L’artista è il creatore di cose belle.

Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.

[…] Coloro che scorgono significati meschini nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinati. Questa è una colpa. Coloro che scorgono significati belli nelle cose belle sono spiriti colti. Per loro c’è speranza. Eletti sono coloro ai cui occhi le cose belle significano solo bellezza.

[…] L’artista non ha intenti morali.

Oscar Wilde in una fotografia del 1889
Un romanzo artistico e peccaminoso

Così esordisce Oscar Wilde nella prefazione del suo primo e unico romanzo Il ritratto di Dorian Gray. Pubblicato nel 1890, l’opera racconta la vicenda del giovane, bello e ricco Dorian, persuaso dal pensiero estetico del dandy Lord Henry Wotton, che gli dice: “La bellezza è una forma di genialità. Anzi è più alta del genio perché non ha bisogno di spiegazioni.”

Così il giovane trasferisce, attraverso la pittura di Basil, il proprio spirito torbido, peccaminoso e libertino nel perfetto ritratto, che col passare dei giorni e degli anni assorbe i peccati e la vecchiaia di Dorian. Rimane dunque immacolato il suo aspetto, ma conserva le tracce peccaminose nella sua immagine.

Il Ritratto di Dorian Gray è probabilmente il romanzo ottocentesco che più di tutti, al di là del fascino fin de siècle di cui è intriso, riesce a sintetizzare nel racconto e nei geniali aforismi di Wilde l’essenza pura del gesto artistico. E soprattutto il significato -o uno dei possibili – dell’arte stessa, aprendo così in ogni singola pagina una costellazione di spunti di riflessione, tanto sotto il profilo antropologico quanto filosofico. 

L’arte secondo Wilde: tra immortalità e amoralità

Il significato del gesto artistico, nella sua più ingenua e antropologica indole, è espresso da Wilde proprio nella vicenda di cui si fa interprete Dorian. Questo infatti paga le conseguenze sulla sua stessa pelle, ricercando l’immortalità attraverso la realizzazione di un’opera in cui  imprimere qualcosa di sé. Dorian Gray rimane quindi estasiato e profondamente segnato dalla dialettica persuasiva di Lord Henry Wotton che, al loro primo incontro, in uno dei suoi tanti sproloqui filosofici, afferma perentorio: “la giovinezza è l’unica cosa che val la pena di possedere.”

A conclusione dell’opera, Dorian rimane così narcisisticamente impressionato dalla bellezza impressa sulla tela da desiderare l’indesiderabile, ribaltando il rapporto tra realtà e immagine: 

Sono geloso di qualunque cosa la cui bellezza non muoia. Sono geloso del ritratto che hai dipinto. Perché dovrebbe conservare ciò che io sono condannato a perdere? Ogni momento che passa ruba qualcosa a me e la dona a quell’immagine. Oh, se solo potesse essere il contrario! Se fosse il ritratto a mutare ed io a rimanere per sempre quello che sono! (Dorian al pittore Basil; Capitolo primo) 

Frank Dicksee, Lo specchio, 1896
Fare della propria vita un’opera d’arte

Non proprio l’esempio della modestia Dorian. Ma al di là di questo, è chiaro che qui ci troviamo nel punto di snodo della tragica storia: il desiderio è ormai espresso ed è destinato a compiersi. Da questo momento in poi, con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni si imprime in Dorian un’esistenza baccanale. Tra estatiche esperienze e una vita borderline –da far paura al Rimbaud più ingenuo-, tra viaggi esotici, amori promiscui e nuvolette d’oppio, sarà il ritratto ad invecchiare al posto di Dorian e a caricarsi di tutte le sue colpe e dei suoi peccati (tra cui un delitto), mentre il bel volto giovane del ragazzo resterà tale ed immutato.

John William Godward, Campaspe, 1895

Insomma, la vicenda di Dorian ribalta l’ordine consueto delle cose: è lui stesso a divenire opera d’arte, mentre il suo ritratto si fa carico dell’attività corrosiva del tempo e della morale. Questa, anziché corrompere l’uomo, erode la sua immagine. Potremmo dire che sia il perfetto manifesto dell’estetismo decadentista, ossia fare della propria vita un’opera d’arte.  

Dove si trova l’amoralità della rappresentazione artistica?

Il secondo spunto di riflessione che la storia di Wilde apre è quindi proprio questo: l’amoralità del gesto artistico, ovvero l’assenza di morale nella pratica artistica. E qui ritorniamo alle righe iniziali, quando cioè Wilde scrive che “l’artista non ha intenti morali” e che sono “eletti” soltanto “coloro ai cui occhi le cose belle significarono solo bellezza”. Lo scrittore irlandese quindi, riprendendo una concezione, espressa già a fine ‘700 da Kant, ci sta dicendo che l’arte, nel suo essere, non ha alcuna funzione se non quella di servire sé stessa. 

Proprio come il grande filosofo tedesco, Wilde ribadisce che il puro giudizio estetico non bada all’utilità o alla funzione dell’oggetto percepito, ma si appaga della sua sola  parvenza, del suo puro apparire, della sua mera immagine. Proprio per questo motivo non deve implicare alcun tipo di giudizio morale. In effetti, a pensarci bene Dorian Gray non rappresenta altro che l’apoteosi del gusto estetico e al contempo l’immoralità più assoluta.

L’arte, tutta, è completamente inutile.


FONTI

Letturefantastiche

O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray