Avocado sotto inchiesta

Passeggiando per le strade di qualsiasi grande città, è ormai facile imbattersi in ragazzi che, seduti al tavolo di qualche bar, consumano avocado toast, cappuccino, frutta e carni fredde serviti tutti insieme. Sicuramente molti anziani si chiederanno che cosa sia esattamente, se una colazione o un pranzo, e alla risposta “brunch” storcerebbero il naso e chiederebbero di ripetere.

Il brunch è una delle tante abitudini anglosassoni importate in Italia e da cui, in parte, ha avuto inizio un’altra moda, direttamente legata alla precedente: quella del consumo di avocado. Certo, questo frutto è diventato tanto famoso in Italia anche grazie al sushi. Un fattore comune da cui ha avuto origine la loro popolarità nel nostro Paese è sicuramente il contatto diretto tra culture. Contatto che ormai sta diventando sempre più evidente, favorito anche dall’incremento nell’uso dei social, che ci portano a scoprire abitudini e prodotti differenti.

Comunque, che sia dal sushi o dal brunch, certo è che l’avocado ha fatto irruzione prepotentemente nella dieta di molte persone. È sicuramente un frutto ricco di buonissime proprietà, e l’accoppiata salmone e avocado è la più conosciuta e amata, in grado di fornire al nostro corpo innumerevoli benefici. Come per qualsiasi alimento, però, non bisogna abusarne, non solo per il nostro corpo, ma anche per l’ambiente. L’impatto che l’aumento del suo consumo ha infatti avuto sull’ambiente non è da poco. Ma non tutti sono a conoscenza dei danni che la coltivazione intensiva di questo frutto sta avendo sul nostro pianeta.

L’avocado è un frutto coltivato prevalentemente in America Latina, più precisamente in Messico, che ne è il primo produttore al mondo. La sua produzione comporta un giro d’affari tra i 2,5 e i 3 milioni di dollari. Purtroppo questo ha fatto sì che i narcotrafficanti ne fossero attratti, tanto che il frutto ha iniziato ad essere definito “oro verde”. Due cartelli di narcos si sono fatti addirittura guerra per accaparrarsi questo settore di produzione e vendita, causando danni sia alle popolazioni locali che all’ambiente. Negli ultimi dieci anni infatti, è quasi triplicata la richiesta di avocado nel mondo. Si è cercato quindi di rispondere alla domanda aumentando la vastità e il numero di campi per la produzione di questo frutto: il risultato è stato la perdita di quasi 700 ettari di foresta.

Ma non è finita qui: per poter mantenere queste coltivazioni infatti, sono necessarie grandi quantità d’acqua (quasi settanta litri d’acqua per un solo avocado!). Cosa che di certo non giova alle zone in cui la siccità è già di per sé un problema, per questo in alcuni Paesi l’acqua è stata privatizzata. Questo non ha fermato però i narcos, che hanno costruito canali e pozzi per far arrivare comunque l’acqua nelle piantagioni. Inoltre tra il 2006 e il 2015 nel Michoacan (Stato produttore per eccellenza di avocado in Messico), sono avvenuti circa 8.000 omicidi di contadini per mano dei narcotrafficanti, i quali volevano impossessarsi delle loro terre e coltivazioni.

Qualcosa di molto simile accade anche in Nuova Zelanda, dove bande criminali rubano avocado per poi rivenderli al mercato nero. Acquistando tali frutti provenienti da determinate zone del mondo non facciamo altro che sostenere la malavita locale, sebbene questo non succeda solo con gli avocado. Ciò non significa che bisogna smettere di mangiare l’”oro verde”, ma certamente bisognerebbe farne un consumo più ragionato. Quindi evitando di acquistarlo così spesso solo perché “sta bene con il salmone” o perché quella tale influencer ne mangia in grandi quantità ed è così in forma. Spesso ci dimentichiamo che i social sono sì un luogo di incontro e scambio, ma allo stesso tempo hanno il potere di sminuire o nascondere molti aspetti importanti che vanno dai rapporti umani fino al danno ambientale che la promozione di un determinato prodotto comporta.

Non è necessario cancellare per sempre questo frutto dalle nostre liste della spesa, ma inserircelo qualche volta di meno. E magari preferire i frutti di produzione italiana, provenienti principalmente dalla Sicilia, coltivati in modo biologico e, seppure in minor quantità, meglio. È sicuramente positiva la scoperta di nuovi sapori da poter introdurre nelle nostre diete. Forse però, un’analisi più attenta della storia che si cela dietro a determinati prodotti potrebbe aiutarci a farne un uso più consapevole e benefico. Questo non solo per la nostra salute ma anche per la salute dell’ambiente, sempre più minacciata dalla produzione intensiva che lentamente lo sta distruggendo.

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