L’arte transmediale di Yayoi Kusama tra pop e puntinismo

La storia dell’arte moderna e contemporanea è ricca di esempi artistici che hanno fondato la loro tecnica pittorica non sulla stesura del colore, ma sull’accostamento di puntini di colore. Basti pensare ad esempio al movimento del Pointillisme (Puntinismo) dei maestri Georges Seurat e Paul Signac. Nelle loro ricerche artistiche, l’utilizzo di una pittura puntinista si inseriva all’interno della più ampia corrente impressionista e faceva forza delle scoperte scientifiche sulla percezione ottica dei colori compiute da M. E. Chevreul. Allorché questa corrente arrivò in Italia, si riconfigurò localmente nel Divisionismo, attraverso la pittura di Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Giuseppe Pellizza da Volpedo (di cui abbiamo parlato qui). 

Negli anni ’60 e ’70 del ‘900, eccentrici artisti figurativi quali Alain Jacquet, Sigmar Polke e Roy Lichtenstein riportarono in auge una sorta di poetica dei puntini. Diedero quindi forma a rappresentazioni per indagare le caratteristiche della stampa serigrafica e le proprietà del retino fotografico tipico della stampa del fumetto.

Yayoi Kusama
Alain Jacquet, revival de Le Déjeuner sur l’herbe, 1964, stampa serigrafica

Seppur inserite in una diversa poetica artistica, tra le opere più note del poliedrico artista concettuale Damien Hirst si ricorda la celebre serie di tele costituite da quella che lo stesso Hirst chiama «spot painting». Una pittura a puntini colorati accostati più o meno in modo ravvicinato, che non riproducono altro se non sé stessi. Non si accostano dunque a formare una rappresentazione figurativa di senso, bensì puramente astratta. 

Yayoi Kusama

La mia arte proviene da allucinazioni che solo io posso vedere.

Ci sono anche pittori per i quali l’esecuzione pittorica puntiforme costituisce una vera e propria ossessione, tanto da configurarsi come il leitmotiv costitutivo della propria attività artistica. È questo il caso della nota artista giapponese Yayoi Kusama, vera e propria icona vivente che, alla veneranda età di 90 anni, sembrerebbe un personaggio uscito  da un fumetto. Tuttavia, dietro una spiccata personalità, nasconde le ombre di una fragilità psichica che è stata per decenni il tormento esistenziale più grande e al tempo stesso il cuore pulsante fondamentale della sua attività creativa.

Yayoi Kusama
Yayoi Kusama nel 2016

Yayoi Kusama nasce nel 1929 in Giappone, nella città di Matsumoto (prefettura di Nagano) e già all’età di dieci anni si avvicina alla pittura e al disegno. Contro la sua creatività si pone però la rigidissima madre che, stando a quanto ha raccontato la stessa artista, era solita disprezzare, e addirittura distruggere, qualsiasi innocente tentativo creativo della figlia, auspicando per lei una diversa attività. 

Mentre il rapporto con la madre (ripetutamente tradita dal marito) procedeva a stenti, l’adolescente Yayoi Kusama riuscì comunque ad iscriversi alla Scuola d’Arte di Matsumoto, apprendendo e studiando l’arte nihonga, ossia l’insieme delle tecniche artistiche tradizionali giapponesi. Negli anni formativi, però, Kusama si rivelò anche estremamente curiosa e interessata a quanto accadeva sulle scene artistiche occidentali. In particolare negli Stati Uniti, appassionandosi ad esempio alle opere della pittrice statunitense Georgia O’Keeffe, alla quale Kusama scrisse diverse lettere, allegando alcune bozze delle sue opere. 

Il trasferimento negli Stati Uniti 

Grazie all’amicizia con Georgia O’Keeffe e spinta dall’insofferenza nei confronti dell’ambiente sociale oppressivo e patriarcale del suo Giappone, nel 1958 Yayoi Kusama si trasferì negli Stati Uniti, a New York. L’artista era indubbiamente attratta dalla scena artistica newyorkese, che in quegli anni era certamente tra le più feconde (se non la più feconda) d’Occidente. 

Yayoi Kusama
Pumpkin Sculpture

Per un’artista giapponese come Kusama, inizialmente non fu facile imporsi sulla scena artistica occidentale. Poi però, grazie all’amicizia della O’Keeffe e soprattutto al patrocinio di Andy Warhol, negli anni ’60 riuscì a conquistare un certo consenso di critica. Diventò così una delle pittrici più influenti e originali della scena artistica statunitense. Proprio quegli anni furono per Kusama il decennio più fecondo, durante il quale l’artista intraprese un’attività estremamente prolifica e intensa, spaziando peraltro tra diversi media.

Dall’arte figurativa, con le ossessive ricerche puntiformi sia su tela sia su oggetti, passando per le installazioni, fino ad arrivare alle sperimentazioni della body art (di cui Kusama, è bene dirlo, fu vera e propria pioniera). Con questa sua vitalità espressiva invase gallerie e luoghi espositivi della ruggente New York anni ’60.

Il leitmotiv dell’arte di Yayoi Kusama

Qualunque sia il mezzo artistico adottato o sperimentato, l’arte transmediale di Yayoi Kusama è costituita da un leitmotiv letteralmente ossessivo, tale da rendere tuttora i suoi lavori inconfondibili da un punto di vista estetico. 

L’artista si affida infatti alla peculiare decorazione a pattern puntiformi diradanti (di certo non adatti ai tripofobici) con cui Kusama ha continuato, nella sua carriera decennale, a decorare superfici pittoriche. Non solo, ma anche oggetti, come le celebri zucche e installazioni dalle bizzarre forme tentacolari/falliche che simboleggiano, come delle allucinazioni, le ossessioni che attanagliano la sua psicologia. Poi interi ambienti e stanze, capi d’abbigliamento (celebre è stata la sua collaborazione con Luis Vuitton) e perfino il proprio corpo, strumento delle sue sperimentazioni di body art degli anni ’60. 

Yayoi Kusama
The Obliteration Room

Le fragilità trasposte nell’arte

La peculiare decorazione puntiforme di Kusama però è solo apparentemente bizzarra. Come ha più volte confessato la stessa artista, dietro ogni suo lavoro artistico vi è sempre l’intenzione di tradurre, attraverso la ricerca estetica, le proprie ossessioni, nevrosi e fobie. Queste sono il risultato di una fragilità psichica  avvertita sin dall’infanzia e che, proprio negli anni ’70, si acuì in maniera particolare. Tanto che nel 1977 fu la stessa Kusama a decidere spontaneamente di farsi ricoverare in un istituto psichiatrico giapponese presso il quale tutt’oggi trascorrere diversi periodi.

Nonostante tutto l’artista giapponese, attualmente novantenne, persiste nella sua ricerca artistica, mentre le sue opere e installazioni arricchiscono gallerie e musei di tutto il mondo (tra cui il MoMa di New York e la Tate Modern di Londra).


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