Il genere delle lingue straniere come aspetto culturale

Il genere delle lingue straniere come aspetto culturale

Fin dalle prime definizioni linguistiche, ogni studioso era dell’idea che non si può considerare una lingua come un insieme di dogmi statici, ma come un fluido dinamico di concetti, idee e sfumature che cambiano nel tempo e nel luogo d’appartenenza. Se questa affermazione pare ancora riduttiva, basti pensare che gli stessi rapporti tra individui hanno portato nel tempo a un’ulteriore mescolanza degli usi e costumi della lingua. Ma l’abitudine legata a una certa identità sociale e culturale non cambia in poco tempo e molto spesso risulta ostico il voler cambiare una cosa ormai radicata e normalizzata. Soprattutto una volta che si entra in contatto con culture e società diverse, la barriera linguistica può causare spesso perplessità e incomprensioni. Vediamo in seguito quali differenze e curiosità si notano in alcune lingue straniere, in particolare legate all’utilizzo del genere grammaticale dei sostantivi.

Lingua e società in relazione

Il genere delle lingue straniere come aspetto culturaleLa linguistica è la madre di tutte le discipline che si dividono gli studi di tutti vari aspetti della lingua. Da essa, poi, si sviluppano tutti i sotto-aspetti di approfondimento, legati sia agli aspetti puramente meccanici della lingua, sia agli aspetti più relazionali. Dalla definizione di lingua come di un qualcosa appartenente alla società, definiamo così il campo di studio della sociolinguistica, che assume come la società sia composta da modelli di comportamento che si relazionano fra loro.

Una classificazione tipica dei fenomeni variabili attraverso ordini principalmente extralinguistici: i modi di parlare si diversificano secondo il tempo (variazione diacronica), lo spazio (variazione diatopica), l’estrazione sociale dei locutori (variazione diastratica) e le attività che essi praticano (variazione diafasica). Ogni elemento può essere analizzato sia singolarmente che nell’insieme, per capire come una variazione nasce e si sviluppa.

La lingua come esempio antropologico

Per entrare in maniera più profonda nel rapporto fra uomo e lingua, ci arriva in aiuto l’etnolinguistica. La disciplina in questione studia le relazioni tra lingua e cultura, e il modo in cui diversi gruppi etnici concepiscono il mondo. Un soggetto etnolinguistico ben noto è la teoria di Whorf-Sapir, che sostiene che la concezione del mondo è limitata da ciò che è possibile descrivere nella propria lingua.

L’origine dell’ipotesi di Sapir-Whorf può essere fatta risalire al lavoro del tedesco Franz Boas, fondatore dell’antropologia negli Stati Uniti. Boas si imbatté infatti in alcune lingue dei nativi americani appartenenti a diverse famiglie linguistiche; si rese conto di come gli stili di vita e le categorie grammaticali variassero moltissimo da un posto all’altro; di conseguenza, arrivò a credere che la cultura e gli stili di vita di un popolo si riflettessero nella lingua che esso parlava.

La mitologia come influenza linguistica e culturale

Il genere nelle lingue straniere come aspetto culturaleLe lingue germaniche provengono dalle antiche popolazioni del Nord Europa. Questi popoli, in contrapposizione all’avanzare del cattolicesimo nell’ex Impero Romano, conservarono a lungo le loro tradizioni, di cui miti e leggende che hanno lasciato la loro influenza.

Un esempio linguistico che ancora racconta l’influenza della mitologia norrena è la storia dei due fratelli Sól e Máni. A Midgard, la terra degli uomini, due abitanti ebbero due figli bellissimi: la femmina decisero di chiamarla Sól, che significa sole; il maschio invece, lo chiamarono Máni, che significa luna. Gli Dei, però, non tollerarono l’insolenza del gesto di appropriarsi dei nomi di ciò che loro avevano creato. Presero così i due bambini e li posero al cielo: Sól fu posta a guidare il carro che trainava il sole, mentre il fratello Máni fu posto alla guida del carro che trasportava la luna. Determinarono così il sorgere e il calare degli astri.

La percezione del genere delle parole

Tra le lingue germaniche, se l’inglese contemporaneo non utilizza più i generi, il tedesco li conserva ancora. Riprendendo l’episodio della mitologia norrena, Sól era chiamata anche Frau Sunne, da lì la parola tedesca per indicare il sole, die Sonne, sostantivo femminile. Da Máni, invece, deriva probabilmente la parola der Mond, la luna, che in tedesco è maschile.

Il genere grammaticale e il genere biologico possono essere spesso diversi. Secondo alcuni studi, infatti, il genere grammaticale ha un influsso sulla nostra percezione del sesso biologico e, di conseguenza, anche sulla percezione della realtà che ci circonda. Persone di nazionalità diversa sono infatti state intervistate ed è stato chiesto loro di associare a una parola degli aggettivi. Ai sostantivi maschili venivano attribuite parole che rappresentavano la forza e la grandezza; mentre, per i sostantivi femminili, gli intervistati avevano la tendenza ad assegnare parole riguardanti la bellezza e la grazia.

Una lingua può essere sessista?

Il genere nelle lingue straniere come aspetto culturaleIl tema del genere nelle lingue è molto sentito attualmente. Uno dei dibattiti più accesi riguarda gli stereotipi di genere legati alla categoria femminile in ambito sessuale, sociale ma anche professionale.

Uno studio della Carnegie Mellon University ha considerato che misura in diverse lingue ricorrono modi di dire che esprimono stereotipi di genere: per esempio, quante volte la donna è associata a “casa”, “figli” e “famiglia”, mentre l’uomo a “lavoro”, “carriera” e “affari”. Si è visto che la lingua riflette i giudizi impliciti delle persone su ciò che una donna può realizzare professionalmente, diventando sessista qualora non concepisca le donne in alcuni mestieri.

Per quanto i linguisti cerchino sempre degli escamotage per cercare di rendere un idioma più fluido nel genere, l’aspetto radicale rimane spesso ancora molto ancorato nelle menti delle persone e la lingua che si parla fin dall’infanzia rimane il primo motore dei pensieri.

FONTI

Babbel

Focus

LODGE, A. (2004), A sociolinguistic history of Parisian French, Cambridge, Cambridge University Press.

Miti Nordici

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