Vittorio Zecchin e la sua Venezia in stile Liberty

Lo scenario della cultura veneta e veneziana nella fattispecie […], si presentava all’alba del XX secolo come uno dei centri d’attività artistica e critica più fertili d’Italia. 

Così scrive lo storico dell’arte Marco Mondi sulla temperie culturale in cui la città lagunare per antonomasia, Venezia, era immersa tra lo scorcio del XIX secolo e l’inaugurarsi di quel secolo turbolento, violento, ma artisticamente fecondo che fu il ‘900. 

Venezia nella storia dell’arte

Non c’è alcun dubbio, né dovrebbe esserci, che l’area veneta, e in particolare Venezia, siano sempre state storicamente un bacino fertile per l’arte europea.  Basti pensare che, proprio a Padova, tra il 1303 e il 1306 circa, il più importante pittore italiano del ‘300, Giotto, portò a conclusione il ciclo di affreschi della cappella di Enrico Scrovegni, aprendo le porte alla figurazione moderna. Nel ‘400, poi, è sempre tra Padova e Venezia che è attivo uno dei massimi artisti del Rinascimento italiano, Andrea Mantegna. Per non parlare della scuola veneziana dei vari Bellini (padre e figlio), Giorgione, Tiziano, Simone Peterzano e molti altri. Tutti artisti che resero Venezia l’epicentro artistico più fecondo e importante della penisola nella prima metà del ‘500. 

Galileo Chini, la Primavera
Galileo Chini, la Primavera

La Venezia della Biennale e dell’Art Nouveau

Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, il periodo della rivoluzione artistica moderna, anche Venezia riuscì a ritagliarsi un ruolo da protagonista indiscussa, in particolare da quel 1895 quando venne inaugurata la prima Biennale. Un evento che, come scrive sempre Marco Mondi, rappresentò la «prima apertura dell’arte italiana in uno scenario europeo» e nel giro di pochi lustri divenne ciò che è tutt’oggi insieme alla Triennale di Milano, ossia la più importante esposizione internazionale d’arte con sede in Italia.

Già nel 1910, mentre i futuristi di Boccioni esponevano alla Ca’ Pesaro, quel raffinato genio di Gustav Klimt introdusse il suo inconfondibile stile pittorico secessionista con l’Art Nouveau. Ottenne così un’intera sala della Biennale per l’esposizione delle sue opere e influenzò ulteriormente la ricerca artistica di chi già da diversi anni aveva introdotto anche in Italia la pittura “alla Klimt”. Ad esempio il fiorentino Galileo Chini (1873-1956) o il trentino Luigi Bonazza (1877-1965), entrambi partecipi di diverse edizioni della Biennale.

Luigi Bonazza, Notte d'Estate, 1928, MART (Trento e Rovereto)
Luigi Bonazza, Notte d’Estate, 1928, MART (Trento e Rovereto)

Vittorio Zecchin: profilo biografico e artistico (1878-1947)

Praticamente coetaneo di Chini e Bonazza e affine alle loro ricerche artistiche, ma meno conosciuto al di fuori di Venezia, fu anche l’artista e pittore Vittorio Zecchin, nato nel 1878 a Murano. Qui visse e operò per tutta la sua vita fino all’anno della morte, nel 1947. 

Figlio del vetraio muranese Luigi Zecchin, Vittorio si formò a Venezia, diplomandosi all’Accademia delle Belle Arti e subendo gli influssi del decorativismo della lavorazione vetraria. Proprio a questa professione, a partire dal 1918, si dedicherà a tempo pieno, abbandonando relativamente la pittura. Dall’altro lato, il pittore accolse lo stile secessionista viennese, con cui entrò in contatto frequentando le esposizioni della Biennale di Venezia. 

La stessa alla quale anche Zecchin prenderà parte nel 1914 con il pittore Teodoro Wolf Ferrari, esponendo alcuni vetri realizzati presso la vetreria Barovier, ma con scarso successo di critica. L’attività pittorica vera e propria di Zecchin non durò però molto, giacché a partire dal 1918/19 l’artista si sarebbe dedicato quasi esclusivamente alle cosiddette arti applicate, nel suo caso specifico la lavorazione del vetro, proseguendo così la professione del padre.

Vittorio Zecchin, Tre donne, disegno per decorazione vetraria (1919)
Vittorio Zecchin, Tre donne, disegno per decorazione vetraria (1919)

Il ciclo delle Mille e una notte per l’Hotel Terminus (1914)

Tracce di quel decorativismo che Zecchin introietta nella sua pratica artistica si ritrovano, sebbene sublimate da uno stile Art nouveau e simbolista, anche nell’opera pittorica più importante dell’artista veneziano. Si tratta del ciclo di dipinti aventi per soggetto una novella delle Mille e una notte, realizzati nel 1914 e originariamente destinati a decorare le pareti di una sala da pranzo del vecchio Hotel Terminus di Venezia, distrutto poi durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. 

Le tele però, fortunatamente e fortunosamente, non andarono distrutte. Sei di queste, costituenti metà del ciclo pittorico, si possono ammirare ancora oggi alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, mentre i restanti sei pannelli appartengono a collezioni private o sono state vendute all’asta.

Il millenario fascino di Aladino

Il soggetto del ciclo di pannelli è un racconto tratto dalla celeberrima raccolta araba de Le Mille e una notte. Nello specifico si tratta dell’ancor più celeberrima storia di Aladino, il giovane che riesce a conquistare la mano della figlia dell’imperatore grazie alle ricchezze ottenute con l’aiuto del genio della lampada. 

Insomma, una storia che tutti oggi conoscono alla perfezione, grazie soprattutto all’iconico immaginario profuso dalla Disney a partire dal 1992 (anno di uscita del film-musical d’animazione, Aladdin). All’epoca di Zecchin (1914), tuttavia,  non esisteva dato che allora Walt Disney aveva neanche tredici anni. La scelta da parte dell’artista di un tale soggetto potrebbe forse testimoniare come già al tempo il racconto suscitasse un certo fascino letterario. 

Vittorio Zecchin, Corteo delle principesse, dal ciclo Le Mille e una notte; 1914; olio e stucco dorato su tela; Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro

Vittorio Zecchin, Corteo delle principesse, dal ciclo Le Mille e una notte; 1914; olio e stucco dorato su tela; Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro

Ma il vero punto di forza del ciclo di Zecchin è indubbiamente lo stile con cui il pittore rappresenta l’episodio nel ciclo di pannelli. Si tratta di un’estetica che risente indubbiamente degli influssi liberty e il cui raffinato decorativismo, a tratti simboleggiante, denuncia la matrice klimtiana. Questa, del resto, sembra permeare interamente la ricerca stilistica, formale e persino cromatica dell’opera di Zecchin. Si addice quindi perfettamente ad evocare, mediante l’apparente piattezza dei piani di profondità, gli inserti dorati delle vesti e i connotati esotici degli abbigliamenti e dei volti, l’origine orientale del soggetto rappresentato. Un lascito artistico debitore dell’intrigante labirinto culturale offerto da Venezia.

 


 

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