Il suo stile, contraddistinto da surrealismo, fantasia mescolata a sensualità e desiderio, ha rivoluzionato un genere; ad oggi continua ad essere emulato da fotografi di moda, registi ed artisti. Nonostante Guy Bourdin sia riconosciuto dalla critica come un elemento fondamentale della cultura visiva contemporanea, rispetto a Helmut Newton e Richard Avedon, il suo nome rimane sconosciuto. Questa situazione di anonimato non è casuale: ha sempre concepito la sua arte come effimera, “usa e getta”: infatti non ha mai esposto o venduto le sue fotografie, ma acconsentiva alla sola pubblicazione sui periodici, dandole così un tempo di rilevanza limitato. La sua figura era contraddistinta da un’aura di mistero e riservatezza, mantenendosi lontano dalla mondanità e rifiutando qualsiasi tipo di intervista; come sostenne un suo stretto collaboratore “Guy desiderava cancellare qualsiasi traccia della propria vita”.

È noto però che Guy Louis Banarès sia nato a Parigi nel 1928: l’anno successivo venne adottato da Maurice Désiré Bourdin, dalla quale prese il cognome, poiché venne abbandonato dalla madre naturale. Il primo approccio con la fotografia avviene durante il servizio militare a Dakar, quando apprese le prime nozioni come cadetto della French Air Force. Al suo ritorno Man Ray lo notò e lo prese sotto la sua ala: la sua prima esposizione avvenne nel 1953, composta essenzialmente da disegni e dipinti firmati con lo pseudonimo Edwin Hallan. L’anno successivo presentò i suoi lavori al direttore di Vogue Paris ottenendo diverse collaborazioni e campagne pubblicitarie.

Negli anni Cinquanta Guy Bourdin fu il primo a dare maggiore rilievo all’immagine piuttosto che al prodotto; le sue fotografie non erano semplici contestualizzazioni di un oggetto in vendita, ma opere d’arte:

“Le scarpe possono essere nella foto ma la foto non è una foto delle scarpe”

Il movimento Surrealista si impone come una delle influenze principali per Bourdin, il quale si ispirò a Man Ray, René Magritte e Balthus. Da essi riprende la totale libertà di espressione, l’intensità psicologica, lo sperimentalismo e le ambientazioni oniriche. La particolare rappresentazione della figura femminile è un’altra cifra stilistica individuabile nelle opere del fotografo. Questo elemento può essere collegato a delle vicende biografiche; infatti il suo rapporto con le donne fu spesso difficile e tortuoso, iniziato con l’abbandono da parte della madre e continuato con il suicidio di diverse figure femminili della sua vita, tra cui la moglie.

Nelle opere di Bourdin, la donna risulta sfuggente, con un’aurea eterea che ricopre solo un ruolo marginale rispetto alla narrazione: le modelle, così come gli abiti, sono al servizio della rappresentazione artistica.  Spesso sono ritratte in parti scomposte: figure statiche a cui viene spesso coperto il viso, o di cui appaiono solo le gambe, il viso, il pube.

Una figura centrale fu Nicolle Meyer, una modella appena diciassettenne che divenne la sua musa ispiratrice, con la quale collaborò per tre anni consecutivi. Lavorare con Bourdin non era semplice: era infatti noto per trattare le proprie collaboratrici con crudeltà; nonostante questo, la piccola Nicolle alle prime armi, diede piena fiducia al fotografo. Fu la protagonista di alcuni scatti in collaborazione con Charles Jourdan, i quali composero una delle sue campagne pubblicitarie più celebri. Con queste ultime immagini, Bourdin abbandona l’utilizzo del bianco e nero, assegnando ai colori dei veri e propri significati; come scrisse il critico d’arte Michel Guerrin:

“Bourdin ha sostanzialmente rivoluzionato l’uso del colore in un’epoca in cui in Francia la cultura del bianco e nero è ancora egemonica. È il primo a mettere da parte la funzione decorativa per assegnare ai colori il ruolo di agenti di informazione, ingredienti di comunicare il senso dell’immaginazione e della storia”

La serie di immagini più iconiche, in grado di riassumere tutta la sua estetica, è Chapeaux-Choc; Bourdin fece posare le sue modelle al mercato della carne di Les Halles: gli ultimi pezzi della collezione di Claude Saint-Cyr furono affiancati a teste di mucca, conigli appena macellati e pezzi di carne appesi a ganci metallici. Le modelle sorridenti appaiono impeccabili ed elegantissime, rendendo ancora più conturbante la scena. Vogue non censurò queste immagini, per le quali subì pesanti conseguenze tra lamentele da parte dei lettori e disdette d’abbonamento.

 

La critica accolse con entusiasmo i lavori di Bourdin, tanto che nel 1985 il ministero della cultura francese gli assegnò il Grand Prix National de la Photographie. L’artista però rifiutò tutti i riconoscimenti ed espresse una richiesta molto controversa: distruggere tutte le sue fotografie a seguito della sua morte. Guy Bourdin sentiva una particolare frustrazione rispetto a ciò che creava, poiché la fotografia veniva ancora considerata un’arte minore.

Nonostante questo, Guy Bourdin è riconosciuto come uno dei più grandi fotografi di moda di tutti i tempi; la sua arte fu d’ispirazione a LaChapelle, Mondino e Knight. Bourdin ci ha lasciato in eredità una concezione di fotografia di moda meno promozionale e più artistica, dimostrandoci che non sempre scarpe ed abiti debbano essere incorniciati in una realtà patinata.

FONTI

Inchiostronero.it

Drexcode.com

Ilpost.it

Panorama.it

Arttribune.com

Cabiria.net

Creativemapping.com

Wikipedia.org

Alison M. Gingeras, Guy Bourdin, Phaidon, 2006.

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