No Tav

Tav o non Tav, questo è il dilemma

Erano i lontani anni ’90 quando per la prima volta in Italia l’acronimo Tav è comparso nelle pagine dei giornali e nel dibattito politico. “Treni ad alta velocità subito o sarà tardi” titolava l’edizione de La Stampa il 15 ottobre 1991, ricordando ai cittadini come l’allora linea Torino-Lione fosse ormai satura. Più di 30 anni più tardi, la grandiosa opera pubblica della Tav è ancora ben lontana dalla sua inaugurazione.

L’acronimo Tav significa propriamente Treno ad Alta Velocità, ma nel nostro Paese la sigla ha assunto il più specifico significato di “Linea Torino Lione”, per indicare la rete ferroviaria per mezzi e persone che dovrebbe collegare il capoluogo piemontese e la città francese.

In realtà, a voler essere precisi, il progetto non risponde del tutto legittimamente alla denominazione di Alta Velocità. Il binario, in parte sotterraneo, che con tanta fatica sta sorgendo tra la nostra Torino e i cugini d’Oltralpe non sarebbe in grado di raggiungere i 250 km/h per il trasporto passeggeri, velocità che sarebbe invece richiesta a una vera e propria AV. L’infrastruttura italiana, una volta in funzione, ferma le sue promesse ai 220 km/h.

Anatomia di un’opera pubblica

Al di là dei tecnicismi, l’acronimo Tav è entrato nel linguaggio della politica e dei media per indicare il tratto italo-francese di una più ampia infrastruttura ferroviaria che dovrebbe collegare Lisbona a Kiev.

Il progetto prevede la costruzione di una ferrovia di 235 km che affiancherebbe quella già esistente. Tre sono i tratti che definiscono la linea: tra Susa e Bussoleno la ferrovia sarà di competenza di Rete Ferroviaria Italiana, la parte tra Saint Jean de Maurienne e Lione sarà amministrata dalla società ferroviaria francese Sncf, mentre la società Tunnel Euralpin Lyon-Turin (Telt) si occuperà della tratta Susa-Saint Jean de Maurienne.

Proprio il tratto a cavallo tra i due Paesi, lungo 65 km, è stato nel corso degli anni il protagonista dei più accesi dibattiti e proteste. Il progetto iniziale vorrebbe la costruzione di un’imponente traforo a due canne, ossia una galleria per ciascuna direzione del binario, che passi sotto le Alpi e colleghi con maggiore facilità e senza sprechi di tempo la stazione piemontese di Bussoleno a quella internazionale di Saint Jean de Maurienne. Con i suoi 57.5 km di lunghezza – 45 francesi e 12,5 italiani – il tunnel sarebbe uno dei più lunghi al mondo.

Il dibattito politico

La Tav ha attirato su di sé l’attenzione del dibattito pubblico, trasformandosi anche in una bandiera di partito, se si pensa al grande vigore con cui il Movimento 5 Stelle si è opposto alla realizzazione dell’opera. Nel 2019 il Governo Conte I aveva rischiato di vacillare a causa della mozione del Ministro pentastellato Patuanelli, che aveva avviato una raccolta firme per bloccare la costruzione dell’opera.

Patuanelli
Stefano Patuanelli

Il tentativo non aveva avuto successo: lo stesso premier Giuseppe Conte aveva allora affermato che lo stato d’avanzamento dei lavori non permetteva di fare marcia indietro. A distanza di un paio d’anni, le dichiarazioni del presidente del Piemonte Alberto Cirio, secondo il quale la Tav sarebbe un necessario cambio di mentalità, riaccendono l’attenzione sull’infrastruttura. Ma quali sono gli argomenti a favore e a sfavore della tanto discussa ferrovia?

Perché sì?

Nonostante il nuovo binario non possa raggiungere le velocità caratteristiche dell’AV, fermandosi addirittura ai soli 120 km/h per il trasporto merci, i promotori dell’opera sono convinti che l’infrastruttura possa comportare un netto miglioramento del collegamento strategico tra Francia e Italia. Paradossalmente, sarebbe soprattutto il trasporto merci a beneficiare della Tav: i beni che viaggiano su rotaia non necessitano di grandi velocità, ma di un servizio efficiente e completo di vagoni molto lunghi – almeno 750 metri – e sufficientemente pesanti. Tali caratteristiche non sarebbero garantite dalla linea attuale, che andrebbe dunque sostituita.

La diminuzione dei tempi di percorrenza sarebbe garantita inoltre dalla riduzione delle pendenze della nuova ferrovia, che permetterebbe di passare dalle inclinazioni del 30 per mille di alcuni tratti dell’attuale binario a un più affrontabile 12 per mille. Inoltre il tracciato della nuova linea sarebbe decisamente più rettilineo rispetto alla vecchia ferrovia, abbassando ulteriormente le ore di viaggio che separano Torino da Lione.

A questi elementi si aggiunga il fatto che, secondo alcuni, l’attivazione della Tav permetterebbe di eliminare parte del trasporto merci sui grossi camion che affollano l’A34 nel tratto che solca la Val di Susa, con importanti ricadute positive sul piano ambientale.

Ultimo, ma non per importanza, punto a favore dell’opera riguarda i risvolti occupazionali legati alla stessa: si stima che la Tav potrebbe dare lavoro a 2000 persone, mentre altre 4000 saranno occupate nell’indotto.

Perché no?

Mettere d’accordo tutti è un’impresa che pochi possono vantare di aver portato a termine con successo. Così anche la Tav è stata a più riprese investita da un’ondata di critiche e proteste che hanno coinvolto tanto la politica quanto la popolazione. Secondo i suoi oppositori la Tav sarebbe un’opera inutile: il collegamento tra la Val di Susa e Lione esiste già ed è costituito dalla vecchia linea ferroviaria ammodernata nel 2010 e dall’A34. Inoltre il tratto non sarebbe affatto così frequentato da giustificare una nuova ferrovia. Risale infatti al 2004 la soppressione di alcuni treni verso Lione, resa possibile dallo scarsissimo numero di persone che ogni giorno praticava la tratta, mentre un rapporto del Dipartimento Federale dei Trasporti svizzero ricorda come anche il trasporto merci tra Francia e Italia è in costante diminuzione da anni.

L’analisi di una commissione ministeriale presieduta da Marco Ponti sui costi e benefici della Tav ricorda inoltre come l’infrastruttura non sarebbe per nulla conveniente allo Stato italiano, non essendo in grado di assicurare una maggiore economicità del trasporto su strada.

Convertire il trasporto merci dai Tir alle rotaie è un’impresa riuscita per il momento soltanto agli svizzeri, dopo una grossa tassazione dei camion impegnati nella dislocazione dei beni. Così anche l’impatto benefico che l’opera avrebbe sull’ambiente potrebbe ridursi solo a delle non poi così allettanti tasse da pagare per i camionisti.

Inoltre, secondo gli abitanti dei luoghi che sono toccati dalla nuova tratta ferroviaria, l’opera avrebbe un impatto sul territorio insostenibile che potrebbe cambiare la fisionomia della Val di Susa, zona già solcata dall’autostrada e dall’intreccio di diversi binari.

La reazione della popolazione: i No Tav

Le ragioni per cui appoggiare la Tav sono molteplici, puntualmente smentite dagli oppositori dell’opera. Probabilmente è impossibile stabilire con univocità la correttezza di una o dell’altra posizione: troppo complesse e imprevedibili sono le ragioni in gioco, più o meno valide a seconda del punto di vista che si sceglie di adottare. Se dalla parte degli ultimi Governi la Tav rimane un’opera fondamentale per rilanciare l’Italia a livello internazionale, gli abitanti della Val di Susa lamentano lo scempio della loro terra in virtù di un’opera dal costo insostenibile.No Tav

Diverse sono le manifestazioni organizzate dagli abitanti dei comuni toccati dalla Tav: si tratta per lo più di proteste pacifiche atte ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla loro causa. Attenzione che evidentemente sono riusciti a ottenere e che, altrettanto chiaramente, non ha attirato le simpatie dello Stato. I processi contro manifestanti No Tav si susseguono ormai da anni tra discutibili capi d’accusa e condanne troppo severe.

Accanimento giudiziario?

Lo scorso gennaio Dana Lauriola, cittadina residente a Bussoleno, è stata condannata a 2 anni di detenzione a seguito di una manifestazione pacifica sull’A34, durante la quale i No Tav avevano bloccato il passaggio del casello, permettendo alle auto di defluire gratuitamente. Per una ventina di minuti, durata complessiva della manifestazione, Lauriola espose le ragioni della protesta con un megafono.

Il minimo della pena per reati di questo genere ammonta a 15 giorni di carcere: siamo molto lontani dai 2 anni accordati a Dana Lauriola, per la quale sono state riconosciute diverse aggravanti. Ma l’aggravante che più di tutte può aver influito sul giudizio del tribunale di Torino rischia di essere proprio l’appartenenza di Lauriola al movimento No Tav.

Per anni questo movimento popolare nato in Val di Susa è stato stigmatizzato e rappresentato come violento dai media, nonché fatto oggetto di un certo accanimento giudiziario nelle aule dei tribunali. Basti pensare che Dana Lauriola, pur incensurata, si è vista privare della possibilità di richiedere i domiciliari. Alla fine, dopo sette mesi di detenzione, la No Tav di Bussoleno ha ottenuto di poter passare il resto della pena tra le mura domestiche, ma si tratta comunque di una giustizia mutilata.

Il caso Lauriola

I domiciliari concessi a Lauriola sono  particolarmente restrittivi ed espongono la 39enne della Val di Susa a valutazioni giudiziarie pericolosamente arbitrarie. I giudici hanno ritenuto di classificare Dana Lauriola come ancora potenzialmente pericolosa, in quanto non ha mai ritrattato le sue posizioni contro la Torino-Lione. Proprio per questo il tribunale di Torino ha vietato a Lauriola di frequentare altri simpatizzanti No Tav, con la minaccia di ricondurla in carcere se questo dovesse accadere.

TribunaleIl problema è che il movimento No Tav non è un’associazione organizzata che preveda dei precisi sistemi di tracciamento dei partecipanti, come un tesseramento o il pagamento di una quota d’iscrizione. In questo modo Lauriola si è vista costretta a comprare un appartamento fuori dalla Val di Susa per scontare i suoi domiciliari, in modo da non correre il rischio di essere scoperta a frequentare (mentre compie le poche commissioni concesse dai domiciliari, come fare la spesa) un soggetto ritenuto potenzialmente coinvolto nel movimento No Tav.

Anche Amnesty International aveva lanciato l’allarme a proposito del caso Lauriola: il portavoce italiano Riccardo Noury aveva specificato che

esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana Lauriola è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali.

Qualche violenza di troppo

Episodi violenti hanno effettivamente macchiato nel corso degli anni le manifestazioni No Tav. Nel luglio del 2020, per esempio, alcuni simpatizzanti del movimento hanno lanciato dei chiodi sulla A34 per bloccare alcune auto della polizia.

Dall’altra parte anche le forze dell’ordine hanno ceduto a reazioni esagerate per fermare e scoraggiare le manifestazioni No Tav: risale all’aprile 2021 il ricovero di Giovanna Saraceno, colpita al volto da un fumogeno lanciato dai poliziotti durante una manifestazione pacifica.

Sulla Tav e sul movimento piemontese che chiede a gran voce la cancellazione del progetto sembra essersi addensata una fitta nube di indecisione, violenza ingiustificata e toni esasperati che non contribuisce a mettere ordine nell’opinione pubblica riguardo all’opera. Le numerose analisi costi-benefici sono spesso contraddittorie, alimentando dissenso e scontri tra posizioni contrastanti. Il magniloquente progetto della Tav continua ad aspettare di portare a termine quel suo iniziale obiettivo di “unire l’Europa”, mentre di fatto, per ora, ha solo contribuito a dividere l’Italia.

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