Che cosa significa moda etica? Questo termine viene inteso o definito come quel settore del sistema moda che si propone di dare una spinta allo sviluppo sociale e alla sostenibilità ambientale, nel rispetto delle condizioni lavorative e della manodopera impiegata. Probabilmente risulta strano accostare e definire la moda come una questione sociale e/o ambientale, ma i dati che riguardano l’impatto ambientale ed umano di questa industria ci spingono a quantificarla in tale modo.

Una delle più famose campagne del movimento internazionale “Fashion Revolution” che tratta questo argomento ha come motto una frase semplice e significativa: “Fast Fashion isn’t free. Someone, somewhere is paying”.

Purtroppo, l’industria della moda è la seconda industria, dopo quella petrolifera, più inquinante al mondo e ha dei costi umani veramente insostenibili. Insomma, non è un segreto che il mondo del fast fashion sia un settore che sfrutta la manodopera soprattutto in paesi meno sviluppati in cui le condizioni e i diritti dei lavoratori non vengono assolutamente rispettati, anzi, sono perennemente esposti ad angherie e sfruttamento a livello sia fisico che psicologico. La questione non riguarda solo gli adulti ma tocca anche i bambini che dovrebbero andare a scuola e giocare ed essere coinvolti in attività tipiche della loro età, ma che invece si ritrovano proiettati in una realtà ingiusta.

Alla luce di tutto ciò possiamo affermare senza dubbio che l’impatto sociale è molto forte e come già specificato è caratterizzato da abusi sul lavoro, retribuzioni troppo basse, orari di lavoro inimmaginabili e mancanza di sicurezza sui posti di lavoro.

Quando è iniziato a circolare il termine “moda etica”? Questo termine è stato coniato dopo la tragedia di Rana Plaza, in cui nell’Aprile del 2013 crollò una palazzina di ben otto piani dove erano collocate 5 fabbriche tessili di abbigliamento per i grandi marchi internazionali, in questa tragedia persero la vita 1.129 persone, mentre le persone ferite furono 2.500. Inseguito a questo terribile avvenimento il mondo ha iniziato a porsi delle domande e a riflettere sulle conseguenze umane del grande mercato della moda, attualmente i dati dell’industria tessile sono alquanto allarmanti!

 

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7 years ago today, the Rana Plaza building in Bangladesh collapsed and took the lives of at least 1,134 people and injured another ~2,500. Most of the victims were young women and they were making clothes for some of the biggest fashion brands in the world. In the days and hours that preceded this tragedy, cracks appeared in the building walls and workers expressed their fears. Management told the workers to return to work, even when the retail shops and banks on the ground floor of the complex closed. It wasn’t just managers, but lurking order deadlines and production quotas from powerful corporations that lead to these workers being sent back inside. It was the insatiable fashion industry that forced these garment workers to keep working. And it was the lack of union representation that left these workers powerless to defy orders. These workers, some 5,000 of them, worked in fear. And the clothes they made in fear were shipped around the world, to major retailers and fashion brands, and they were bought by us. Though we’ll never know for sure if we bought and wore the products of their fear, we know that even one t-shirt, pair of jeans or dress made in fear is one too many. There were 29 brands identified in the rubble. It would take years for some of them to pay compensation. For some families, providing DNA evidence to claim that compensation would never be possible. To this day many of the survivors are unemployed and suffer from severe trauma. Fashion Revolution exists to ensure that no tragedy of this magnitude will ever take place again, and we won’t stop until every garment is made in conditions where workers are safe, fairly treated and free from gender-based violence or harassment. Today we think of the true cost of our clothing. We reflect on the tragedy and we use this momentum to forge ahead and create change. Today we encourage you to ask #WhoMadeMyClothes, and demand answers. Photo by rijans via flickr #repost @fash_rev ・・・ #sharemybag #givenewlifetofashion #sustainablefashion #fashionrevolution #fashionrevolutionweek #circulareconomy #ranaplaza #ranaplazaneveragain

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Fashion Revolution ha condotto delle indagini ed è emerso che in Cina le giovani donne svolgono tantissime ore di lavoro, fino a 150 mensili solo di straordinari. Circa il 60% di loro non hanno un contratto e una percentuale altissima il 90% non ha accesso alla previdenza sociale. In Bangladesh, invece, i lavoratori che lavorano nel settore moda guadagnano 44 dollari al MESE.

Affidandoci sempre alle indagini e al lavoro di Fashion Revolution si è scoperto che su 91 marchi di abiti solo il 12% ha intrapreso azioni dirette a garantire un salario minimo legale per i propri lavoratori. Ancora, Child Right Forum stima che in Bangladesh ci siano 7.5 milioni di bambini bangladesi costretti a lavorare fin da piccolissimi per contribuire al mantenimento del proprio nucleo famigliare, diventando nel 17% dei casi vittime di abusi e torture.

Inseguito a tutte queste indagini e alla consapevolezza che non si può  lasciare che accadano determinati soprusi e violenze, durante gli anni sono nati dei progetti con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di comunità locali presso i paesi meno sviluppati per dare autonomia lavorativa alla comunità locale; progetti in cui tutto il ciclo di produzione si sviluppa rispettando i diritti dei lavoratori coinvolti, e promuovere imprese che hanno l’obiettivo di riciclare le risorse nell’ intera filiale usando fibre biologiche e/o tinture naturali.

La trasparenza è l’elemento su cui si basa la moda etica, solo attraverso un’impresa di produzione totalmente trasparente è possibile monitorare e controllare che non vengano abusi umani e anche ambientali.  C’è da dire anche che i capi realizzati in modo sostenibile hanno dei costi più alti rispetto a quelli prodotti della fast fashion, che in qualche modo hanno falsato il mercato dell’abbigliamento imponendo una corsa sfacciata al ribasso dei prezzi.

Le cose posso cambiare, tutti noi nel nostro piccolo possiamo iniziare ad acquistare capi realizzati attraverso dei processi produttivi dal basso impatto ambientale ed equi, a tal proposito molte aziende stanno indirizzando le loro scelte di mercato verso questi percorsi.  Ciò che ci permetterà di costruire un benessere sostenibile  è la maggiore consapevolezza dei cittadini che attraverso le loro scelte si orienteranno sulla strada della sostenibilità, questa coscienza è uno dei principali strumenti che si hanno a disposizione.

È importante precisare che esistono delle e-commerce che si dedicano alla moda sostenibile, una di queste e la piattaforma Staiy. Questo progetto è nato da una startup di giovani ragazzi italiani con l’obiettivo di fornire ai consumatori le migliori marche di moda etica, cercando di andare oltre a quelli che sono i preconcetti e gli stereotipi.

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Les Fleurs Studio es una marca fundada en 2017 por la diseñadora española María Bernard, asentada actualmente en París. Comenzó siendo una tienda online de ropa vintage, buscando sobretodo el lado más sostenible de la moda, y fue evolucionando hasta ahora que a través del upcycling y el vintage incluye en su página desde prendas de ropa hasta bolsos, joyas u objetos de decoración. Recientemente ha transformado su página web en una plataforma que une a varios artistas y marcas emergentes especializadas en upcycling, vintage y recycling. Todas estas comparten las mismas inquietudes y valores con la marca y Maria les ofrece en su página un espacio para exponer al público su trabajo y formar una comunidad unida por los mismos principios de moda y sostenibilidad. Personalmente adoro esta marca tanto por los valores que comparte como el cuidado trabajo de inspiración y y estilo por parte de su directora creativa. Las paletas de colores usadas y los diseños siempre transportan a siglos atrás y creo que Maria comunica muy bien su intención y la imagen de su marca a la vez que se diferencia muy bien del resto y aporta cosas nuevas. Justo hoy ha sacado nueva colección a su web y es una absoluta maravilla y ha añadido algunos de los que yo considero accesorios estrella de la marca que son unos bolsos bombonera diseñadora a partir de telas vintage recicladas que resultan verdaderas obras de arte. . . . . . . . . . . . . . . #vintage #upcycling #secondhand #upcyclingfashion #lesfleurstudio #recycledfashion #ethicalfashion #modaetica #ecofashionblogger #fashionstyle

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Ci sono in particolare due idee o concetti che si possono definire distorti e che spesso vengono associati alla moda sostenibile.

La prima riguarda l’estetica: questi tipi di capi si pensa siano essenzialmente larghi ed informi, con uno stile semplice ma idilliaco.

La seconda idea è che la moda etica sia molto costosa e quindi inaccessibile! In realtà non è proprio così, certo i materiali riciclati o i capi che fanno parte del modo eco-sostenibile sono più costosi ma se ci si “organizza” può essere alla portata di tutti.

Ovviamente la moda etica per sua definizione, privilegia i fattori ambientali e sociali e questi aspetti non possono concordare con i ritmi ferrei di altre industrie in primo luogo quello del fast fashion. La competizione è molto alta anche perché i cittadini privilegiano l’acquisto di abiti a basso costo ignorando quello che sta dietro alla sua realizzazione. Tutto ciò ci fa capire che cambiare le cose e accantonare il mondo del fast è molto difficile ma non impossibile! Questa è la sfida che si è posta la startup STAIY attraverso un sistema online che collega in modo rapido ed efficiente il consumatore e il marchio di moda sostenibile.

Gli obiettivi di STAIY sono: fornire la possibilità di acquistare prodotti in modo facile e trasparente. Tutti i brand che sono presenti nella piattaforma, prima di essere scelti passano una selezione che valuta il prodotto dalla policy dell’azienda alle certificazioni dei materiali utilizzati. Per fare questa scelta STAIY si avvale di un questionario composto da 62 domande, che sono raggruppate in cinque temi riguardanti la sostenibilità dell’azienda. Ovviamente, in caso di esito positivo la filiera entra a far parte della piattaforma e il suo profilo rimane a disposizione ai potenziali clienti nella pagina.

STAIY è qualcosa di importante è innovativo perché oltre a conciliare etica ed estetica, rappresenta un luogo in cui si possono condividere delle informazioni e la in cui il cliente viene responsabilizzato. Inoltre, per incentivare questo concetto la startup ha deciso di associare ad ogni brand un punteggio, in base alle risposte fornite dai consumatori.

L’esperienza dei consumatori deve essere positiva e per garantire questo la startup si avvale di un algoritmo volto a calcolare idoneità dei capi rispetto allo stile del cliente, per creare abbinamenti e outfit coerenti.  Questo algoritmo serve per aiutare e supportare il destinatario nelle sue scelte! Per chi volesse abbandonare il mondo del fast fashion questa piattaforma potrebbe essere un ottimo strumento per orientarsi verso una moda molto più sostenibile.

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Ci sono moltissimi modi per salpare sulla nave della sostenibilità e uno di questi è l’usato. Spesso andare al mercato dell’usato o come viene comunemente definito “delle pulci” viene visto come qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da “poveracci”, in realtà non c’è niente di male, anzi,  può essere un modo divertente per creare il proprio stile senza spendere troppi soldi e inquinare l’ambiente. In questi mercatini si riescono a trovare vari tipi di capi che appartenevano a  persone che probabilmente si sono stufate di indossarli, oppure, capi rimasti nei magazzini invenduti. Ovviamente, ci vuole tanta voglia di cercare tra la vistosa quantità di abiti, ma è proprio questo che rende le cose più interessanti: scoprire ed essere curiosi! Con il giusto abbinamento il gioco è fatto.

Perché acquistare abiti di seconda mano o usati? In primo luogo si riduce l’impatto ambientale e poi  rappresenta una moda da un punto di vista sociale sostenibile.

A tal proposito, esiste un movimento internazionale “Milion Women” che ha pubblicato dei dati interessanti che riguardano l’acquisto di capi usati: se un milione di persone comprasse abiti di seconda mano, non verrebbero prodotti 6 milioni di Kg di anidride carbonica e si ridurrebbe il consumo di acqua di 6000 lt, l’uso di fertilizzanti di 0,3 kg e l’uso di pesticidi di 0,2 kg.  Acquistare capi usati è molto semplice, non ci sono solo i mercatini ma esistono delle piattaforme che vendono abiti ed accessori vintage.

Per chi fosse interessato e volesse dare un’occhiata ma non sa bene dove cercare, online esistono degli elenchi di piattaforme che possono aiutare a conoscere marchi di moda sostenibile.

Alcune piattaforme che si possono consultare

The Revolution Map: su questo sito è stata creata una mappa che aiuta il potenziale cliente a trovare il punto vendita sostenibile più vicino. È attivo quasi in tutta Italia tranne Sardegna, Basilicata e Molise.

Il Vestito verde: è un gruppo di giovani il cui obiettivo principale era quello di creare una community di persone attente al tema della moda etica e che si voleva scambiare delle informazioni su questo argomento. Dopodiché il progetto è cresciuto ed è diventato una vera e propria piattaforma con un elenco sempre aggiornato, di brand Europei, italiani e anche Extra Europei.

Weco Slowfashion: è una app che può essere scaricata su un cellulare quindi molto comoda e pratica. Nella Home c’è l’icona della mappa utile per guardare e scoprire i negozi nei dintorni, quindi se si ha voglia di fare shopping non ci si deve impegnare più di tanto, basta scaricare Weco e il gioco è fatto!

Shashion Net: questa è una piattaforma che raccoglie piccole realtà locali legate dalla ideazione di una moda senza vincoli e modelli imposti, qui si trovano produzioni indipendenti e laboratori artigianali. Shashion è perfetto per chi non vuole piegarsi ai limiti imposti dal “troppo veloce”.

 

La cosa più bella? Essere liberi dai dogmi del fast fashion, creare il proprio look, cercare e scoprire capi che non si vedevano da secoli, a volte può essere anche una sorta di tuffo nel passato, puoi guardare un capo e sorridere ricordando per esempio il periodo da teenager! Facciamo pace con il nostro armadio e creiamone uno più sostenibile, equo e giusto!


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