Chi non ha mai (almeno) sentito parlare del misterioso omicidio plurimo di monaci, narrato dalla sapiente penna di Umberto Eco? Il nome della rosa, ambientato in un tetro monastero medievale risalente al XIV secolo, è un giallo storico-deduttivo di massima tensione, che vanta oltre 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo. In pochi sanno, però, che quel maestoso Edificio esiste veramente, e sono specialmente i piemontesi a poterne vantare l’orgoglio del tutto italiano. A pochi chilometri da Torino, infatti, si erge la Sacra di San Michele, l’imponente abbazia che ha ispirato le magnifiche pagine echiane.

Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia. Non mi stupirono di essa le mura che la cingevano da ogni lato, […] ma la mole di quello che poi appresi essere l’Edificio. Dal basso sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo […] e diventasse a un certo punto opera dei giganti.

Umberto Eco, “Il nome della rosa”

Il nome della rosa ha inizio nel novembre del 1327. Guglielmo da Baskerville, francescano ex inquisitore, e il suo novizio Adso da Melk, si recano in un monastero benedettino dell’Italia Settentrionale. I due sono stati invitati in quel luogo per mediare tra le posizioni dei francescani – sostenitori dell’Imperatore – e quelle dei delegati della Curia Papale, durante un incontro volto a sanare i conflitti tra Chiesa e Impero.

Ben presto, però, Guglielmo si rende conto che i misteri che avvolgono le mura di quella tetra abbazia vanno ben oltre le semplici dispute politiche e religiose: una serie di oscuri delitti comincia infatti a susseguirsi inarrestabile, causando la morte di diversi monaci. L’Abate del monastero, allora, decide di affidarsi alle spiccate capacità indagatorie di Guglielmo. L’ex inquisitore, ormai pentito, dovrà far luce sulla drammatica vicenda, a cui i monaci dell’abbazia attribuiscono influenze demoniache. Ma si sa che – ricordando anche le parole di Shakespeare – spesso i diavoli più crudeli sono proprio gli uomini.

Io trassi spavento dalla visione dell’abbazia, e una inquietudine sottile. Dio sa […] che rettamente interpretavo indubitabili presagi iscritti nella pietra, sin dal giorno che i giganti vi presero mano.

L’abbazia che tanto intimorisce Adso, verso la quale il ragazzo prova un misto di inquietudine, stupore e meraviglia, è la sede di turpi omicidi e osceni segreti. Il romanzo non fornisce mai informazioni precise sulla sua collocazione, ma dalle descrizioni dei luoghi e dalle parole dello stesso Eco, è risaputo che ad ispirarne l’ambientazione sia stato un monastero benedettino in vetta al monte Pirchiriano: la Sacra di San Michele.

La Sacra di San Michele, più precisamente chiamata Abbazia di San Michele della Chiusa, è un antichissimo complesso architettonico edificato all’imbocco della Val Susa, tra il 983 e il 987. Distante soltanto 40 km da Torino, la cui vista può essere contemplata dall’alto dei suoi torrioni, l’abbazia è stata dichiarata monumento simbolo della regione Piemonte. All’interno della Chiesa romanica, eretta tra il 1110 e il 1120, sono attualmente sepolti i membri della famiglia Savoia.

Per raggiungere la Sacra di San Michele, è necessario percorrere un suggestivo tragitto naturale tra i tornanti del monte Pirchiriano, reso ancora più caratteristico nella stagione autunnale grazie alla cospicua presenza di alberi dal tipico colore aranciato. Per questo motivo, la Sacra costituisce una meta di richiamo non solo per i fedeli, i turisti o per i semplici appassionati, ma anche per tutti gli sportivi desiderosi di mettersi alla prova con escursioni o sentieri in mountain bike. La fatica della salita (a cui si aggiungono gli oltre duecento gradini finali) è sicuramente compensata dallo splendido panorama visibile dalla facciata del monumento.

Una volta raggiunto l’ingresso dell’Abbazia, il cui ticket costa soltanto 8 euro (e li vale tutti), la Sacra è pronta a togliere anche il poco fiato rimasto. Ad accogliere i visitatori, infatti, si erge l’imponente Statua di San Michele Arcangelo, il difensore del popolo cristiano a cui l’intero complesso è dedicato. Dietro di lui, lo Scalone dei Morti, con il Portale dello Zodiaco, conduce direttamente all’ingresso vero e proprio, superato il quale sarà possibile ammirare anche la leggendaria Torre della Bell’Alda.

Insomma, alla Sacra di San Michele religione, storia, natura e arte si manifestano agli occhi dei visitatori in tutto il loro impetuoso fascino, lasciandoli inevitabilmente a bocca aperta. Anche Adso, il giovane novizio de Il nome della rosa, era rimasto interdetto di fronte alla suggestione suscitata da questo luogo. E a distanza di oltre settecento anni, la potenza magnetica dell’Abbazia è rimasta invariata.

L’Edificio mi apparve tremendo, e capace di generare timore nel viaggiatore che vi si avvicinasse a poco a poco. […] Perché l’architettura è tra tutte le arti quella che più arditamente cerca di riprodurre l’ordine dell’universo, […] la perfezione e la proporzione di tutte le sue membra.

L’Italia vanta un patrimonio artistico e paesaggistico invidiato dal mondo intero. Più di 50 milioni di persone hanno letto Il nome della rosa, e tantissime altre lo leggeranno in futuro. Sono 50 milioni di persone che, sparse in tutto il globo, hanno potuto soltanto immaginare con la fantasia la grandiosa abbazia descritta dal giovane Adso. Noi italiani, invece, abbiamo la fortuna di condividerne la territorialità, e perciò di poter fruire del suo splendore senza dover cambiare nazione o continente. Perché allora non fare un salto in Piemonte, non appena la situazione sanitaria lo permetterà?

 

FONTI

Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, 1980

sacradisanmichele.com

wikipedia.org

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