Secondo Foucault, a un certo punto dell’epoca moderna, il “folle”, tacciato di “sragione”, viene cacciato dalla società dei ragionevoli.Recluso” (fisicamente e metaforicamente) in una struttura “specializzata” e sottoposto a un recupero a suon di preghiere, punizioni e cure mediche. Quando poi l’Occidente ha cominciato a prendere gusto e familiarità con questa pratica, con il “folle” non si è trattato più solo di chi noi, comunemente – con leggerezza ma sicuramente in maniera discriminante – riconosceremmo come “folle”.

Il folle

Diseredati, mendicanti, omosessuali e molti altri vennero considerati abbastanza folli da essere reclusi, alienati dalla società. Poiché di questo si trattava. Nel rispetto o meno del concetto foucaultiano, la follia ha preso il ruolo di un’arma di esclusione politica, di esclusione dalla polis e dal suo linguaggio ragionevole. E così l’emarginato, l’internato e l’alienato (come, in molti modi, possiamo essere tutti “noi”) si distingue difficilmente dall’effettivo “malato”, e la medicina psichica e psichiatrica – ma soprattutto la retorica psicopatologica – diventano uno strumento e una soluzione spesso troppo generalizzati, quando non del tutto abusati.

L’epoca moderna ha dunque associato spesso e volentieri la “follia” alla detenzione e all’emarginazione. Compiendo allo stesso tempo un passaggio di inclusione sotto la comune etichetta di “folle” di ogni tipo di individuo ritenuto, per qualsiasi ragione, escludibile a prescindere dal ragionamento e dal dibattito democratico. Ciò che ormai abbiamo imparato a riconoscere come “complottismo” è di certo un grave problema di ordine politico e sociale che complica tremendamente ed agita profondamente la vita democratica. Ma ha allo stesso tempo assunto spesso dei confini semantici alquanto elastici ed è andato spesso di pari passo con la semplificazione più brutale, con il riduzionismo più sfacciato di fronte all’immane complessità di un problema storico – ripetiamolo – di carattere politico e sociale.

Il complottismo

Patologizzare” il fenomeno del complottismo significa passivizzare e ridurre a figure extra-politiche (e quindi al di fuori della polis, dell’animalità politica, e quindi insignificanti) i seguaci delle cosiddette e più svariate “teorie del complotto”. Se, al contrario, si prendesse il problema sul serio, nella sua complessità, e si tenessero più da conto la dignità e il rispetto che si devono anche ai cosiddetti “complottisti”, ci si accorgerebbe che le cause (storiche, politiche, sociali…) della crescita esponenziale di certi fenomeni non hanno nulla a che vedere con delle supposte “malattie mentali” di massa. O con ciò a cui ordinariamente, in francese, ci si riferisce con “rincoglionimento generale”.

Quando al dibattito politico e alle libere scelte di opinione o di fazione viene associato un linguaggio richiamante alla “pazzia”, alla disumanizzazione e alla brutalizzazione, c’è qualcosa che non funziona nella logica democratica e nella morale moderna. Quando stranoti giornalisti e influencer politici incitano le proprie folle social – dall’autoeretto piedistallo di una supposta ma facilmente sbugiardata “umanità” – a considerare alcuni tipi di persone “subumani” e ad attribuirgli tratti selvaggi, barbarici e degradanti (non “parlano”, non “esprimono”, ma “ragliano”, “sputano”, “abbaiano”, “vomitano”, etc.). Ci troviamo di fronte non soltanto all’eclissi intellettuale, alla pura inettitudine critica e argomentativa, a un moralismo retorico, incoerente e segregazionista. Ma anche e soprattutto di fronte alla frequente incapacità di “prendere sul serio” il proprio avversario politico.

Ma chi potrebbe prendere sul serio le pseudo-teorie (spesso violente, antisociali e inaccettabili) di QAnon, dei terrapiattisti o di diversi complottismi antisemiti?

Ovviamente, non si tratta di questo. E ovviamente, quasi sempre, il semplice elettore di un partito non rientra nemmeno lontanamente in queste categorie. Si tratta di prendere sul serio le persone che sostengono queste teorie. Che spesso e volentieri, quando non sono una ristretta cerchia di demagoghi interessati e spregiudicati, sono evidentemente “vittime” di qualcosa. Laddove tuttavia questo qualcosa non è semplicemente bollabile con la malattia mentale o la barbarità, ma spesso riconducibile a cause tanto evidenti quanto sufficienti. Il disagio lavorativo, la disoccupazione, la crescita progressiva delle disuguaglianze, l’instabilità emotiva che si lega ai ritmi di vita contemporanei, l’assenza di certezze, l’alienazione collettiva capitalistica, lo sfruttamento nascosto ma generalizzato, l’impotenza della democrazia, la complicità della politica…

I limiti vacui del complottismo

complottismo

E qui arriviamo a un punto fondamentale, ovvero all’abuso di un concetto (perciò intrinsecamente delicato e forse profondamente dannoso) come quello di “complottismo”. L’inscatolamento nella categoria del “complottista” di tutto ciò che non si adegua alla “normalità” promulgata dai media mainstream. Alla “moderazione” del centrismo riformista, alla “conservazione” di un sistema ben affermato ma ingiusto, al “silenzio” della buona borghesia liberale che non deve “dar scandalo”. All’”apologia” di uomini (perché quasi sempre maschi) tanto più ricchi e a-democraticamente potenti quanto difendibili da venali e leccaculo. Tutto ciò che non si adegua, insomma, in quanto “antisistema”, alla “retorica del potere dominante”. E si noterà quanto sia proprio quest’ultima categoria, piuttosto che la prima, ad essere incresciosamente vicina all’irragionevolezza e all’incredibilità delle teorie del “complotto globale”.

Insomma, se è innegabile da tutti – meno che da chi faccia di tutto per non ammetterlo – che l’utilizzo di un’espressione (ambigua, fraintendibile e quindi generalmente infelice) come quella di “poteri forti” possa indicare non solo le tavole rotonde di rettiliani e servi del Demonio, ma anche le gravi ed effettive ingiustizie del mondo presente – che, ovviamente, per definizione, il “sistema” (giornalistico, politico, accademico, economico, etc.) fa di tutto per normalizzare, affermando che in realtà “va tutto bene”, anche nel più evidente collasso –, allora è chiaro che il vizio di ragione non è solamente quello del negazionista o del seguace di Q.

Ma anche e soprattutto quello di colui che fa di tutto per annullare ogni rumore di sofferenza, male ed incoerenza per ascoltare solamente le voci rassicuranti del proprio mondo. Di un mondo familiare e quindi accettabile. Di cui non si riescono e non si vogliono percepire le abissali discriminazioni, le imbarazzanti mancanze e le radicali ingiustizie.

Rischiamo di indebolire le forze di divergenza e protesta

Bollare acriticamente come “complottista” o “negazionista” ogni critica, ogni teoria od opinione anticapitalista, libertaria e progressista, solo per la ragione che essa diverge dagli “in fondo va tutto bene” dei miliardari, dei parlamentari o dei TG, rischia di indebolire le forze di divergenza e protesta. Forze di cui poi, nei tempi di maggiore bisogno, lamentiamo increduli l’inesistenza o l’incostanza.

Pensiamo a quando “complottista” era chi profetizzava un tragico riscaldamento globale ad opera delle azioni umane sul clima. O chi suggeriva di badare al rischio che la deregolamentazione dei mercati potesse portare a disastrose crisi economiche e alla distruzione dei servizi pubblici (sanità, scuola, assistenza, etc.). O ancora chi affermava che l’insufficienza di una politica del mondo digitale potesse portare all’abuso della privacy e al controllo della vita dei singoli. Chi denunciava la conseguenza alla civiltà dei consumi di un degrado intellettuale ed umano. Chi denunciava il rischio che Hitler aspirasse a costruire con le armi un impero mondiale.

Alcuni esempi

Ovviamente, questo non vuole significare affatto che nei complottismi ci sia un fondo di verità. Ma che piuttosto fa tanto male chi costruisce narrazioni assurde e mistificanti quanto chi si oppone per principio ai rischi della critica del presente e alla demistificazione.

Se è del tutto assurdo che ad un personaggio come Bill Gates siano attribuibili tutti i piani malefici di distruzione dell’umanità, è pur vero che Bill Gates non è un santo, ineffabile superuomo. In un saggio di grande impatto giornalistico e divulgativo come This changes everything. Capitalism vs. the climate (2014), Naomi Klein spiega, tra le altre cose, come personaggi del tipo e del calibro di Bill Gates, incluso lui stesso, investano grandiose somme di denaro in progetti di geoingegneria e in soluzioni al cambiamento climatico quanto meno strampalate. Se non, in molti casi, potenzialmente peggiorative rispetto al problema e dannose su molti altri fronti (in particolare quello delle diseguaglianze tra nord e sud del mondo).

In un testo che si è rapidamente affermato come uno dei più importanti della scorsa decade, The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for the Future at the New Frontier of Power (2019), Shoshana Zuboff analizza minuziosamente le immorali e spericolate strategie di business che portano a ingigantire al di sopra di ogni limite i portafogli dei giganti del digitale. Strategie ormai sistematicamente improntate all’inganno, allo sfruttamento nascosto o esplicito, al controllo e, ovviamente, alla sorveglianza. (Non i “microchip”, ma la registrazione e previsione forzate dei comportamenti di ogni utente, forzate per via dell’ormai incontestabile necessità di condurre una vita digitale).

Economisti come Gabriel Zucman, antropologi come David Harvey, giornalisti come Julian Assange, politici come Gianīs Varoufakis e Bernie Sanders, tentano similmente di mostrare come al di sopra del disagio del nostro secolo (diseguaglianze, crisi climatica, razzismo, sfruttamento, crisi della democrazia, neocolonialismo, etc.) sia stato adagiato un velo di banali falsità e superficiali apologie che, nel far passare il messaggio che non esista un’alternativa, che non esista “il resto” dalla creduloneria e dal complottismo, renda quasi impossibile un dibattito democratico e trasparente sulle grandi questioni del presente.

Rispetto e complessità

È innanzitutto una questione di rispetto quella che rende necessario un cambio di rotta del dibattito pubblico (giornalistico, politico, intellettuale, popolare) in merito alla vaghissima faccenda del “complottismo”.

Rispetto innanzitutto nei confronti del dibattito democratico, dal quale bisogna lasciar fuori la patologizzazione, la brutalizzazione, l’insulto alla dignità di un essere umano e l’esclusione preventiva da ogni dialogo. In merito al complottismo, si tratta di un male del nostro tempo, di un fenomeno evidente, se solo diamo un’occhiata alla visibilità che hanno acquisito pesci piccoli come il Generale Pappalardo o Diego Fusaro. E, più in grande, pescioloni come Steve Bannon o Donald Trump. Sebbene le teorie siano assurde e gli effetti spesso pericolosi, quando non addirittura violenti, è tuttavia un discorso sulle cause che andrebbe portato avanti. E questo con la dovuta complessità metodologica e col dovuto rispetto sociale.

Se tutto non è un complotto massonico, è pur vero che non tutto è rose e fiori.

E il riconoscimento della complessità dei fenomeni sociali – e quindi delle cause economico-politiche, degli scomodi scheletri nell’armadio del presente – va di pari passo con il continuo riconoscimento della dignità dell’interlocutore (chiunque egli/ella sia e qualunque cosa professi) e della dignitosità di un dibattito democratico, il quale, “di questi tempi”, sembra dover essere riscoperto dai cosiddetti autoeletti moderati, liberali, indifferenti, etc. prima ancora che da chiunque altro.


Fonti:

M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, BUR, Milano, 1980

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