Il (Corona)virus italiano non è solo la malattia

Il Coronavirus ha fatto la sua entrata in grande stile anche in Italia, creando confusione, ansia e preoccupazione a ogni livello. Neanche a dirlo, i giornali si sono scatenati con prime pagine a dir poco allarmistiche che certamente non agevoleranno una lettura seria e attenta. In gergo del web, questi titoli verrebbero definiti clickbait”, ovvero esche per i click degli internauti che vengono attratti dalla nota sensazionalista del titolo.

Come è noto, infatti, poche persone vanno oltre le prime righe; lo dimostrano diversi studi tra cui uno condotto dalla Columbia University insieme al French National Institute. Nell’articolo si legge infatti che il 59% dei contenuti condivisi non sono nemmeno stati cliccati. Questo spiega perché, in un momento indubbiamente difficile e di grande preoccupazione per il nostro Paese, molti giornali puntino su titoli “forti”, che danno una visione apocalittica della realtà.

L’obiettivo dunque è quello di ricostruire il percorso italiano del virus che, come abbiamo già detto qui, non si chiama Coronavirus ma SARS-CoV-2. Sembra solo questione di forma ma non lo è; infatti, quando si conosce bene una cosa, si riesce a non farsi sopraffare da informazioni false, ansie inutili ma anche eccessiva fiducia. È un discorso che vale per il Coronavirus ma che è estendibile a molte altre situazioni che preoccupano le persone.

Come è arrivato in Italia?

Partendo dall’inizio, il paziente zero è ancora sconosciuto, cosa che ha fatto irritare l’OMS e anche molti semplici cittadini lombardi e veneti. All’inizio si sospettava di un manager di Fiorenzuola d’Arda, rientrato dalla Cina tra il 20 e il 21 gennaio, ma i test sono risultati negativi. Inoltre, non pare nemmeno che abbia sviluppato gli anticorpi al virus; questo fa pensare che egli non abbia avuto alcuna relazione con l’infezione del suo amico trentottenne ora ospedalizzato.

Il paziente uno, con nessuna apparente relazione con la Cina, ha sviluppato la prima febbre il 15 febbraio, recandosi poi in ospedale il giorno successivo. È quindi certo che gli altri casi si siano originati dalla sua visita all’Ospedale di Codogno che ora è infatti, come il resto della città, chiuso.

In Veneto invece il Coronavirus ha avuto origine nel piccolo comune di Vo’ Euganeo e ha provocato la morte di Angelo Trevisan, prima vittima italiana. Esclusa la pista del paziente zero lombardo, ora si sta provvedendo ad analizzare otto cittadini cinesi che sono tornati dalla Cina attraverso un altro Paese europeo. Tuttavia, stando alle ultime indiscrezioni anche questi cittadini cinesi risultano non essere portatori del virus. Questi ultimi, che lavorano nell’industria tessile, si trovavano nello stesso bar di Trevisan per vedere il derby Milan-Inter.

Ora i casi sono in aumento e hanno superato il centinaio: molti in Lombardia ma anche in Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Riportare tutti i dati e i nuovi contagi pare dunque inutile anche perché la situazione è in continua evoluzione. Si raccomanda di seguire le misure del ministero della salute nella sezione Coronavirus e di tenere monitorata, non ossessivamente, la situazione attraverso fonti autorevoli.

 Cosa stanno facendo il governo e le regioni?

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio, il Cdm (consiglio dei ministri) ha lavorato a un decreto di urgenza per far fronte a questa crisi Coronavirus. Tra le misure adottate ci sono quelle di divieto di allontanamento e accesso dai comuni colpiti ma anche la sospensione di eventi sportivi, culturali e religiosi. Inoltre, si parla anche di stop alla frequenza scolastica e nei musei, così come di divieto per gite scolastiche inter e intra nazionali.

Il testo parla inoltre di quarantena, da applicarsi ovviamente solo dove ritenuto necessario, come sta già accadendo nei comuni colpiti della fascia centro-meridionale della Lombardia. Anche le attività lavorative, le attività commerciali e le attività non essenziali degli uffici pubblici sono considerate suscettibili a chiusura. Infine, il testo lascia libero arbitrio alle autorità locali per implementare le misure dove fosse richiesto e non previsto già nel decreto governativo.

La regione Lombardia ha tenuto più conferenze stampa per aggiornare i cittadini e i media della situazione; a esse presenziavano il presidente Attilio Fontana e l’assessore al Welfare Gallera. Sui social del governatore e della regione, inoltre, vengono costantemente aggiornate informazioni di prevenzione e news riguardo lo stato del contagio. Lo stesso accade in Veneto col governatore Zaia che si è dichiarato molto preoccupato, sebbene i casi siano certamente meno rispetto alla Lombardia.

Le reazioni delle opposizioni

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 Le opposizioni invece sembrano essere coerentemente decise ad abbandonare la polemica politica per concentrarsi sull’emergenza sanitaria. Sia Giorgia Meloni che Silvio Berlusconi, a capo dei partiti Fratelli di Italia e Forza Italia, hanno affermato di essere stati contattati dal governo. Inoltre, hanno dato la disponibilità a collaborare qualora le circostanze lo richiedessero. Anche la strenua opposizione interna di Renzi e degli Italoviventi sembra essersi momentaneamente acquietata.

Si noterà che rimane fuori sempre lui, il Capitano d’Italia, il padre della patria e santo patrono degli Italiani (quelli veri): Matteo Salvini. La soluzione che propone è una chiusura di tutti i confini terrestri, navali, aerei e probabilmente anche spaziali e sotterranei. Se da un lato è giusto isolare e mettere in quarantena, dall’altro bisogna stare attenti anche a non eccedere con le misure. Infatti, questo provocherebbe un panico generale e creerebbe, con ogni probabilità, una situazione incontrollabile.

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È poi altamente probabile che il governo abbia commesso degli errori di procedura e valutazione, sarebbe sciocco escluderlo. Tuttavia, bisognerebbe trarre le conclusioni una volta risolta l’emergenza; continuare a bombardare di propaganda i cittadini serve solo ad alimentare il panico e la campagna elettorale permanente. Purtroppo, non sapremo mai come sarebbe andata se a governare ci fosse stato il Capitano con pieni poteri.

Fatto ancora più triste è l’insistenza di Salvini sul rischio di contagio da parte degli immigrati provenienti dall’Africa. Una cosa forse sensata di per sé ma che detta da Salvini significa solo una cosa: “blindare i confini” e “rimandarli a casa loro”. La situazione diventa poi tragicomica quando viene annunciato il primo caso italiano di Coronavirus: un maschio etero sposato ed in attesa di un figlio. Chiaramente, il rispetto e l’augurio di guarigione di chi scrive vanno a lui e a tutti i contagiati; tuttavia questo dimostra l’insensatezza di cercare di strumentalizzare anche una malattia.

E i giornali?

Ancora peggio di Salvini (sì, è possibile) sono i giornali nazionali i cui titoli, che come abbiamo sono ciò che maggiormente attrae i lettori, sono volti a creare sconforto. Chiaramente non si auspicano titoli ottimistici e falsamente positivi, ma nemmeno certi obbrobri frutto di propaganda commerciale e di scarsa levatura intellettuale.

Tra i migliori celebriamola scelta di <<Libero>> che recita “Il governo agevola la diffusione del virus, PROVE TECNICHE DI STRAGE”. Ora, questo titolo non ha nemmeno bisogno di un commento e qualsiasi persona ragionevole potrà darne una valutazione. Ma ciò che sconcerta, <<Libero>> non è nuovo a titoli scandalistici e sensazionalistici, è la scelta di altri quotidiani autorevoli. <<Il Fatto Quotidiano>> il 23 febbraio punta sulla guerra e titola “Virus, Nord Italia in stato d’assedio” mentre il giorno prima <<Repubblica>> sceglie l’angoscia con il titolo “Virus, Nord nella paura”.

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 Gli altri titoli procedono più o meno su questa linea, chi con toni più scandalistici chi con espressioni più moderate. Pare che per cercare conforto dovremo leggere tutti il quotidiano dei vescovi <<L’Avvenire>> che il 23 febbraio titolaPrudenza e unità contro virus e paura. Piacerebbe che più giornali utilizzassero una certa sensibilità nelle loro scelte editoriali. In particolare, sarebbe raccomandabile più criterio nella scelta dei titoli, specialmente nell’epoca dei social dove la condivisione si basa spesso solo sulle prime parole.

Non trattandosi certamente di sprovveduti, si può concludere che le scelte di tali titoli siano fatti appositamente per attrarre più persone possibili. È risaputo che a tutti piace lo scandalo e lucrarci sopra è facile, più difficile è rimanere sempre coerenti alla scelta di fornire vera informazione.

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