Noi italiani siamo molto orgogliosi della nostra ricchissima cultura, lingua compresa. L’italiano, infatti, è una lingua letteraria, aulica, capace di espressioni meravigliose. Tuttavia la sua storia viene spesso tralasciata, a dispetto della sua peculiarità. Riscopriamola, allora, in due tappe. In questo primo articolo tratteremo le sue origini, dal latino al Cinquecento.

Dal latino al volgare

All’indomani della caduta dell’Impero Romano, il latino smise gradualmente di essere parlato e insegnato, lasciando spazio ai diversi volgari parlati in quel vasto territorio. Ma perché diversi, se prima la lingua parlata e scritta era ovunque il latino? 

Prima della conquista delle varie province, in esse si parlavano altre lingue. Si pensi all’etrusco, all’osco o alle varietà celtiche. Queste, anche dopo la diffusione del latino, continuarono in parte ad esistere e in altra parte ad influenzare quel latino che vi si diffondeva, dando vita a tante varietà linguistiche. Così, il latino volgare non solo era differente da zona a zona, ma era diverso anche dal latino di Roma.

Venuta meno l’azione accentratrice dell’Impero, passate anche le invasioni barbariche (che ebbero anch’esse risvolti linguistici), potremmo dire che ogni volgare prese la sua strada. Col passare del tempo e l’evolversi naturale delle lingue, la differenziazione crebbe e diede vita a quei volgari romanzi che furono gli antenati di tutte le lingue romanze (o neolatine) odierne e dei dialetti stessi. 

Da Dante ad oggi

Tra le lingue romanze, l’italiano ha decisamente seguito uno sviluppo peculiare, che gli è valso l’appellativo di “lingua strana” da parte di alcuni studiosi. Infatti, se per una lingua è normale evolversi e cambiare molto nel corso dei secoli, la nostra non è poi tanto diversa da ben settecento anni fa. 

Un francese di oggi, ad esempio, fa molta fatica nel leggere la Chanson de Roland o un qualsiasi altro testo in francese antico, mentre noi italiani non abbiamo grandi difficoltà a comprendere il testo della Divina Commedia. Addirittura, potremmo estremizzare dicendo che se Dante andasse in giro per la Firenze di oggi tutto sommato si farebbe capire. Com’è possibile? 

Riducendo la questione ai minimi termini, possiamo dire che l’italiano di oggi è diretto discendente proprio del cosiddetto “fiorentino delle Tre Corone”, ovvero del fiorentino con cui Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto le loro opere. Tanta è stata la loro fortuna, che questa lingua letteraria, spesso elevata e aulica, è stata presa a riferimento da tutta la letteratura successiva: Manzoni sarà solo l’ultimo di una lunga serie di autori che andarono a “sciacquare i panni nell’Arno”. 

La questione della lingua

In realtà la scelta non fu unanime. Da Dante in poi tanti letterati e intellettuali si posero la questione di quale varietà romanza adottare come lingua comune. A differenza degli altri Stati nazionali europei, l’Italia era divisa, dunque la decisione non poteva essere presa da un inesistente potere centrale. 

Le principali teorie erano quella cortigiana (in favore di una lingua di koinè tra le varie corti, non solo toscana e meno ricca di arcaismi), quella fiorentinista (sostenitrice del fiorentino contemporaneo, non trecentesco) e infine quella del classicismo volgare

Pietro Bembo in un ritratto del pittore Tiziano

Quest’ultima è appunto quella che ebbe la meglio e determinante nella sua affermazione fu Pietro Bembo. Nelle sue Prose della volgar lingua (1525) il letterato veneziano indicò nelle Tre Corone – e particolarmente in Petrarca – il modello di lingua a cui bisognava rifarsi. Si tratta di un modello puristico: nella norma bembiana si glissava sul plurilinguismo e pluristilismo dantesco, come sulla vena più popolaresca del Boccaccio.

Tuttavia, questa opzione non faticò ad imporsi, complice soprattutto il prestigio degli autori. Le loro opere, infatti, erano largamente diffuse e di facile accesso per gli intellettuali desiderosi di apprendere la lingua comune ed esprimercisi. 

Ma cosa dire della lingua che tutti i giorni parlavano le genti d’Italia? Certo non hanno imparato l’italiano all’indomani della pubblicazione delle Prose di Bembo. Nel prossimo articolo parleremo degli sviluppi che si sono avuti dall’Ottocento ad oggi, che parlano chiaro della realtà quasi esclusivamente scritta e non parlata della nostra lingua fino all’Unità. 


FONTI
Materiale tratto dal corso di Sociolinguistica, professor U. Vignuzzi, Sapienza Università di Roma.
Treccani