Il concetto di moda in Simmel

Mutevolezza stimolante, coesione interna, differenza dall’altro e individualizzazione, in una sola parola: moda. Questo è il pensiero di Georg Simmel, filosofo e sociologo tedesco vissuto fino agli anni Venti del Novecento. In un saggio intitolato Filosofia della moda pubblicato nel 1905, Simmel analizza le forme di reciprocità caratteristiche del rapporto fra l’individuo e il gruppo sociale cui egli appartiene. In questo suo testo, Simmel si limita a sviluppare una teoria sociologica ed estetica della moda, non tenendo dunque in considerazione l’economia monetaria e le leggi del mercato caratteristiche della sua contemporaneità.

La presentazione del pensiero di Simmel svolta in sede è funzionale ad uno sguardo critico sulla nostra contemporaneità: chi detta la moda? Quale la sua legittimità? Per analizzare il nostro mondo, che cosa bisogna aggiungere allo sguardo e al metodo simmeliano?

La moda

La moda, per Simmel, è un fenomeno sociale presente nella maggior parte delle relazioni umane. Dunque non solo la moda come modo di vestirsi, ma la moda anche come modo di comportarsi: dal matrimonio, al rapporto con il vicino di casa ecc. E la moda presenta uno schema sociale proprio poiché deriva dal duplice impulso che l’umano ha alla imitazione e alla differenziazione: da una parte, cioè, il soggetto vuole fondersi in una collettività; dall’altra parte però tende a volersi esprimere come diverso.

Imitazione e differenziazione

Gli istinti umani da cui nasce la moda sono la tensione all’imitazione e la tensione alla differenziazione. Queste rappresentano dunque le condizioni di necessità della moda. La moda è di classe, nello specifico la moda viene dettata dalla classe dominante e seguita dalle classi inferiori; tuttavia, proprio nel momento in cui una certa moda si diffonde e viene a mancare il suo carattere differenziale, essa svanisce e se ne viene a creare così una nuova. Il ritmo con cui una moda cambia è indicatore di quanto un’epoca è eccitabile: la dimensione di caducità tipica della moda rappresenta un elemento stimolante.

A livello di socialità, la moda può quindi avere anche una funzione distintiva. Un certo modo di vestirsi, per esempio, può suggerire una determinata classe sociale, come se l’abito fungesse da medium fra il soggetto e il suo ambiente sociale. In parole povere, si vede difficilmente un contadino lavorare in giacca e cravatta.

La moda come stampella sociale

Simmel afferma che i protagonisti della moda sono coloro che hanno bisogno della moda. Essa cioè si addice non tanto a chi la detta, quanto a chi la segue e questo in conseguenza al fatto che la moda può essere funzionale ad un superamento del proprio ethos sociale. In altre parole, se la moda ha una funzione socialmente distintiva – seguendo il ragionamento del filosofo -, allora un uomo può sfruttare un certo habitus come segno di elevazione sociale. La moda diventa così una moda di classe.

Il contesto simmeliano, ricordiamolo, è quello della borghesia otto-novecentesca, una classe sociale tanto eterogenea interiormente quanto omogenea esteriormente. Essa era composta da banchieri, avvocati, medici così come da artigiani o da piccoli imprenditori. Una differenza tanto vasta all’interno che a livello di abbigliamento o di arredamento della casa non trovava riscontro – a questo, probabilmente, fa riferimento Simmel quando parla della moda come di una stampella sociale, come di un simbolo socialmente distintivo.

La metropoli

Il luogo della moda è la metropoli. Se l’impulso all’imitazione e l’impulso alla differenziazione rappresentano le condizioni di necessità della moda, la vita metropolitana e il contesto sociale sono le condizioni sufficienti della moda, la metropoli è cioè il luogo fisico dove questo continuo omologarsi e distinguersi può accadere. Metropoli e impulsi umani sono dunque le condizioni di possibilità della moda. La città è simbolo della moda perché è qui che il soggetto si scontra con ciò che Simmel chiama l’intensificazione della vita nervosa. Questo fenomeno è dato dal perpetuo avvicendarsi di impressioni interiori ed esteriori, caratteristico della vita nelle grandi città. L’uomo della città è sottoposto continuamente a stimoli, sempre diversi e sempre nuovi; e la moda, in un epoca eccitabile, rende l’uomo schiavo di un intensissimo senso del presente, ovvero di un essere-se-stessi contemporaneo temporalmente al non-essere-se-stessi.

L’uomo metropolitano

 Il soggetto che vive nella metropoli e che riceve da essa continue impressioni è un uomo che non è più unitario, come lo poteva essere l’uomo di inizio Ottocento, ma è un individuo frantumato, frammentario, diviso. L’essere continuamente stimolato è causa della continua ri-significazione dell’umano. Il soggetto si definisce quindi all’interno di una serie di relazioni che sono sempre in movimento, cioè che cambiano. Si può, per esempio, essere parte di una famiglia ed essere parte di uno Stato e questi, insieme ad altri nessi di co-appartenenza rappresentano non solo la frantumazione dell’individuo, ma anche la sua ricchezza. L’uomo è parte del mondo e così come da esso viene plasmato, allo stesso tempo l’uomo riplasma il mondo e in questo modo si crea e si partecipa a quella molteplicità di vite diverse.

Lo spirito oggettivo

Difronte alla pluralità di stimoli che dividono l’uomo, come può l’individuo mantenere una propria unitarietà? Simmel risponde a questa domanda senza provare a fornire una soluzione, piuttosto constata e analizza la risposta che il tipo metropolitano a lui contemporaneo mette in atto.

In primo luogo, Simmel dichiara che in un ambiente metropolitano, l’individuo tende a diminuire le reazioni  emotive agli eventi in favore di aspetti più intellettualistici. La reazione freddamente intellettuale sembra essere conseguenza della oggettività metropolitana, dettata dal denaro,  e Simmel afferma che il soggetto sviluppa un organo protettivo al fine di poter sopravvivere al logorio, allo sradicamento che la vita in città porta con sé.

In secondo luogo e conseguentemente a ciò, lo spirito moderno della vita metropolitana viene dunque valutato dal filosofo come spirito oggettivo. Lo spirito oggettivo è caratterizzato infatti dalla prevalenza delle reazioni calcolate, razionali, intellettuali e pone in secondo piano gli aspetti invece più emotivi dell’animo umano. Secondo Simmel, dunque, in provincia l’individuo è più affettivo, contrariamente dall’uomo metropolitano, il quale riserva forse un solo sguardo al proprio vicino di casa.

Strategia di sopravvivenza

La strategia di sopravvivenza che l’individuo metropolitano mette in atto contro questo sradicamento è dunque l’indifferenza. Si parla di strategia poiché il presupposto da cui Simmel parte è che la natura umana sia rousseaunianamente socievole. In sintesi, l’uomo naturalmente socievole che si trova a vivere in un contesto metropolitano, pieno cioè di stimoli differenziali, in un costante flusso di essere e non-essere, per sopravvivere e per mantenere una sua propria individualità e unitarietà ricorre alla tecnica della indifferenza, ovverosia non dà significato alcuno alle differenze. Immerso in una totale impersonalità, l’homme blasé non dà più peso alla vivacità delle differenze, come se ne fosse annoiato, e si tratta di un vero e proprio venire meno delle reazioni.

FONTI

G. Simmel, Stile moderno. Saggi di estetica sociale, a cura di B. Carnevali e A. Piotti, Torino, Einaudi, 2020

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