Lingua

Il potere della lingua: etichette e pregiudizi

La lingua è lo strumento comunicativo per eccellenza, il più utilizzato e il più completo. Forse proprio l’impiego costante e quotidiano che ne facciamo oscura la complessità e le potenzialità che la lingua possiede, le sue infinite sfumature, la capacità implicita ma dirompente di variare la realtà che ci circonda. Secondo alcune teorie, il linguaggio infatti non è solo lo strumento verbale e scritto che impieghiamo per descrivere il mondo, ma è in grado di plasmarlo, di fargli assumere significati nuovi o mantenere invariati paradigmi secolari, tutto nella semplice ma rivoluzionaria variazione di una parola.

Differenze tra lingue, differenze tra prospettive

Studiando le differenze tra i vari sistemi linguistici, molto può essere dedotto a proposito delle diversità culturali che intercorrono tra i parlanti. Emblematico è l’esempio del giapponese, in cui l’assenza di tempi verbali in grado di descrivere gli avvenimenti futuri è sintomo di una concezione molto più fluida dello scorrere del tempo rispetto alle culture occidentali.

Gli esempi di differenze tra stilemi fondamentali potrebbero moltiplicarsi: per coinvolgere lingue che ci siano più familiari basterà citare il caso dell’inglese, che utilizza la medesima parola per isprimere il sentimento amoroso e l’affetto tra amici o parenti. Diversamente rispetto ai parlanti italiani, i nostri cugini d’oltremanica segnalano con il romantico “I love you” tanto il sentimento che lega una madre a un figlio, due amici, o un padrone a un animale domestico a cui è molto affezionato, tanto il legame che intercorre tra due innamorati; è il contesto a fornire diverso valore alla frase.

Se è vero che la lingua è il frutto di un’evoluzione lunga e ricca di contaminazioni, è impensabile proporre queste differenze tra espressioni come sole casualità ed è invece importante notare e comprendere il legame con le abitudini socio-culturali di un popolo dal quale derivano. La lingua può essere dunque uno strumento di grande interesse attraverso il quale osservare e comprendere la postura culturale della popolazione che ne fa uso, le sue abitudini, i suoi atteggiamenti, gli stigmi che la contraddistinguono.

Lingua e stigmi: il caso della schizofrenia

Negli scorsi mesi, alcuni studi hanno sollevato una complessa discussione linguistica a proposito della schizofrenia.  Secondo alcuni esperti il nome della malattia mentale sarebbe generatore di forti stigmi e variare la sua denominazione potrebbe costituire il primo passo verso un rapporto con i malati meno corrotto dai pregiudizi. “Schizofrenia” deriva dai nomi greci schìzein (scindere) e phrén (mente) ed è tradotto in modo molto simile in tantissime lingue. Il termine ha ovviamente una specifica definizione medica, coniata per la prima volta nel 1908 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, che va a descrivere una serie di disturbi nella strutturazione del pensiero, nell’affettività, nella relazione con l’ambiente circostante.

Al di là della specificità clinica del termine, nel corso del tempo “schizofrenia” è entrato sempre di più nell’uso quotidiano, spesso con connotazione fortemente negativa e stigmatizzata, per indicare persone violente che vanno isolate proprio in virtù della loro imprevedibilità manesca. La parola “schizofrenia” si è dunque usurata a tal punto da diventare veicolo di un pregiudizio dirompente che talvolta va a minare la salute mentale stessa dei pazienti che soffrono di questa condizione psichica.

Davanti a queste difficoltà nella concezione e nel rapporto della società con la malattia, la rivista Schizophrenia Research ha sottoposto 1200 persone, tra pazienti, politici, scienziati e familiari di persone malate, a un questionario in cui si chiedeva se si fosse o meno favorevoli a un cambio di nome della schizofrenia, invitando anche a proporre delle soluzioni più neutre. Ben il 74% degli intervistati si è detto favorevole all’adozione di un nuovo termine. Tra le definizioni più accreditate, anche se nessuna gode di una maggioranza schiacciante sulle altre, il questionario ha evidenziato “disturbo di percezione alterata”, “disturbo di integrazione”, “sindrome di Bleuler”.

Parole che diventano etichette

Il caso della schizofrenia non è certamente l’unico esempio che si può citare quando si parla di pregiudizi perpetrati e radicati nella società attraverso la lingua. L’utilizzo di parole generalizzanti e poco precise poste lì a definire univocamente la complessità di un gruppo sociale o di una condizione è una pratica piuttosto comune in tutte le lingue del mondo. Il bisogno di trovare una sintesi efficace per esprimere brevemente una precisa situazione è ovviamente alla base di qualsiasi struttura comunicativa e sarebbe impensabile proporre ogni volta delle lunghe perifrasi per sostituire l’agilità e l’incisività della singola parola. D’altra parte però ciascuna parola ha un suo specifico significato e, se non si vuole allungare la propria elucutio con pedanti definizioni, almeno ci si potrebbe sforzare di utilizzare di volta in volta i termini giusti.

“Clandestino” non significa “migrante”; “depresso” non significa “triste”; “disabile”, “paraplegico”, “psicopatico” non rendono giustizia alla complessità umana che va ben oltre una condizione di disabilità mentale o fisica. La cattiva gestione di un termine con un significato preciso è uno degli atteggiamenti che si rimproverano alla stampa di oggi, che spesso piega le parole alle proprie necessità comunicative, talvolta dichiaratamente politiche, senza tenere conto delle conseguenze che queste possiedono nella rappresentazione sociale delle categorie che tanto sbrigativamente etichettano.

Il pregiudizio attraverso la lingua: l’italiano è una lingua maschilista?

Tra le varie posizioni sulla lingua, la più conosciuta è forse quella dei movimenti femministi, che ritengono problematica una lingua che non si adatti al femminile, troppo povera o troppo maschile per poterne sondare e rendere gli impulsi, le peculiarità, le professioni.

L’italiano costituisce un esempio facile e lampante di questa asimmetria tra generi. Per indicare termini neutri (nell’ipotesi, ad esempio, che ci dovessimo riferire a una persona senza conoscerne il sesso) l’italiano è solito usare il genere maschile, così come al maschile vengono generalmente declinati anche i termini collettivi.

Schwa
schwa

Per evitare questa casistica della lingua italiana alcuni movimenti femministi hanno proposto l’impiego dello schwa, il simbolo fonetico che serve per indicare una vocale intermedia. La pronuncia dello schwa, molto nasale e indistinta, andrebbe dunque a eliminare la connotazione prettamente maschile che l’italiano è solito affidare ai neutri.

Per tali movimenti il maschilismo della lingua italiana però non passa solo attraverso espedienti grammaticali. Riflettiamo su queste coppie di termini: cameriere/cameriera; professore/professoressa; sindaco/sindaca; ministro/ministra; presidente/presidentessa; un buon uomo/una buona donna.

La percezione passa all’indifferenza più completa nella lettura delle prime coppie, a qualche dubbio sulle successive, fino all’evidente significato colorito del secondo termine nell’ultimo accostamento; infatti, come parlanti italiani abbiamo abituato l’orecchio a sentire alcuni nomi, specialmente definizioni delle cariche più alte, declinati solo al maschile e percepiamo con un altro significato la loro resa al femminile, e a volte  la declinazione femminile di alcune espressioni sfocia nella trivialità.

Questo evidenzia come il problema spesso non stia nella grammatica, quanto nella semantica e nella percezione culturale dei termini.

Non sono solo parole

Alla luce di queste considerazioni diremmo che il famoso detto “le parole feriscono più della spada” ha colto in pieno una verità un po’ implicita delle potenzialità di una lingua. Una delle soluzioni è in parte quello che stanno tentando di fare gli esperti con il termine schizofrenia: davanti a una parola inadeguata si attivano per allargare un uso più consapevole del termine. Come sempre però, per ricorrere a un altro motto della saggezza popolare, è tutto “più facile a dirsi che a farsi”. La variazione di un termine o di un’abitudine grammaticale fortemente radicati negli atteggiamenti linguistici di una società non è un obiettivo facile da raggiungere, specie quando il bisogno di un cambiamento è percepito solo da alcuni gruppi specifici.

Molti sono gli studi che dimostrano come l’utilizzo scorretto di certe etichette o la tendenza grammaticale di alcune lingue possano influire negativamente nella rappresentazione di certe condizioni sociali. Lo ricordano le denunce dei malati di schizofrenia e lo sottolinea un articolo pubblicato sulla rivista Cognitive science nel 2010, che afferma come uno squilibrio di genere nella lingua possa perpetrare la mancata uguaglianza tra maschi e femmine nella società.

Partendo dall’assunto che la lingua non sia un’entità conclusa e perfetta, ma al contrario un atomo instabile pronto a reagire con i nuovi bisogni delle società che rappresenta, forse non è poi una così indicibile mostruosità l’idea di proporre un rinnovamento. Il termine “professoressa” non era attestato prima del 1881 e oggi è perfettamente accettato da tutta la comunità linguistica italiana. Non è dunque impossibile pensare che nel giro di una decina d’anni si percepiranno come naturali espressioni oggi controverse come sindaca”, “malattia di Beuler” al posto di “schizofrenia”, “persona con disabilità” invece che “tetraplegico” o “down”. Formare una lingua inclusiva potrebbe rivelarsi il primo passo per plasmare una concezione del “diverso” meno stigmatizzata e discriminante.


FONTI

Cognitive science. A multidisciplinary journal, 34, 2010, pp. 1452-1482

Il Post

Università di Roma

Today.it

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