Uomo scacciato

La tecnocrazia come patologia della democrazia

 

Mai come ora, in Italia, ha senso parlare della religione politica del nostro tempo, quell’anti-ideologia che, mascherando il suo aberrante fanatismo con i veli di un’apparente “professionalità”, racconta esemplarmente la storia della “post-politica” contemporanea, della tragica fine dell’esaltazione per il modello democratico. La “tecnocrazia” – fenomeno, a dire il vero, ben più europeo (e la manifestazione del più pieno antieuropeismo) che generalmente occidentale (in USA vige una plutocrazia) – è l’(autorinnegantesi) ideologia dominante tra i think-tank, le accademie e i parlamenti dell’area Schengen, la quale afferma che ogni decisione politica – e, di rigetto, ogni materia etica – sia trattabile con i mezzi neutrali di un’expertise, di una semplice applicazione di formule impersonali e calcoli specialistici.

Ogni problema politico, lungi dall’essere un problema democratico, “umano”, legato alla comunicazione tra individui e all’interazione tra gruppi volta alla comprensione reciproca, diviene un mero “problema tecnico”.

La farsa pseudo-democratica

Il dèmos, il popolo, viene consultato solo formalmente all’inizio di ogni legislatura, come a voler mantenere viva l’apparenza del suo potere. Nei fatti, si tratta di reiterare il dominio delle solite logiche, delle solite strategie economiche, dei soliti squilibri sociali: riprodurre per intero o quasi la conformazione del parlamento precedente, con gli stessi partiti che presentano gli stessi campioni.

La “libera” scelta della rappresentanza parlamentare è solo apparente, perché a salire sul palcoscenico sono solo coloro che, anche nel caso in cui non siano già interni al sistema, comunque possiedono le risorse economiche adeguate per portare avanti una campagna elettorale, hanno sufficiente potenza mediatica per arrivare all’attenzione degli elettori, hanno le dovute benedizioni per poter salire sulla carovana parlamentare, balbettare idiotissime linee di partito e contribuire alla conservazione del sistema vigente.

Un sistema apparentemente democratico, ma evidentemente determinato dagli imperativi di svolgimento di interessi economici eufemisticamente illeciti, realisticamente misantropici. Selezione all’ingresso della rappresentanza, selezione naturale nel mentre – dove a sopravvivere è il più supino – e selezione tecnocratica, eterodiretta ed anti-democratica degli obbiettivi politici. Ci spiegheremo meglio.

Habermas e oltre

Jürgen Habermas, probabilmente il più celebre sociologo vivente, afferma in Tecnica e scienza come “ideologia” (1968) che il mondo occidentale tardo-capitalistico – vale a dire successivo alle crisi delle due Guerre Mondiali – si è addentrato progressivamente e fatalmente in una spirale tecnocratica. La politica perde ogni aderenza alla «sostanza pratica» delle relazioni umane, degli interessi sociali, delle tradizioni, della cultura, della comunicazione autentica. Piuttosto, si orienta verso il cieco perseguimento dei moderni imperativi di profitto e crescita economica, interpretando ideologicamente la “tecnica” del mantenimento di un sistema economico-politico come una macchina trascendente, non-umana e anti-umana, pienamente allergica al dibattito democratico sugli standard di vita, rivolta esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria espansione.

In altri termini, il “sistema” prende il sopravvento sul “mondo della vita”, vale a dire sul mondo composto dalla comunicazione tra individui, dalla formazione di legami affettivi, intellettuali e morali, dalle passioni e necessità individuali all’abnegazione dell’individualità a favore di una volontà generale.

Il “sistema”, invece, è per definizione asettico, meramente funzionale, neutralmente programmatico, calcolatore, non riconosce individualità, comunità, affetti, ragioni e morale. Ad essere legati al mondo della vita sono la solidarietà, la familiarità, la consuetudine, la Legge, il contratto sociale, i valori, la riflessione. Ad essere sistematici, invece, sono i meccanismi industriali, le leggi della natura, le tendenze biologiche, gli scopi programmatici.

Entrambi, sistema e mondo della vita, sono ovviamente due dimensioni essenziali ed ineliminabili della vita umana. Tuttavia, se la storia premoderna ha saputo dare al mondo della vita (il mondo istituzionale, legale, religioso, tradizionale) un aspetto prioritario e di controllo sull’automatismo irriflessivo ed in-cosciente dei sistemi tecnici, naturali e sociali, la storia capitalista ha invertito le relazioni di controllo, subordinando ogni aspetto della Vita a degli automatismi di carattere sistematico, i quali, politicamente, si trasformano in imperativi eterodirettivi e grigiamente impersonali.

L’illusione degli “automatismi”

Quando nella storia, infatti, si è depositata nella coscienza generale la fantasia di un “mercato autoregolato”, di un “progresso inarrestabile” o di un’”organizzazione burocratica dello Stato”, ecco che gli imperativi di profitto e deregolamentazione dell’economia hanno intrapreso la colonizzazione di ogni angolo del mondo, la scienza e la tecnica sono state positivisticamente considerate incontrollabili, la legittimità e l’attività democratica si sono disgregate in una fitta rete di moduli, rinvii e gerarchie infinite.

Ma qual era la realtà dei fatti? Che il mercato, lasciato libero di seminare la sua legge, piantava povertà e disagio, sociopatia e disgregazione, malattia ed inquinamento. Che una scienza nata nobilmente dagli umani e per gli umani si trasformava invece in un feticcio pseudo-religioso, caricata di un’assurda smania di determinismo storico e autonomia che nascondeva l’evidente controllo su di essa assunto dagli interessi militari, dalla malsana competizione del capitale privato, dal vantaggio occasionale e da disamorati fini utilitaristici. Che la politica smetteva di essere una cosa pubblica e diventava un incontrollabile groviglio di formule e automatismi, volti senz’altro al mantenimento dell’elemento principe del sistema moderno, vale a dire il profitto ineguale.

La “tecnocrazia” – proseguendo questo discorso molto liberamente tratto dal saggio di Habermas – è la depoliticizzazione delle masse e un’ideologia secondo la quale un manipolo di eletti, vale a dire “gli esperti”, sarebbe in grado di determinare “oggettivamente” il “bene comune”. La democrazia viene relegata a mera convenzionalità quinquennale, mentre i mass media e i manichini di partito rassicurano: “Tranquilli! Ci pensiamo noi! O meglio, ci pensano loro!”.

Loro chi?”, verrebbe da controbattere. La storia più recente – con le sue ciniche risposte alle crisi economiche, con lo smantellamento dello Stato Sociale, con i suoi atroci delitti internazionali, con la sua disastrosa agenda di austerità – ci ha dimostrato che, nell’economia reale come nella politica, non esiste alcuna fazione al di là di ogni fazione, nessuno stadio di neutrale oggettività, ma solo ed esclusivamente fazioni e ideologie, opinioni ed interessi. Definire “neutrali” la scelta di salvataggio di una banca colpevole essa stessa della crisi in atto, il taglio dei fondi per l’istruzione, lo squartamento del welfare, la logica del “too big to fail”, l’adozione di una regressività fiscale de facto, la privatizzazione e mercificazione di servizi essenziali e la scelta di non fermare (e anzi, continuare a favorire) le 100 imprese che creano il 70% dell’inquinamento globale… significa semplicemente un’ingenua o colpevole ignoranza sulle alternative possibili, non un’impossibilità ab origine di discuterne democraticamente e secondo criteri egualitari e filantropici, scalzando dal podio gli interessi dei grandi privati e i ridicoli pseudo-determinismi di finanza mondiale e burocrazie statali.

Tutto ciò è, difatti, un affronto tanto alla coscienza democratica quanto ad ogni sano principio umanitario – e, perché no, è l’orrore storico più inviso ad ogni sano “europeista”, se questo termine, usato ed abusato dai suoi carnefici, come sostiene Canfora, possiede ancora del valore.

La democrazia è esclusivamente partecipativa

Habermas, tanto per ragioni storiche quanto per propria storia ideologica, non ha detto praticamente nulla di tutto ciò, e difficilmente, ora come ora, si troverebbe d’accordo. Ma è chiaro ed evidente come il suo saggio sulla tecnocrazia sia e debba essere oggi un riferimento essenziale per la comprensione dei meccanismi di controllo e dominio che attraversano quello che, senza peli sulla lingua, dovremmo avere il coraggio di definire uno “stadio patologico” della coscienza democratica.

Gli “esperti”, nella gestione della cosa pubblica, non esistono, o esistono fino a un certo punto, almeno non nel senso inteso dall’ideale tecnocratico. La società non è un insieme di meccanismi sottoposto ad un regime neutrale ed aspirante ad uno stato ottimale oggettivamente calcolabile. Quando lo si è affermato, si è finiti tanto per inquinare ogni equilibrio sociale e funzionalità istituzionale, quanto per dimenticare le tragedie della storia più recente e rinnegare una tanto sudata coscienza democratica. La democrazia è esclusivamente partecipativa, irriducibile ad ogni meccanismo di controllo tecnico, reificazione della società e ridicolizzazione del consenso.


Fonti:

Jürgen Habermas, Teoria e prassi della società tecnologica, Laterza, Bari , 1978

Canfora

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Da molti decenni ormai, una grave patologia percorre le democrazie occidentali: la tecnocrazia. Si tratta di una grave condizione di salute della modernità che sembra andare via via peggiorando, mettendo sempre più a rischio il nostro “mondo della vita”. Ce ne parla Emanuele Capozziello

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