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Gerard Richter e i ricordi impressi nel suo Atlas

Avete presente quella sensazione che si prova nel riesumare una scatola dei ricordi? Quando con cura ed emozione si riguardano fotografie antiche, mentre sul viso fiorisce inevitabilmente un gioioso sorriso. È una sensazione che scalda il cuore e che permette di poter osservare e rivalutare tutto quel che è stato della nostra esistenza mentre eravamo troppo impegnati a viverla. Ecco, forse Gerhard Richter ha pensato a questo quando nel 1962 ha cominciato a collezionare fotografie in maniera casuale, accumulandole in semplici scatole di cartone. Probabilmente non immaginando ancora che tale attività – allora in apparenza puramente amatoriale – si sarebbe  trasformata in un progetto che lo avrebbe impegnato per tutto l’arco della sua vita.

Le origini di un artista rivoluzionario

Ma chi è Gerhard Richter? Artista nato nel 1932 a Dresda, che negli anni Trenta faceva parte della Germania unita (ex DDR), è riuscito ad acquisire grande importanza nel panorama internazionale con un successo di mercato sbalorditivo. La sua figura ha suscitato grande interesse per l’aver condotto un’indagine molto rigorosa e seria su ciò che significava essere un pittore nella metà del Novecento, soprattutto in decenni molto complessi come gli anni Sessanta, anni in cui la pittura ebbe un risveglio esistenzialista e non più espressionista come negli anni precedenti.

Insieme a Conrad Fisher e altri faceva parte degli artisti pop tedeschi, ma Richter era più che altro un artista concettuale. Ha infatti sviluppato un’arte in cui aveva più importanza il contenuto rispetto alla forma, rifiutando così il vecchio modo di fare pittura. Tra il ’61-’62, dopo la costruzione del muro di Berlino, abbandonò la sua vita precedente e scappò dalla Germania est per recarsi a Dusseldorf (Germania dell’ovest) città molto importante per l’arte contemporanea, dove iniziò ad insegnare con Josef Beuys all’Accademia d’Arte. Nel ‘97 vinse il Leone d’oro di Venezia insieme a Marina Abramovich e nel 2002 il New York Museum gli dedicò una retrospettiva grazie alla quale entrò nella rosa degli artisti contemporanei più importanti e quotati al mondo.

La genesi di Atlas

Che cos’è invece Atlas? Si tratta di un atlante e al tempo stesso un archivio di foto raccolte in maniera molto semplice, ritagliando immagini dalle riviste o raccogliendo vecchie immagini degli album di famiglia. La collezione diventò quasi un’ossessione più che un gesto di ricordo legato ad un desiderio di memoria. Richter infatti iniziò la raccolta come ricordo della vita passata che aveva dovuto abbandonare, tramandando la memoria storica di come era in quegli anni la Germania. Da principio poi, l’Atlas di Richter sembra motivato da una necessità pratica: raccogliere modelli iconografici per la pittura.

I suoi primi dipinti, i fotobilder (quadri fotografici) del 1962-66, derivano infatti tutti da fotografie, ricavate principalmente da vecchi album o dalla stampa dell’epoca. La sua dichiarata necessità di ordine e di una visione d’insieme dell’intera raccolta lo spinse però in seguito a una catalogazione più accurata, in cui le immagini venivano, di volta in volta, sistemate su pannelli di cartoncino bianco. A un primo esame, l’Atlas si presenta dunque come un archivio di modelli iconografici dal quale Richter attinge numerosi soggetti per i suoi dipinti.

atlas

Un ready-made dipinto su tela

Appare come una sorta di Skizzenbuch, un album che, invece di conservare i disegni e gli schizzi con cui i maestri del passato rappresentavano e interpretavano il mondo, custodisce riproduzioni meccaniche e oggettive di ciò che della realtà l’artista vuole ricordare. Richter si serve dunque della fotografia come di un’immagine trovata, già pronta per l’uso, che gli permette di creare un’immagine nuova, pittorica, senza dover seguire le regole tradizionali dell’arte, né dal punto di vista del contenuto, né da quello della forma. Oltretutto, usando la fotografia, si libera per sempre dal gioco dell’invenzione: l’oggetto-soggetto d’arte già esiste a priori, è sufficiente prenderlo e attribuirgli un nuovo significato.

Per superare il divario tra arte e vita, tra illusione e realtà, l’artista non usa nessuno dei mezzi d’espressione anticonformisti scelti dai suoi contemporanei, come Warhol o Duchamp, ma introduce la provocazione direttamente nella tecnica più tradizionale di tutte, l’olio su tela. Ed è proprio per questo motivo che i quadri di Richter ingannano. Sembrano dipinti in maniera tecnicamente perfetta con caratteristiche antiche, come la pittura a olio su tela, la rappresentazione figurativa e la profondità. Tratto così in inganno, l’osservatore crede di trovarsi di fronte a un’opera tradizionale, ma in realtà non vede altro che un ready-made dipinto, realizzato artificialmente con l’ausilio dell’immagine fotografica.

L’impronta autobiografica

Ma che tipo di storia vuole raccontare Richter? A dispetto del preteso atteggiamento distaccato del suo autore, l’Atlas può essere interpretato come una sorta di autobiografia, un libro di ricordi visivi. Le fotografie da lui raccolte sono volutamente non professionali, sia nel caso delle immagini trovate, sia quando è lui stesso a scattarle. Ed è proprio questo loro carattere amatoriale che le rende testimonianze di un’esperienza personale, nonostante la presunta neutralità dell’occhio che le ha scelte o fissate.

La sezione dell’archivio più intima è quella connessa alle scene di vita familiari, come ad esempio “S. mit kind”, il cui pannello rappresenta la terza moglie Sabine Moritz con suo figlio in braccio. La “S” puntata è così voluta per non far penetrare personalismi e soggettività nella tela. Il vero intento di Richter, infatti,  è quello di rappresentare semplicemente una madre universale e tale tentativo di distacco è evidenziato dalla tecnica dello sfumato.

L’Atlas come un romanzo storico-fotografico

L’Atlas come racconto autobiografico presenta non poche difficoltà di lettura, dato che gli elementi d’identificazione riguardo a fatti, persone e luoghi sono spesso mancanti. Ma questa mancanza permette una duplice lettura del racconto. Per un verso, presenta il ritratto di Richter come uomo al centro del suo mondo privato per l’altro illumina il suo percorso artistico. Negli oltre 600 pannelli che compongono questo singolare compendio si sviluppa passo a passo il pensiero dell’artista.

L’osservatore si trova così dinnanzi all’intero processo cognitivo di Richter, le cui tavole contengono le impressioni visive, i progetti, gli studi, le idee di tutta una vita. Il carattere anonimo e quotidiano delle fotografie collezionate da Richter e il suo atteggiamento neutrale ne fanno un compendio in grado di tramandare anche la storia collettiva della cultura visiva di un’epoca. Sembra allora possibile leggere l’Atlas come una sorta di romanzo storico, in cui le immagini, da veicoli del ricordo personale, diventano testimonianze di una memoria condivisa.


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