Cibo come pensiero fisso, abbuffate compulsive, digiuni estenuanti e vergogna verso di sé: è questo l’avvilente circolo vizioso che le persone affette da Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) patiscono ogni giorno. Ma siamo davvero certi che questa ossessione per il cibo, questo rapporto malato con l’alimentazione, sia legato esclusivamente all’aspetto fisico?

Attraverso le pagine di Donne che mangiano troppo, la psicoterapeuta Renate Gockel dimostra che, nella maggior parte dei casi,  la componente estetica è solo la punta di un iceberg che nasconde disagi inconsci ben più radicati. Approdo del libro vuole essere la sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti di problematiche ancora poco conosciute e spesso minimizzate, affinché i disturbi alimentari vengano finalmente considerati per ciò che sono in realtà: vere e proprie patologie psicologiche.

Con il bisogno incoercibile di mangiare o la negazione del cibo, vengono messe a tacere le emozioni o compensati dei disagi affettivi.

La dottoressa Gockel sceglie il caso di Anna K., sua paziente ormai da diverso tempo, per analizzare i reali motivi che inducono una persona a cercare compensazione nel cibo. Anna, la protagonista, soffre di bulimia, ma i fattori che hanno scatenato la sua malattia valgono, con alcune limitazioni, anche per l’anoressia e per il binge eating.

Anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata presentano, infatti, caratteristiche simili. Il soggetto anoressico è orgoglioso di riuscire a controllare i propri bisogni sino ai limiti dell’autolesionismo. A livello psichico, tuttavia, non possiede alcuna autonomia, e teme di perdere potere sul solo ambito della vita che è in grado di controllare. La donna bulimica appare severa e distaccata, una persona dalla quale non si vorrebbe essere giudicati. Nessuno sospetterebbe che lei, perfetta, si rimpinza fino a non poterne più e poi vomita. È il suo segreto. E in quanto tale, esso la rende intimamente sola. Ciò che le manca a livello cosciente è l’accettazione di sé, la capacità di fare posto alla sua vera personalità. Colui che soffre di binge eating, invece, si isola fisicamente grazie alla barriera protettiva che lui stesso ha eretto tra sé e gli altri. In questo modo, è in grado di mantenere tutti a debita distanza.

Sin dalla pubertà, Anna si vede troppo grassa, nonostante ad una valutazione obiettiva la sua figura sia ben proporzionata. Nel corso della sua vita ha seguito qualsiasi tipo di dieta esistente, nessuna delle quali ha mai portato a risultati soddisfacenti. Gli attacchi di fame smodata la assalgono ogni due giorni, e su di essi non riesce ad avere alcun controllo. Per Anna esistono soltanto due modi di nutrirsi: mangiare in modo controllato (ha una lista di cibi “consentiti” e una di alimenti demonizzati), oppure divorare.

Dopo un’abbuffata, quando mio marito sta guardando la televisione o sta facendo altre cose, vado in bagno e vomito tutto. Allora mi sento sollevata, ma sono anche disgustata da me stessa.

Ma che cosa scatena in lei il passaggio da un’alimentazione “ordinata” al divorare incontrollato? Quando comincia a mangiare, Anna – come tutti – avverte esattamente il momento in cui dovrebbe smettere. A questo punto, però, si instaura un dialogo tra le due coscienze che vivono in lei: quella bianca rappresenta la razionalità, quella nera un’irrefrenabile pulsione a mangiare. La prima la implora di fermarsi, la seconda non è mai soddisfatta pienamente. Anna comincia ad avvertire un senso di panico, perché la sua resistenza di fronte alla coscienza nera è come paralizzata. Allora mangia più rapidamente, furtivamente: così la parte bianca non ha il tempo di intervenire, e viene messa a tacere. Continua a ingerire cibo con voracità, cercando di non pensare alla paura che cresce. Si convince che l’indomani la situazione tornerà sotto controllo. E poi, può sempre vomitare.

“Allora, che cosa c’è che non va?” aveva esordito la psicoterapeuta durante il primo colloquio con Anna.

“Veramente niente. […] Ecco, non voglio essere ingrata, ho davvero tutto quello che ho sempre desiderato. Grossi problemi non ne ho, e le piccole difficoltà di tutti i giorni, beh, quelle le ha chiunque.”

Eppure, indagando ad un livello più approfondito, la psicoterapeuta rileva delle crepe nel rapporto di Anna con la madre, con il marito e soprattutto con se stessa: dalle sue parole nel corso del libro, è evidente che non si senta pienamente “adeguata” nel proprio ruolo di donna. Insomma, il caso di Anna è esemplificativo per dimostrare che all’origine dei DCA agisce sempre un fattore scatenante, soggettivo e più o meno rilevante per ciascun individuo.

I disturbi alimentari sono echi di disagi interiori che esternamente si riflettono attraverso l’ossessione per il cibo. Dire ad una ragazza che soffre di queste patologie che dovrebbe dimagrire o, al contrario, che è troppo magra, non la aiuterà ad uscirne. Anzi, la farà sentire ancora più frustata e incompresa. Se bastasse soltanto perdere qualche chilo o mangiare di più, per liberarsi da questo tarlo ossessivo che condiziona ogni aspetto della vita, nessuno soffrirebbe di DCA. Perché mai nessuno sceglierebbe volontariamente di vivere in un tale stato di angoscia. I tasti da toccare e sui quali provare ad intervenire giacciono ad un livello molto più profondo. Anna, dopo anni di bulimia, lo ha capito e si è messa nelle mani di una terapeuta. Ma sarebbe ora che anche la maggioranza della popolazione lo capisse.

La salute mentale non ha taglia. Di Disturbi alimentari può soffrirne chiunque, anche quell’attrice bellissima dal fisico invidiabile. Sono circa 9.000 le persone che ogni anno, in Italia, ne sono colpite, e nessuna di loro merita di essere giudicata da tuttologi improvvisati che ben poco conoscono della problematica che vi sta alla base.

Come afferma un noto aforisma dalla paternità purtroppo incerta,

Ciascuno di noi sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile, sempre.

La storia di ogni persona affetta da disturbi alimentari rivela chiaramente che il corpo rappresenta solo l’ultimo anello, il risultato finale, di una lunga catena di avvenimenti più o meno traumatici che ne hanno segnato l’esistenza. E nel XXI secolo, l’epoca della modernità e del progresso, soprattutto medico, è forse ora di abbandonare l’idea che l’obesità sia sintomo di golosità, o l’eccessiva magrezza di perfezionismo. Si tratta di malattie mentali, e come ogni malattia il primo passo per combatterle è conferire loro il riconoscimento che meritano.

 

FONTI

Renate Gockel, Donne che mangiano troppo, Feltrinelli, 2019

oggiscienza.it