Walter Albini

Ricordando Walter Albini, il primo stilista italiano

Aveva un ottimo rapporto con la sua creatività e si amava tanto, un ingenuo narciso, fuori dal tempo, meravigliosamente fuori dal mondo. E il mondo non l’ha perdonato.

Verso la fine degli anni Sessanta il ruolo della moda sta cambiando e rincorre furiosamente tutti i mutamenti sociali del suo tempo. Gli abiti non si collocano più come irraggiungibili oggetti del desiderio, ma diventano protagonisti di una rivoluzione giovanile fortemente democratica che promuove libertà d’espressione e annientamento della classe borghese. Il mercato cambia nel giro di pochi anni, le mercerie e i negozi artigianali fanno spazio a moderne boutique, riservate a un mercato giovane sempre in cerca di nuovi stimoli. Nasce così la figura dello stilista come la intendiamo oggi, in grado di tradurre in abiti i desideri, le angosce e le ambizioni di una fervida generazione. Il primo a interpretare alla perfezione questi mutamenti sociali in Italia fu Walter Albini.

Walter Albini nasce a Busto Arsizio nel 1941. Fin dall’infanzia si nutre di cinema e arte, tanto da scegliere di frequentare l’Istituto d’Arte, Disegno e Moda di Torino. In quegli anni esplode la sua passione per il disegno e già all’età di diciassette anni collabora con riviste di alta moda realizzando schizzi di sfilate. Il 1961 segna un anno cruciale per la sua vita: si trasferisce a Parigi, dove rimarrà per tre anni, lavorando come corrispondente per alcune riviste italiane. Gli incontri con Coco Chanel e Krizia lo folgorano, e proprio con la seconda inizierà una collaborazione. Presso Krizia Albini, che si occupa della maglieria, conoscerà a fondo la produzione artigianale di un capo e la metodologia industriale, sviluppando una sana ossessione per la manifattura. Per tutti gli anni Sessanta Albini disegna per le più importanti case di moda Italiane, come Billy Ballo, Cadette e Misterfox, boutique di Luciano Papini. Le sue ispirazioni spaziano da Paul Poiret ai dipinti preraffaelliti, per poi vertere sull’Art Decò. I suoi guizzi geniali lo rendono lo stilista più conteso in quegli anni, ma è tempo che Albini scelga di percorrere un coraggioso percorso in proprio. Decide di presentare la sua prima collezione a Milano, al circolo del Giardino, spostandosi da Firenze. A questa iniziativa aderiscono altri grandi nomi della moda: nasce così il prêt-à-porter italiano.

Questa scelta è particolarmente significativa: il capoluogo lombardo era il simbolo del boom economico, di una cesura irreversibile tra un complesso passato e un futuro prosperoso. Albini progetta centottanta modelli realizzati da cinque aziende, ognuna specializzata in un diverso settore merceologico. Basile produrrà i capispalla, Escargots la maglieria, Diamant’s la camiceria, Callaghan il jersey. In quest’occasione Albini porta in passerella il suo manifesto con un’implicita dichiarazione. Il prima, il durante e il futuro di un capo devono essere scanditi con un rigore senza precedenti, ma strizzando l’occhio ai ritmi repentini della contemporaneità. Ridisegnare i rapporti tra stilisti, tessutai e produttori per creare una coerente unità di stile sembra essere la priorità. Ne segue un’introduzione di nuove tecnologie nell’utilizzo dei macchinari tessili, per poi riflettere sul rapporto tra stilista e compratore finale. L’abito doveva possedere una narrazione tutta sua, in grado di rappresentare non solo l’espressione del singolo ma anche della comunità di cui quest’ultimo faceva parte. Era già da qualche anno che il modo di vestire rappresentava una componente ideologica tra i giovani e fortunatamente non era più rilegato a una grigia rappresentazione dello status sociale di appartenenza. Albini riesce a intercettare questi nuovi bisogni, e per realizzarli vuole studiare la vita dell’abito dall’inizio alla fine.

Nel 1972 presenta a Londra una collezione di soli abiti che, per la prima volta, portano come marchio le iniziali “WA”. Il suo processo di emancipazione fu tortuoso e per lui debilitante. Se la stampa estera lo descrive come il “Saint Laurent italiano”, i giornali nazionali non esprimono particolare entusiasmo. Decide di rompere il rapporto con tutti i suoi distributori e produttori, tranne che con Misterfox, con cui collaborerà per molto tempo. Nonostante il successo dei primi anni Settanta, Albini non gode di sostegno commerciale. Ma ciò non gli impedisce di continuare a stupire il mondo con le sue creazioni: nel 1975 presenta a Venezia, presso il caffè Florian, una collezione ispirata a Coco Chanel e agli anni ’30, di cui è follemente innamorato. In quel periodo riprende a collaborare con Trell, con cui realizza le epocali collezioni India, ispirate ai suoi numerosi viaggi in Oriente, così come al folk, e alla guerriglia urbana, facendo trapelare un chiaro riferimento agli anni di piombo. Il periodo seguente fu costellato di successi, destinati purtroppo ad affievolirsi a causa dell’inquietudine dello stilista. Walter Albini muore nel 1983 all’età di quarantadue anni.

Ventisette anni. Segno dei Pesci“: le poche parole di presentazione di Walter Albini a Vogue Italia nel 1967. Uomo tanto geniale quanto troppo fragile per liberarsi dai suoi demoni, Walter Albini viene ricordato come il vero antesignano di un futuro così rivoluzionario da restare incompreso per i suoi contemporanei. Non era interessato al commercio, ma all’amore, un amore insaziabile che metteva in tutto ciò che faceva, dalla creazione alla comunicazione delle sue collezioni. La sua musa e amica fidata, Emilia Vincenzini, ricorda tutte le sue premure e la cura nei dettagli, dallo spruzzare un po’ di tuberosa alle modelle prima delle sfilate alle coccole per i suoi clienti prima delle sfilate.

È stato uno dei primi in tutto. C’è stato un momento in cui esisteva solo lui, era un dio della moda e aveva solo due assistenti.

Walter Albini ha attuato molti cambiamenti nel panorama della moda degli anni ’70. È stato protagonista assoluto di sperimentazioni uniche, come il concetto di revival negli abiti, la rielaborazione di eleganza classica per la creazione di uno stile giocoso e dissacrante. In lui vivevano paradossi e contraddizioni continue, ma erano proprio queste ultime che alimentavano il suo meraviglioso genio creativo, al quale molti designer contemporanei si ispirano silenziosi. É Albini che ha inventato il Made In Italy, aprendo la pista a Krizia, Missoni e Armani, ma il suo carattere controverso e dirompente hanno oscurato la sua arte, provocandogli un’ingiusta damnatio memoriae nella storia della moda.


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