Alla fine l’evento televisivo dei mesi estivi non è stato l’ennesima erede farlocca del Trono di Spade (c’è qualcuno che l’abbia vista, a proposito?) e nemmeno il ritorno del poliziesco luciferino salvato con scaltrezza da Netflix. Il vero evento televisivo dei mesi estivi è stato un political drama che di anni ne ha più di venti e per qualcuno è pure un po’ stantio. Nella videoteca virtuale di Prime Video The West Wing ci si è depositata a inizio agosto quasi in silenzio. A mettere in moto il tam-tam sulla sua uscita è stato l’entusiasmo di chi, avendola già vista, si chiedeva come fosse possibile che nessun servizio streaming in Italia ne acquisisse i diritti.

The West Wing infatti è un classico seriale. Uno di quelli che la programmazione e il doppiaggio italiani hanno un po’ maltrattato (i sottotitoli madrelingua e lacunosi di Prime Video non sono comunque da meno), ma che per gli americani ha preservato un’aura speciale. Uno di quelli che, visti o rivisti oggi, riescono lo stesso a sincronizzarsi col nostro tempo.

The West Wing Martin Sheen

The West Wing, in breve

The West Wing è ambientata alla Casa Bianca quando ancora da quelle parti gli scandali erano grane per cui dannarsi, mica medaglie al valore. La serie andò in onda sul canale NBC tra il 1999 e il 2006, in un periodo in cui la tv generalista adorava seguire le peripezie di professionisti di ogni tipo, purché fossero infaticabili, talentosi e combattuti tra le implicazioni etiche del proprio mestiere. Il suo creatore Aaron Sorkin non fece altro che radunarne qualcuno e trapiantare la tipica struttura procedurale nell’ala ovest della Casa Bianca. All’epoca Sorkin non era ancora uno degli sceneggiatori più importanti di Hollywood e aveva un’esperienza perlopiù teatrale. Pochi anni prima aveva però scritto il film Il presidente – Una storia d’amore e pensò di trarne una serie tv.

Solo, gli episodi di The West Wing non ruotano attorno alle uniche vicende del suo fittizio presidente democratico Josiah Bartlet (Martin Sheen). La trama si divide equamente tra i diversi membri del suo staff, partendo dal secondo anno del loro primo mandato. Il nucleo centrale della serie è formato dal capo dello staff Leo McGarry (John Spencer) e dal suo vice Josh Lyman (Bradley Whitford), dal capo della comunicazione Toby Ziegler (Richard Schiff) e dal suo vice Sam Seaborn (Rob Lowe), oltre che dalla portavoce della Casa Bianca C.J. Cregg (Allison Janney) e dall’assistente personale del presidente Charlie Young (Dulé Hill).

Per sette anni – e altrettante stagioni – The West Wing seguì i suoi personaggi nella gestione di leggi da approvare, crisi diplomatiche, attentati terroristici, campagne elettorali. Talvolta percorse la scia degli eventi storici reali, qualche altra riuscì addirittura ad anticiparli, facendosi percepire anche più veritiera di quanto non fosse. Tuttavia una delle componenti principali del suo successo fu la solida umanità dei suoi personaggi: tutti appassionati, tutti competenti, tutti mossi da ideali ferrei.

The West Wing Allison Janney

L’idealismo rassicurante

Quella raccontata da The West Wing era una specie di realtà parallela. Mentre l’amministrazione Clinton prima e quella Bush poi commettevano passi falsi, Sorkin costruì – certo veicolando i propri, di ideali – un posto sicuro dove gli spettatori potessero dimenticarli per qualche ora. Nella sua Casa Bianca il pubblico avrebbe incontrato un presidente severo ma gentile, a volte brusco ma paterno, a capo di un’amministrazione capace di arrivare sempre alla scelta moralmente più giusta.

Vista oggi The West Wing pare fin troppo idealista e mielosa. Specie dopo un decennio come quello appena trascorso, durante il quale il racconto televisivo della politica si è fatto più cinico.

Noi queste cose non le facciamo

il presidente Bartlet strigliava i suoi, tentati di combattere gli scorretti rivali repubblicani con altrettante scorrettezze. Qualche anno più tardi, scorrettezze anche peggiori sarebbero state la compiaciuta linfa di serie come Scandal, House of Cards e Veep.

Quel che è successo, però, è che negli ultimi tempi la realtà ha iniziato a mostrarsi ancora più cinica della finzione. A festa guastata, queste serie hanno concluso i propri cicli e si sono fatte da parte. Alimentata dal bisogno di rassicurazione, l’affezione già duratura del pubblico statunitense nei confronti di The West Wing sembra essersi rafforzata ulteriormente.

Oggi The West Wing funzionerebbe?

A chi gli ha chiesto se la serie non fosse un po’ troppo utopistica e stantia per poter essere ancora godibile, Sorkin ha risposto che – pur con qualche maneggio di sceneggiatura – The West Wing potrebbe funzionare benissimo anche nella tv di oggi. In un’epoca estremamente buia come quella che stiamo vivendo, ha spiegato, le persone hanno bisogno di rifugiarsi nell’idealismo, di imboccare una via alternativa al racconto solo machiavellico o solo stolto della politica.

In effetti, già dopo l’elezione di Trump nel 2016, Google registrò un aumento delle ricerche su The West Wing. E in vista delle prossime elezioni di metà mandato, gli attori del cast hanno più volte preso posizione sfruttando la credibilità dei propri personaggi. (Il servizio streaming HBO Max ne ha annunciato una reunion per sensibilizzare i cittadini a registrarsi correttamente per il voto.)

A fare la sua parte, comunque, è anche una forte nostalgia dell’intelligenza. Quella politica (perché ormai quando capita di vedere gente competente che faccia il proprio lavoro?) e anche quella seriale.

Pur generalista, e leggera, e compassionevole, The West Wing è provvista di tutto: ritmo sferzante, interpreti eccellenti, regia serpeggiante e scrittura sottilissima. Da qui Sorkin iniziò ad acquisire una certa stima; da qui il cosiddetto “walk and talk” (lunghi piani sequenza che seguono due personaggi mentre camminano frenetici e interagiscono con botta e risposta brillantissimi) sarebbe diventato il suo marchio di riconoscimento.

Oggi di serie tv politiche così serrate, argute, dinamiche, sarcastiche e orgogliosamente retoriche se ne vedono poche: forse l’erede più degna è The Good Fight. Anche perché l’oppressione del politicamente corretto ha spento un po’ tutto: c’è quasi più attenzione nel non contrariare il pubblico che nell’intrattenerlo. In questo senso con The West Wing sembra di tornare per un attimo a respirare.

“Ho delle vere battaglie da combattere, non ho tempo per quelle cosmetiche”, dice il capo delle forze armate, nero, quando gli chiedono se non stia male che il nuovo meritevole portaborse del presidente sia proprio un ragazzo nero. Aria fresca.