TRE ESSERI UMANI A EBBING, MISSOURI

Sono ormai passate diverse settimane dall’annuncio dei film candidati all’edizione degli Oscar 2018. Tra malumori e stridule grida di gioia, in mezzo a titoli come “The shape of water”, che sembra voler puntare ad una vera razzia di statuette, un “Get out” la cui presenza sembra sbigottire, al conflitto già dichiarato tra i due film d’animazione di punta “Coco” e “Loving Vincent”, si staglia “Three billboards outside Ebbing, Missouri” (Tre manifesti a Ebbing, Missouri). Realizzato dal regista britannico Martin McDonagh – già conosciuto per i suoi precedenti lavori “In Bruges” e “Seven psychopaths” – il film riesce ad accumulare ben sette nomination, tra cui quella per miglior film.

Mildred Hayes (Frances McDormand) è una madre distrutta dalla perdita della propria figlioletta, stuprata e uccisa a pochi passi dalla propria abitazione. Non ricevendo nei mesi successivi aggiornamenti dalla polizia, Mildred affitta tre manifesti pubblicitari in cui sollecita la polizia, e in particolar modo lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), a fare il proprio dovere. La provocazione ferirà profondamente il braccio destro di Bill, l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell), il quale non farà altro che incendiare una situazione già estremamente tesa.

Sebbene Three billboards sembri iniziare come un film di genere (si potrebbe definire come un dramma poliziesco), la pellicola non spenderà un singolo minuto della propria durata per dedicarsi all’indagine sul colpevole della morte della piccola Angela Hayes. I tempi filmici, sapientemente sfruttati e riempiti con continue iniezioni ora di emotività, ora di empatia, ora di tensione, mantengono vivo l’interesse dello spettatore accompagnandolo con gusto fino alla fine.

Martin McDonagh, riducendo l’intreccio e dilatando il corso degli eventi, decide di far brillare al massimo l’importanza data ai tre protagonisti del film, i sopracitati Mildred, Bill e Jason. Ciò che la macchina da presa segue sono i loro dubbi, i loro pensieri, i microcambiamenti sul loro volto o, in sintesi: i moti della loro anima. Tre personaggi, tre persone, tre esseri umani per altrettanti manifesti. Tre storie di dannazione e (forse) redenzione ma, in qualunque caso, tre storie degne di essere raccontate.

Mildred viene interpretata da una superba Frances McDormand, meritatamente candidata come migliore attrice protagonista, che non mancherà di conferire al suo personaggio infinitesimali sfumature caratteriali anche solo con la perfetta gestione dei movimenti del proprio viso. Madre di famiglia abbandonata dall’ex marito violento, isolata dalla comunità di Ebbing nel momento in cui decide di lottare contro lo sceriffo Bill e la polizia, Mildred continua a mostrarsi dura e tenace contro le avversità della vita, tanto che non di rado riuscirà ad apparire come una fastidiosa antieroina. Raramente lo spettatore vedrà le lacrime rigarle il volto, ma osservando da vicino la splendida performance attoriale diventa possibile cogliere la travolgente burrasca emotiva di una donna abbandonata a sé stessa, ormai completamente sola, che con “calci e gomitate” tenta di restare a galla in un piccolo paesino che sembra essersi dimenticato cosa sia il rispetto per il dolore e il senso del dovere.

Lo sceriffo Willoughby, erroneamente considerato un personaggio secondario, è in realtà il motore che muove tutta la seconda metà del film (che è anche quella più concitata ed emotivamente profonda). Egli, in analogia con Mildred, è un padre di famiglia; amorevole verso la moglie e le figlie, dedito al proprio lavoro e rispettato da tutta la comunità di Ebbing, in particolar modo dall’agente Dixon, che sembra vederlo come una seconda figura paterna. Seppur si mostri interessato alla scomparsa della piccola Angela, le tracce da seguire non sembrano più esistere e il suo atteggiamento è quello di una sconsolata rassegnazione. Un comportamento che Mildred non comprende né perdona (come potrebbe dopotutto?),  è proprio contro lo sceriffo che, infatti, scaglia il testo appeso ai tre manifesti. Tuttavia Bill ha un tumore che lo porterà alla morte in breve tempo, e questo sovvertirà completamente i rapporti tra i protagonisti del film…

Infine, l’agente Jason Dixon: un bambinone troppo cresciuto, dall’intuito arrugginito e dalle movenze raramente sobrie; il tipico bullo del liceo dotato però di divisa, pistola e distintivo. Incapace di prendersi cura della madre dopo la morte del padre, non rispettato e, anzi, guardato con disprezzo perfino da alcuni suoi colleghi, Jason nutre il proprio corpo di odio, pregiudizi e di poco ortodossi consigli materni. L’unica luce nella propria vita sembra essere proprio Willoughby, ammirato come un padre e rispettato come sceriffo. Three Billboards è però una storia di redenzione e, quasi a sorpresa ma mai in modo stucchevole, anche Dixon conoscerà la possibilità di cambiare e diventare una persona migliore, rivelandosi come un giovane uomo che, sostanzialmente, nella vita ha avuto troppa sfortuna.

Three billboards racchiude in sé molte tematiche, che lo rendono oggetto di molteplici interpretazioni (a partire proprio dal finale aperto). Come è già stato accennato, è una storia di rinascita: i cambiamenti non sono relativi alle vicende, ma all’animo dei suoi protagonisti; la redenzione non si riferisce ad una totale assoluzione dei peccati, ma all’avvicinamento di punti di vista e alla comprensione tra esseri umani. Il film racconta la difficoltà dello stare al mondo, la cattiveria di cui l’uomo può rivestirsi e poi riversare contro il prossimo; la solitudine e l’assenza della speranza ma, allo stesso tempo, la via d’uscita da questo limbo attraverso l’accettazione. Nel mezzo di questo continuo naufragare di emozioni, la ricerca dello stupratore della figlia di Mildred passa inevitabilmente in secondo piano, pur rimanendo l’evento sotterraneo che scatena l’inizio della vicenda.

Andando oltre, è impossibile non notare la cura che il regista ripone su ogni elemento della pellicola: perfette le musiche, in special modo il tema di apertura; bella la fotografia che sa accompagnare tutto il film mostrando volta per volta l’asprezza e, insieme, la bellezza di Ebbing e dintorni; capace la regia, che spicca in un piano sequenza di qualche minuto collocato a circa metà pellicola. Per concludere è d’obbligo un plauso alla sceneggiatura, che regala dialoghi realistici e perfettamente adeguati ai personaggi cui sono destinati, evitando lunghi monologhi inutilmente filosofici e avvicinandosi, all’opposto, ad una mentalità fatta di ragionamenti facili, di battute sagaci, di volgarità e invettive.

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