“Sto pensando di finirla qui” e il cinema come redenzione

07Della carta da parati floreale, una tenda mossa dal vento, una macchina da cucire abbandonata su un tavolo. Una voce fuori campo femminile ci accompagna attraverso le stanze di quella che sembra essere una tipica residenza americana, ma dove ci troviamo veramente?

La memoria come filone narrativo

Inizia così la tappa finale del viaggio redentivo di Jake (Jesse Plemons), anima tormentata che cerca di raggiungere la liberazione da un’esistenza che lo sta lentamente consumando. Già dal suo primo lungometraggio Synecdoche, New York Charlie Kaufman ha mostrato come fosse possibile  indagare i meandri della mente infiltrandosi in modo sempre più ingombrante tra i conflitti interiori e le insicurezze del genere umano.

La memoria è uno dei temi più cari al cineasta americano che viene sviluppato anche nel suo secondo lungometraggio Sto pensando di finirla qui. Un film complesso, duro e a tratti inquietante che ribalta le strutture narrative del cinema tradizionale conducendo lo spettatore in un viaggio sospeso tra una dimensione onirica e la realtà materiale. I due piani si intersecano e  compenetrano a vicenda fino a fondersi creando un universo nuovo che contraddistingue l’immaginario filmico di Kaufman.

Inizialmente la narrazione sembra essere lineare, ma col passare del tempo assumerà toni sempre più inquietanti, al limite del grottesco. Lo spettatore è portato a pensare che la protagonista sia Lucy (Jessie Buckley), una ragazza apparentemente normale, ma tormentata da pensieri negativi. Cos’è realtà e cos’è finzione? Il legame tra i due personaggi è suggerito fin da subito in quanto Jake sembra percepire i pensieri della ragazza.

Atto I: Lucy

Im Thinking Of Ending Things. Jessie Buckley as Young Woman in Im Thinking Of Ending Things. Cr. Mary Cybulski/NETFLIX © 2020

Già dalla prima inquadratura di Sto pensando di finirla qui ci troviamo nella mente del protagonista: il confine tra realtà e immaginazione è molto labile e forse solo la sequenza finale, quella in cui Jake decide di finirla qui, può essere considerata come rappresentazione autentica della sua esistenza. Quest’ultimo diventa una sorta di demiurgo con il potere di creare, ma al tempo stesso di distruggere. L’unica cosa reale sono i suoi pensieri poiché con quelli non si può fingere.

Il film può essere suddiviso in tre grandi macrosequenze in cui i dialoghi assumono un peso molto ingombrante. Durante la prima di queste lunghe conversazioni Kaufman decide di presentare il personaggio di Lucy il cui nome significa “portatrice di luce”. Questa scelta potrebbe essere interpretata in quanto la ragazza idealizzata da Jake incarnerebbe, oltre che la salvezza, la sua unica fonte di felicità.

Molti sono gli argomenti che i due personaggi affrontano nei loro discorsi, dalla filosofia alla scienza, dal cinema alla letteratura. William Wordsworth scrisse una poesia su una donna di nome Lucy, una donna bellissima e idealizzata che muore giovane. Il riferimento nei confronti delle tante donne che Jake ha sempre desiderato ma che non è riuscito ad avvicinare è palese. Lucy, che nel corso del film subisce dei cambiamenti sia nel modo di vestire che nel modo di raccontarsi si chiama Lucy, Lucia, Louisa o Amy? –, è il risultato di questa ibridazione idealizzata.

Una solitudine travestita da moglie

Jake a tal proposito cita una delle frasi più celebri di Wordsworth Il bambino è padre dell’uomo dalla poesia My Heart Leaps Up. Non è un caso se si pensa al fatto che alcune delle caratteristiche e dei traumi infantili che Jake ha sviluppato si sono radicati nella mente fino all’età adulta. Forse il suo rimpianto più grande è quello di non aver saputo mantenere la spensieratezza e la genuinità lasciando posto al dolore. Anche Lucy dice di aver scritto una poesia dal titolo Ossa di cane in realtà della scrittrice Eva H.D. –. La solitudine, la delusione e il disprezzo nei confronti di una vita che non è come ci si aspetta trapelano dalla sua voce spezzata.

Una solitudine travestita da moglie che ti aspetta, tornare a casa è terribilmente desolante, le nuvole, così come sono, sono sospette. Sono diverse da quelle che ti sei lasciato alle spalle.

Le nuvole di cui parla sono forse le donne che Jake desiderava? Tutte diverse tra di loro così come si sente lui, diverso.

Atto II: la mente

Im Thinking Of Ending Things. Jessie Buckley as Young Woman in Im Thinking Of Ending Things. Cr. Mary Cybulski/NETFLIX © 2020

La parte centrale di Sto pensando di finirla qui (che dura circa 60 minuti) si svolge all’interno della casa dei genitori di Jake. Qui la narrazione assume le sembianze di una pièce teatrale, altro tema centrale del film. La casa con le sue pareti, scale e corridoi può essere considerata come metafora del subconscio di Jake in cui ogni stanza rappresenta un meandro della sua mente. La “vecchia camera di Jake da bambino” incarna il suo periodo infantile ed è di conseguenza quella più pura e ordinata.

Al contrario quella che Jake ha addirittura paura di aprire perché ricca di ricordi spiacevoli, fallimenti, rimpianti, è la cantina. Vieta anche alla stessa Lucy di entrare proprio perché in questo modo esporrebbe il suo lato più debole e la farebbe entrare nella zona della sua mente più profonda ed intima che solo lui può ma non vuole far riaffiorare: i quadri che dipingeva da ragazzo e quindi la passione per l’arte mai coltivata, le sue divise da lavoro che mostrano la noia e la ripetitività del suo mestiere, sono solo alcuni dei fallimenti che il protagonista ha compulsivamente gettato negli abissi più profondi della sua mente.

Un’altra presenza importante è quella del cane, che si scoprirà essere morto già quando il protagonista era un bambino. Il movimento continuo che ripete durante le sue bevi apparizioni probabilmente è uno dei pochi ricordi visivi che ha Jake e che quindi viene reiterato all’infinito creando una forte sensazione di inquietudine.

Il tempo non esiste

Im Thinking Of Ending Things. David Thewlis as Father, Toni Collette as Mother in Im Thinking Of Ending Things. Cr. Mary Cybulski/NETFLIX © 2020

I genitori hanno un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama e in generale nei risvolti psicologici di Sto pensando di finirla qui. Questi durante la serata assumono sembianze diverse passando dall’essere degli adulti di mezza età, ad anziani tormentati da malattie e fastidiosi disturbi alle orecchie ed infine una giovane coppia di coniugi tipicamente americana con abiti stile anni ’50.

Essendo intrappolati nella mente del protagonista è come se lo spettatore fosse circondato da pensieri, ricordi e sensazioni. Questi non sono né chiari né lineari: per questo motivo quando si passa da un piano temporale all’altro i ricordi di Jake sono confusi e mescolati. Il nostro cervello non ha un metodo specifico per farli riaffiorare ma emergono senza una logica. La memoria è un luogo in cui sono collocate le esperienze che possono essere evocate attraverso i nostri ricordi. Questo fenomeno può essere connesso alla filosofia di Leibniz secondo cui la memoria è da considerare come la “ritenzione globale delle esperienze e dei pensieri passati che, se solo volta a volta vengono portati alla coscienza, sono pur tuttavia sempre tutti presenti.

I significati semantici

Le simbologie che permeano ogni minuto di Sto pensando di finirla qui possono essere trovate anche nelle cose apparentemente più futili: il maiale è una di queste. Inizialmente senza significato è in realtà metafora della condizione esistenziale del protagonista. Simbolo fin dall’antichità menzionato anche da Omero nell’Odissea rappresenta la fertilità e la ricchezza (la scrofa è associata alla Grande Madre) ma anche la voracità e l’ingordigia. Il maiale può quindi assumere una duplice valenza: da un lato c’è la figura materna che – mangiata viva dai vermi – non è stata in grado di prendersi cura del figlio (può essere difficile crescere in una fattoria). Dall’altra può incarnare lo stesso Jake proprio perché il maiale è simbolo di sporcizia e malessere come lui, un rifiuto, qualcosa destinato ad essere eliminato.

Non è male, quando smetti di provare pena per te stesso (…) qualcuno deve essere un maiale infestato dai vermi, no?

Atto III: la redenzione

La scena finale di Sto pensando di finirla qui è senza dubbio quella drammaturgicamente più intensa, durante la quale emergono tutte le verità e viene sciolta ogni incertezza. Il tema del teatro e del palcoscenico collegato a sua volta al tema del doppio  è un altro spunto fondamentale per l’interpretazione del film.

In un teatro colmo di spettatori Jake si esibisce su un palcoscenico davanti a tutte le persone che ha incontrato nel corso della sua vita. Kaufman sta forse facendo un paragone con il cinema stesso? Tutto ciò che vediamo sullo schermo è finzione, così come la realtà che si è costruito e a cui ha aspirato Jake per tutta la vita. È una sorta di catarsi, come se la morte fosse la tanto desiderata liberazione dai drammi che ha dovuto subire durante la sua esistenza e da cui nessuno è riuscito a redimerlo.

La canzone che canta tratta dal musical Oklahoma! è significativa per comprendere a pieno il significato simbolico del film. Una denuncia esplicita del protagonista che sta forse salutando tutti i suoi conoscenti, consapevole del suo destino, oppure è il momento in cui confessa loro il proprio dolore.

E mi siedo da solo come una ragnatela sullo scaffale, da solo in una stanza solitaria (…) E tutte le cose che desidero, appaiono come voglio che siano.

Il teatro come catarsi

La sequenza precedente mostra un’emozionante esibizione tra i corridoi della scuola di una coppia di ballerini identici a Jake e Lucy. Così come tutto il film si è rivelato una finzione, ci viene mostrata come sarebbe potuta essere la vita del protagonista se non si fosse fatto opprimere da rimpianti, insicurezze e paure. Il matrimonio, culmine della felicità e della realizzazione personale per eccellenza in alcune culture, viene interrotto da un’altra figura, quella del bidello, una presenza  finora costante ma silenziosa. Ci troviamo di fronte ad uno sdoppiamento. Il Jake adulto fallito e colmo di tristezza e rabbia interrompe bruscamente il suo stesso lieto fine uccidendo (teatralmente) il suo doppio, colui che al contrario è riuscito a condurre la vita che ha sempre desiderato e che Jake non ha avuto il coraggio di vivere.

Un estremo atto di speranza verso la vita dopo la morte. È così che Kaufman decide di mostrare le fragilità del genere umano. Il cinema diventa mezzo per rappresentare quanto possa essere difficile sfuggire dai ricordi arrivando a costruirsi una realtà fittizia, illusoria, in cui è rassicurante vivere poiché tutto è come lo si desidera. Forse è proprio questo Sto pensando di finirla qui: un rifugio, una realtà perfetta nella sua imperfezione dove Jake è riuscito a trovare la pace.

Forse guardo troppi film, riempiendomi il cervello di bugie per passare il tempo in un battito di ciglia che dura lunghissimi minuti.

 

CREDITI

Copertina – Media Center Netflix

1Immagine – Media Center Netflix

2Immagine – Media Center Netflix

3Immagine – Media Center Netflix

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