Era il 1993 quando vedeva la luce Trainspotting, celebre opera di Irvine Welsh, un racconto crudo, sporco ed estremamente realistico della tossicodipendenza made in Scozia, poi tramutato nel film cult di Danny Boyle. A distanza di quasi trent’anni, però, la droga disumanizzante e le condizioni di vita squallide dal romanzo non sono scomparse, ma anzi sono un costante problema della società scozzese che, nonostante diversi interventi pubblici negli anni, sta addirittura peggiorando.

Un rapporto pubblicato dal governo scozzese nel 2020, infatti, documenta come, secondo i dati raccolti fino al 2019, la Scozia sia la nazione europea col maggior numero di morti causate dal consumo di droghe. I numeri sono impietosi e, rispetto al 2018, in crescita del 6%: sono 1.246 i decessi dovuti all’abuso di sostanze stupefacenti, cifre che non trovano analoghi riscontri in altri paesi europei. Infatti, se da una parte alcuni paesi non stimano con adeguata cura le statistiche in materia, è pur vero che secondo Politico i dati scozzesi sono circa quindici volte superiori rispetto alla media europea: valori inaccettabili per una società civile.

Il documento governativo mostra come il tasso di mortalità in materia sia in costante crescita sin dal 1996, anno in cui venivano registrate circa 240 morti, valori certo gravi ma pur sempre estremamente più bassi. L’aumento in particolare ha interessato la parte della popolazione compresa tra i 35 e i 54 anni, mentre nelle altre fasce d’età si sono registrati aumenti non costanti e, comunque, più contenuti. Il 69% dei decessi riguarda uomini, un dato che resta costante, mentre l’età media si è alzata dai 28 ai 42 anni dagli anni Novanta. Le sostanze utilizzate sono le più disparate, anche le principali responsabili appartengono alla famiglia degli oppioidi (86% dei casi), tra cui spicca l’eroina, che causa circa la metà dei decessi.

Per confrontare la situazione scozzese con i dati nostrani, basti pensare che in Italia i decessi dovuti alla droga sono stimati in nove per milione di abitanti, mentre nella terra del kilt e delle cornamuse i valori aumentano esponenzialmente a 315 per milione di abitanti. La seconda nazione europea per casi è la Svezia, con 81 casi ogni milione, seguita dal restante Regno Unito con circa 76 casi. Numeri estremamente diversi che, pur evidenziando una marcata differenza tra paesi nordici, più colpiti dall’uso di droga, e paesi meridionali, mostrano l’estrema singolarità scozzese. Oltre a fattori come le condizioni climatiche e ambientali indubbiamente dure, tipici dei paesi settentrionali, che potrebbero influire sull’umore e, di conseguenza, sull’utilizzo di sostanze stupefacenti, devono intervenire necessariamente problemi e cause endemiche della terra scozzese per poter spiegare un così alto tasso di letalità.

Secondo gli esperti le ragioni che spiegano questi dati impietosi sono diverse e di varia natura, ora politiche, ora storiche ed economiche. Innanzitutto la concezione del problema dei tossicodipendenti come una questione di mera sicurezza e non di natura sanitaria ha portato al confinamento di molti tossici in carcere e non presso adeguate strutture di recupero: un errore nella scelta del percorso punitivo e rieducativo più adeguato che, al posto che mitigare e risolvere il problema ha accentuato l’alienazione, la solitudine e le capacità economiche dei soggetti, che, spesso, tornano nel circolo vizioso alla prima occasione. Comprendere un problema, magari mettendo in discussione le proprie convinzioni morali, potrebbe aiutare sia chi necessita aiuto, il tossicodipendente, sia chi vuole ottenere sicurezza, dato che non sempre la via più apparentemente “dura” si rivela quella più efficace e logica.

Il taglio alle risorse destinate ai programmi di recupero operate dal governo scozzese nel 2015, inoltre, non ha certamente migliorato la situazione. Negli ultimi anni, oltre alle mancanze delle istituzioni, l’offerta delle droghe disponibili è aumentata comprendendo diverse sostanze a base di oppiacei a costi estremamente accessibili, tanto che il principale strumento di morte del 2019, un cocktail di sostanze a base di benzodiazepine, costi solamente 50 centesimi a dose.

Le risposte per cercare di invertire la crescita di questi brutali dati difficilmente vedranno la luce senza un cambio della posizione presa in materia dal governo centrale, granitico nel mantenere le proprie ottuse convinzioni e i conseguenti sbagli. Allestire strutture per consentire l’uso di droghe sotto controllo sanitario per i tossicodipendenti, come ad esempio avviene da qualche tempo a Berlino o Copenaghen con ottimi risultati, oppure fornire sostanze più sicure e controllate in modo da limitare il mercato di strada.

Molte possono essere le modalità per intervenire efficacemente tanto alla radice del problema, attraverso politiche di aiuto economico, rivalutazione di aree periferiche degradate e servizi sociali effettivamente funzionanti, quanto prendendosi cura dei soggetti dipendenti dalla droga, che ora invece vengono abbandonati a morire. Quale società può dirsi evoluta se accetta un simile numero di morti ai piedi delle proprie strade ogni anno pur di non cambiare il proprio punto di vista?