Roman Polański: uomo e artista non sono la stessa persona?

Se dovessimo riassumere la figura di Roman Polański e ciò che l’opinione pubblica pensa di lui, potremmo scegliere una sola parola: polemica. Questo è ciò che la sua presenza a festival e manifestazioni cinematografiche scaturisce ogni qualvolta si parli di lui. Ed è quello che è successo anche ai César 2020, gli Oscar francesi del mondo del cinema: egli ha infatti ricevuto il premio per la miglior regia, scatenando le forti reazioni contrariate di molti, in particolare dei movimenti femministi francesi (e non solo). 

Talento e cattiva condotta

Quella di Roman Polański è stata una vita costellata di traumi a volte difficili da superare (uno fra tutti l’uccisione nel 1969 della moglie Sharon Tate incinta di otto mesi da parte della setta di Charles Manson), ma anche di numerose accuse di violenze sessuali ai danni di vittime molto giovani, per cui egli è stato anche condannato negli Stati Uniti. A 86 anni ha avuto una carriera invidiabile, ma questi eventi hanno fatto di lui una figura controversa: nonostante questo, il suo nome continua a riecheggiare nelle sale dei Festival più famosi. 

La sua premiazione ai César ha dunque destato non poche polemiche ed egli stesso ha deciso di non presentarsi alla cerimonia: quale atteggiamento assumere davanti ad una situazione simile? È possibile fare una netta distinzione tra l’abilità dell’artista e la condotta dell’uomo?

Giudizio e imbarazzo

Le femministe francesi (e non) ne sono convinte: Polański non meriterebbe nemmeno di continuare a fare il proprio lavoro. Ed è quello che implicitamente ha voluto sostenere anche Adèle Hanael, attrice francese che ha abbandonato la sala dei César dopo aver saputo che Polański aveva ottenuto il premio per la regia di J’accuse – L’ufficiale e la spia.

Il film in questione ha ricevuto numerose nomitations e premi, sottolineando ancora una volta l’abilità tecnica e artistica di Polański e il potenziale dei suoi lavori. Viene quasi difficile pensare che un uomo sulle cui spalle gravano accuse così pesanti possa essere in grado di creare film apprezzati in tutto il mondo. Le giurie dei vari festival e manifestazioni che si sono ritrovate a dover giudicare un film di Polański fanno trasparire ogni volta una sensazione di imbarazzo: sembrano quasi sentirsi in colpa nel dover premiare il lavoro di un uomo la cui condotta negli anni è stata più volte messa in discussione.

(In)decisioni del cinema internazionale

Non solo ai César però: anche nel corso della scorsa Mostra del Cinema di Venezia, la presidente di giuria Lucrecia Martel ha mostrato il proprio dissenso nei confronti della presenza di Roman Polański, ma ha affermato di aver giudicato il suo lavoro in maniera oggettiva: allora è davvero possibile distinguere l’uomo dall’artista?

Forse. Questo è l’arduo compito che molti professionisti del mestiere si sono prefissati, ma non deve essere così semplice: per questo c’è chi ha deciso di dare un taglio netto alla questione. È il caso dell’Academy: dopo le accuse rivoltegli e in seguito all’esplosione del movimento #metoo, Polański è stato eliminato da qualsiasi possibile candidatura poiché non “eticamente idoneo”.

Prospettive diverse

In loro difesa, molte giurie affermano di dover giudicare il film in modo obiettivo e non di dover istituire un tribunale dell’Inquisizione contro il regista. Polański stesso, per difendersi, ha scelto più volte di non presenziare a varie manifestazioni. Se però dovessimo affrontare la questione dal punto di vista delle sue vittime, saremmo forse della stessa opinione?

È proprio in queste visioni differenti che si concentra la lotta infinita tra chi vorrebbe escludere i lavori di Polański dal mondo del cinema e chi cerca di discernere le due parti della sua personalità, l’uomo dal regista. Resta il fatto che ogni volta che il suo volto compare in qualche evento pubblico, egli è in grado di scatenare le proteste di molti, attirando sempre in qualche modo l’attenzione su di sé, spingendo nell’ombra ancora una volta le sue vittime, e non solo.

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