Zitti, zitti e fate attenzione, quale voce oggi vorrà accedere al portone?
A Milano, passeggiando lungo via Serbelloni, al civico 10, a poche centinaia di metri dall’incrocio tra via Palestro e Corso Venezia, si trova un orecchio.

Un buffo orecchio umano, bronzeo, di dimensioni nettamente superiori al reale è incastonato nel bel mezzo del palazzo ed è abituato da tanto tempo ad ascoltare i bisbigli, i segreti ed i rumori milanesi.

È un dettaglio che sfugge al cittadino che corre per andare al lavoro, o al turista troppo impegnato a cercare la Galleria d’Arte Moderna (situata nelle vicinanze) o nel tenere gli occhi alzati per osservare le particolarità e le bellezze dei palazzi liberty presenti nella zona. Eppure questo bizzarro orecchio è lì. È l’orecchio di Casa Sola Busca, un palazzo dall’aspetto alquanto sobrio rispetto ai limitrofi.

Casa Sola Busca, via Serbelloni 10

Quest’area urbana, che prende il nome di “Quadrilatero del Silenzio”, venne nobilitata sotto l’impero asburgico quando, tra tanti edifici, rettifili e palazzi, vide la costruzione anche della Villa Reale e dei Giardini Pubblici; la zona andò poi arricchendosi nell’Ottocento, con le imponenti dimore in stile neoclassico, eclettico e liberty e rimase un quartiere privilegiato fino agli anni Trenta del Novecento, cui risalgono Palazzo Fidia e Villa Necchi Campiglio.

Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16

Infatti in questo quartiere, nel raggio di pochi passi, si possono ammirare alcuni splendidi palazzi, modelli di un’evoluzione architettonico-artistica. Ne è un esempio Palazzo Serbelloni, palazzo storico di stile neoclassico, di Corso Venezia 16: qui ha dimorato per tre mesi Napoleone Bonaparte, a cui è stata dedicata la grande sala di rappresentanza chiamata appunto Sala Napoleonica, oltre al Cancelliere di Stato austriaco Klemens von Metternich, a Napoleone III ed anche a Vittorio Emanuele II di Savoia, che dal loggione salutò trionfante la folla.

Palazzo Castiglioni, Corso Venezia 47

Proseguendo il corso fino al civico 47 si incontra Palazzo Castiglioni, splendido esempio di edificio Art Nouveau a Milano. Il basamento bugnato dell’edificio richiama la forma naturale della roccia mentre le altre decorazioni sono in stucco, riprendendo lo stile settecentesco. Spostandosi, invece, verso via Bellini, si ha modo di vedere la maestosa Casa Campanini, uno dei più affascinanti esempi di architettura liberty a Milano, dalla facciata mirabilmente decorata. Lo stesso dicasi per il bellissimo ed imponente Palazzo Berri-Meregalli, di via Cappuccini 8. Quest’ultimo colpisce in particolar modo per il suo aspetto bizzarro, determinato dall’audace sovrapposizione di elementi neoromantici (mattoni a vista ed archi in pietra) e floreali, riscontrabili negli affreschi e nei putti scolpiti. La mescolanza di stili e materiali crea un generale effetto di sovrabbondanza decorativa che fa dell’edificio una delle espressioni più singolari dell’ecletticismo.

Casa Campanini, via Bellini 11
Palazzo Berri-Meregalli, via Cappuccini 8

La cosa curiosa è che quest’ultimo palazzo e Casa Sola Busca hanno un personaggio in comune: lo scultore Adolfo Wildt, artefice sia dell’originale Vittoria Alata collocata in fondo all’androne di Palazzo Berri-Meregalli che del nostro simpatico orecchio.

Adolfo Wildt, Vittoria Alata, 1918-19

Adolfo Wildt (1868 – 1931) nasce in una famiglia molto povera, di origine svizzera, ma milanese da duecento anni. Wildt è costretto a lasciare la scuola a nove anni e lavorare come garzone da un orafo. A undici anni entra nella bottega di Giuseppe Grandi, dove impara a scolpire, e poi si iscrive all’Accademia di Brera. Nel 1921 fonda a Milano una scuola del marmo; tra i suoi allievi più famosi sono Lucio Fontana, Fausto Melotti e Luigi Broggini. Il suo stile è influenzato dalla Secessione e dall’Art Nouveau. Nelle sue opere Wildt esalta il senso del silenzio, della malinconia, della sofferenza, ma anche della gioia e della delicatezza, deformando i suoi personaggi in modo simile ai pittori espressionisti.

Si tratta dunque di un’opera scultorea, che Wildt realizza negli anni Trenta; è un’opera atipica e persino meno nota, ma certamente sorprendete e assolutamente conforme alla poetica dello scultore. L’orecchio è realizzato con tale dovizia di particolari che pare quasi reale, infatti è possibile percepire la gran cura impiegata dall’artista nello scolpire sia il padiglione auricolare che il condotto uditivo esterno, ed è inoltre incorniciato da ciocche di capelli ricciuti. Delicatezza e senso del silenzio compaiono anche qui, in una sorta di gioco tra chi ascolta in silenzio e chi parla. Ma siamo sicuri che si tratti solo di un gioco?

I bisbigli all’orecchio di Wildt

L’aspetto singolare di quest’opera è legato alla sua funzione: che ci crediate o no, questo grande orecchio è stato concepito come citofono e ne è stato uno dei primi esemplari dell’epoca. In fondo, la funzione di un orecchio, che è quella di raccogliere onde sonore e convogliarle verso il timpano, non è poi così dissimile da un meccanismo elettronico di percezione e trasmissione del suono, tipico di un citofono.
È per questo scopo che la sua costruzione è stata affidata alle mani di uno scultore rinomato che potesse degnamente sottolinearne il valore della novità.

Non essendo oggi più funzionante, si è creata una leggenda attorno a questa strana scultura in bronzo secondo la quale se si bisbiglia un desiderio nel grande orecchio questo si avvera.

Copertina album “Acustica” di Eugenio Finardi

L’inedita opera ha riscosso talmente successo che, proprio in virtù del divertente padiglione, l’intera struttura architettonica è stata poi ribattezzata popolarmente col nome di “la Ca’ de l’oreggia”. L’orecchio di Wildt ha attirato l’attenzione anche di artisti più vicini ai nostri giorni, come il cantautore milanese Eugenio Finardi che lo ha utilizzato, nel 1993, per la copertina del suo album, “Acustica”.