Flutti letterari e viaggi impossibili. In ricordo di Robert Luis Stevenson

Robert Louis Stevenson nasceva  a Edimburgo il 13 novembre 1850 dal fitto grigiore dei cieli di Scozia e dalla leggerezza materna del ricordo di Francia. Due opposizioni che l’autore si è portato sottopelle e che hanno trovato un equilibrio di complementarità nella scrittura, allegra e orrifica. Di Stevenson si può dire che ha calzato a pennello ogni genere – per alcuni un vanto, per altri un’avvisaglia di sciatteria – cimentandosi con il romanzo storico, d’avventura, quello psicologico di sapore gotico, ogni libro sempre contenuto in perfette forme chiuse.

A distanza di quasi un secolo e mezzo, il suo romanzo L’isola del tesoro è uno tra i sacri capisaldi del genere dell’avventura, un romanzo pittoresco che trova la sua genesi nella geografia fantastica, in quella mappa di pugno stevensoniano posta come corredo iconografico alla narrazione, nata prima della storia e della cui storia è madre.

Disegnai la mappa di un’isola; l’avevo colorata – secondo me – con estrema cura e precisione; la sua forma produsse sulla mia immaginazione un effetto che non so esprimere; conteneva porti che mi rallegravano come sonetti; e con l’incoscienza del predestinato, battezzai la mia opera “Isola del tesoro”.

L’Isola del tesoro è un libro felice che viene gustato da ogni generazione, ma che soprattutto avvince e ammalia i piccoli lettori, secondo Cecchi quelli che lo hanno capito prima di tutti. Un romanzo che si inserisce all’interno della tradizione letteraria marinaresca – lo stesso Stevenson in Il mio primo libro: l’isola del tesoro non nasconde i tanti prestiti dai suoi predecessori – affianco a pietre miliari del genere quali Moby Dick, Il Corsaro Nero, Il Tifone, Il lupo di mare. «C’erano una volta otto scrittori che erano lo stesso scrittore», così Michele Mari nel capitolo Otto scrittori di Tu, sanguinosa infanzia (Einaudi, 2009), ricorda Conrad, Defoe, London, Melville, Poe, Salgari, Stevenson e Verne che combaciati e sovrapposti incarnavano nella sua infanzia un unico grande Autore.

Tutti scrivevano del mare e delle sue tremende avventure, tutti usavano parole meravigliose come bastinaggio e bompresso, tutti conoscevano la geografia più lontana, i vestiti, le faune, le flore, le costellazioni, il computo della posizione, da quella conoscenza ricavando profondissimi affanni: mi facevano ardere della stesse sete e delle stesso delirio, rabbrividire per la stessa tempesta, sprofondare nello stesso identico flutto.

In questi romanzi il tema del viaggio ha sfumature esotiche e perigliose, alla volta di mete insieme nebbiose e luccicanti. Sono storie, tolti gli indugi descrittivi, sempre protese in avanti – tirate a forza da un imperativo come-va –a-finire –, attirate da un epicentro narrativo,  un tesoro, una forza della natura, una battaglia da vincere, che si compone di pagina in pagina in ossessione irresistibile e divorante. Formula che richiama anche, scostandoci dal genere e con un salto temporale e geografico, al Colombre, racconto di Dino Buzzati, in cui il protagonista Stefano Roì si mette in mare inseguendo e inseguito dal colombre, creatura marina che si fa archetipo dell’inconcludente recherche di ogni vita.

Stevenson tinteggia di chiaro-scuro, mitiga atmosfere sinistre, orrifiche, che svelano una seconda realtà misteriosa e terrificante, con un retrogusto di felicità fiabesca, con risacche di infanzia che attenuano il nero di certi mari in tempesta. Sono messi in scena «filibustieri spietati di spietatezza quasi innocente» (Piero Jahier), che si scontrano immersi in atmosfere cupe tratteggiate da una penna divertita, «perché lo stile è allegro, allegrissimo » (Parise).

Stretto al fianco di Stevenson avanza Melville – piacerebbe immaginarseli zoppicanti e torvi come i loro migliori personaggi – recando sotto braccio Moby Dick «il “documentario lirico” dell’esistenza di caccia sull’oceano» (Vittorini).

Così Robert Luis Stevenson ed Herman Melville si erano divisi il mondo come il giorno e la notte, e dove finiva il regno dell’uno incominciava il regno dell’altro, e le rotte delle loro navi non potevano più incontrarsi: perché uno era la giovinezza e l’altro era la maturità, e uno era la grazia e l’altro la potenza, ma uno era il romanzo e l’altro era il romanzo.

I due autori marinareschi si riflettono l’un l’altro in somiglianze e contrarietà, nei temi, nelle atmosfere, nella ricorsività di ossessioni spietate, e soprattutto nei ritratti di temibili e magnifici pirati. Il capitano Silver, di cui Stevenson fa un profilo affascinante e grottesco, si accosta in continuità oppositiva al terribile  capitano Achab di Melville, cattivo ma austero, portatore di quella integrità morale di cui Silver è privo e che rende quest’ultimo un cattivo di natura più ignobile, miserevole, nonostante si distingua per complessità ed educazione rispetto alla sua ciurma di cattivi, e stupidi, filibustieri. E’ una lotta all’ultimo sangue quella tra Stevenson e Melville, da concludere solo con un duello, che Michele Mari ci racconta durare ben tre giorni e che decreterà un unico e indiscutibile vincitore, Robert Luis Stevenson.


FONTI:

Robert Stevenson, L’isola del tesoro, Feltrinelli, 2014

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009

 

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