Gorillas

La corsa di Gorillas, cosa ci dice sul mondo del delivery

“No pasarán”, “Gorillita’s upset”, e ancora, ”workers on street”, così recitavano diversi cartelli e striscioni per le strade di Berlino nelle mani dei riders che a inizio ottobre hanno scioperato contro l’applicazione tedesca per le consegne a domicilio. Manifestazioni messe in atto dalla forza lavoro del “magazzino” di Gorillas  che rivendicano un pagamento equo per tutti i lavoratori insieme a un equipaggiamento sicuro, e che si susseguono quasi ordinariamente, dal 2018 ad oggi, con l’intento di ottenere più tutele.

Il fatto

La giovane start up Gorillas, con sede nella capitale della Germania, ha lanciato il suo servizio di delivery in piena pandemia e si sta candidando a diventare un nuovo modello di business delle consegne a domicilio in tutta Europa. Il motto dell’applicazione Ti portiamo la spesa in 10 minuti lancia una nuova sfida per la concorrenza, mostrando di essere al passo con i tempi – e al tempo stesso di superarli – attraverso un’immagine tutta basata sulla velocità, proponendosi come la miglior offerta su un mercato sempre più vasto e vario. Basta pagare 1,80 euro di spese di consegna, aspettare dieci minuti e aprire la porta al suono del campanello. Tempi di consegna così rapidi esigono però un buon lavoro a livello logistico.

La neonata azienda, che si sta espandendo così rapidamente, non sembra risolvere le problematiche già esistenti nel settore. Chi lavora come rider sembra dover rispondere, difatti, a un fantasma, la “app”, quell’entità che è l’Applicazione. Ma come sono materiali le consegne da trasportare, gli ordini da portare a destinazione e i chilometri da percorrere, così si rendono sempre più visibili i meccanismi e le falle. “Ci sono molti problemi”, ha dichiarato la rider di Gorillas Anna Zakelj, che ha denunciato stipendi imprecisi, l’insufficienza dell’abbigliamento antipioggia e il mal di schiena cronico dovuto al trasporto di carichi pesanti.

Non solo Gorillas

Ma alle diverse e numerose manifestazioni avvenute davanti alla sede centrale dell’azienda, la start up ha fatto seguire il licenziamento di tutti quei dipendenti che hanno partecipato alle interruzioni del lavoro nel fine settimana. Un rider di Gorillas ha spiegato che:

Tutte le persone in sciopero che non avevano protezione contro il licenziamento sono state licenziate senza preavviso […] Alcuni per lettera e altri per telefono. Questo è ovviamente completamente illegale. Ecco perché stiamo protestando contro le condizioni di lavoro e l’azione da parte dell’azienda. Chiediamo la reintegrazione di coloro che sono stati licenziati.

Gorillas è difatti entrato a far parte di un mondo ricco di controversie e lotte sindacali in cui le diverse aziende si concentrano sulle proprie battaglie per il predominio. Le tensioni nel settore in forte espansione sono esplose durante l’estrema ondata di freddo di Berlino a febbraio, quando fino a 20 cm di neve hanno ricoperto il terreno e le temperature sono rimaste molto al di sotto dello zero, e di conseguenza  le operazioni dell’app per le consegne da asporto si sono fermate in città per tre giorni. Ma gli scioperi e le proteste degli ultimi mesi sono soltanto l’ultimo atto di una lunga mobilitazione per riaprire il tavolo della contrattazione collettiva e chiedere più tutele, per i rider e non solo, che trova la sua origine già nel 2018, quando la pandemia da Covid non era nemmeno immaginabile.

I lavoratori delle consegne a domicilio attraverso le piattaforme digitali avevano deciso di festeggiare il fondatore di Deliveroo Will Shu con un vero giorno di celebrazione: smettendo di lavorare e organizzando uno sciopero in 35 città in tutto il mondo. Il primo sciopero globale per i diritti dei riders, da Hong Kong a Parigi, ha segnato un salto nell’organizzazione delle rivendicazioni da parte dei lavoratori, con l’idea di restituire la composizione stratificata e molteplice, presente soprattutto nei mercati digitali, della forza lavoro contemporanea.

Sulla mobilitazione dei rider in Italia

Dal 31 maggio Gorillas opera anche in Italia, Paese definito dal quotidiano Financial Time come “avamposto in Europa dei diritti per i lavoratori della gig economy grazie ad aggressive strategie di impiego e sindacati forti che minacciano colossi come Amazon e Uber”. A marzo, infatti, si sono tenuti degli scioperi a loro modo storici, quello delle lavoratrici e dei lavoratori di Amazon Italia, seguito dallo sciopero dei riders delle piattaforme di food delivery e quello della logistica.

E arriva dall’Italia l’ultima conquista in tema di diritti: il diritto di assemblea sindacale, un diritto acquisito in tanti altri settori che è stato conquistato anche dai corrieri. “La tua partecipazione sarà retribuita dall’azienda come un normale turno di lavoro di 3 ore, a patto che quel giorno tu non risulti sospeso dal lavoro per mancanza di green pass valido”, si legge sulla dichiarazione dei sindacalisti. Si riconosce così un momento di confronto tra colleghi sui problemi del proprio lavoro, con l’obiettivo di elaborare un elenco di proposte condivise da presentare all’azienda di riferimento.

Ma se da una parte Milano ha segnato un primato con un diritto finora negato ai lavoratori su due ruote, dall’altra deve fare ancora i conti con le numerose agitazioni che continuano a nascere nella città. Le proteste degli ultimi giorni, culminate nello stato di agitazione proclamato dalla Filt-Cgil, sono scoppiate il primo novembre, quando forti precipitazioni si sono abbattute su Milano e sulla Lombardia. Se diluvia, infatti, bisogna continuare a correre in bicicletta, anche se le strade sono visibilmente allagate amplificano il rischio di incidenti, poiché, stando ai regolamenti aziendali, la sospensione del servizio scatta “solo e soltanto qualora una pagina web di previsioni meteo indichi precipitazioni pari a 5mm/h. Un pressing che, secondo il sindacato, è in contrasto con le leggi e con quanto è stato spiegato durante il corso sulla sicurezza seguito in azienda.

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