana.

Un piccolo amore clandestino

Nel 1933 il nostro poeta incontra, a Firenze durante un viaggio estivo, Irma Brandeis e nasce una storia d’amore destinata a termine definitivamente nel 1938.

File:IrmaBrandeis1926.png - Wikimedia Commons

Peraltro, questo amore sboccia contemporaneamente alla relazione tra Montale e Drusilla Tanzi (la sua futura moglie), la quale si sarebbe imposta per stroncare il rapporto tra Eugenio e la Brandeis.

Nel 1939 si interrompe anche il loro intenso scambio epistolare, poiché Montale perde l’ultima possibilità di imbarcarsi per raggiungerla negli Stati Uniti.

Montale, in realtà, non fa altro che idealizzare ed innalzare poeticamente la figura di Irma, descrivendole come colei in grado di donargli la capacità di affrontare i drammi della vita: guardate, in questo momento, quanto è forte il richiamo alla famosa donna angelo della tradizione stilnovista.

Leggiamo la parte finale di una poesia a lei dedicata: la Bufera, prima poesia della raccolta Finisterre.

Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.

Questo è solo un piccolo estratto di un componimento in cui si alternano le immagini di una bufera e, poi, di una donna. Questa donna, protagonista della strofa qua presente, sembra essere la sola capace di salvare l’uomo. Come facciamo a dirlo?

Perché questa accezione salvifica è chiaramente espressa dalla sua gestualità: lo spostare i capelli dal viso (un’azione così delicata e dolce che si tramuta subito nella volontà di liberare la mente dalle preoccupazioni) e il saluto prima di scomparire in quel buio che, ovviamente, altro non è che la vita umana.

Satura

Giungiamo, ora, all’ultima raccolta poetica: Satura (1971), che comprende una serie di colloqui con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata. Questa figura femminile è importante, molto, al punto tale che a lei sono dedicate due sezioni della raccolta: Xenia I e Xenia II.

Tra queste due sezioni, compare la poesia più celebre di Montale: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

In questo componimento, i protagonisti sono due: Eugenio Montale e la sua amata Drusilla Tanzi, con la sua forte miopia e i suoi occhiali spessi che le hanno causato il soprannome di “Mosca“.

File:Tanzi Montale.jpeg - Wikipedia

La donna non c’è più, ma ciò che ancora forte e vivo è il ricordo e l’amore che il poeta continua a nutrire per lei.

Altre donne presenti nelle liriche

Possiamo dire che, per ciò che concerne la tematica amorosa, questi sono i personaggi principali e che maggiormente hanno influito sul lavoro di questo grande autore.

In realtà, il quadro è molto più complesso poiché ulteriori studi ci hanno comunicato la presenza di altre donne nella lirica (e conseguentemente nella vita) montaliana come, per citare solo un piccolo esempio, Maria Luisa Spaziani.

Una poetessa che, nel 1949, ebbe la fortuna di incontrare Montale durante una conferenza del poeta al teatro di Torino. Inizia, in questo modo, una forte frequentazione, nutrita soprattutto da argomenti culturali e intellettuali, che ha portato a un’affettuosa amicizia.

La mamma è sempre la mamma

Per ultima, ma non meno importante: sua madre. Come poteva Montale non dedicarle nemmeno un componimento?

Concludiamo l’articolo lasciandovi alla lettura della poesia intitolata A mia madre.

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto di una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;

e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.