Attualmente sotto i riflettori per la sua ultima fatica, Blade Runner 2049, il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve sembra essere riuscito nell’arduo tentativo di raccogliere l’eredità lasciata da Ridley Scott (produttore del capitolo precedente al suo capolavoro) e di confezionare un prodotto capace di soddisfare il pubblico e di riportare sul grande schermo le ambientazioni e lo spirito dell’opera originaria. I complimenti rivolti al suo ultimo lavoro datato 2017, però, non sono che gli ultimi di una lunga serie che ha accompagnato Villeneuve lungo la sua produzione, costellata di film molto validi: basti pensare a Sicario o, caso probabilmente ancora più emblematico, Arrival, vincitore del premio Oscar per il miglior montaggio sonoro e candidato per svariati altri premi. Tuttavia vorrei impiegare questo articolo per parlare di una pellicola che si schiera tra le migliori creazioni del regista canadese, forse meno conosciuta di quelle appena menzionate e, proprio per questo motivo, meritevole di uno spazio che le spetta di diritto.

Tratto dal romanzo “L’uomo duplicato” di José Saramago, Enemy è un film datato 2013 diretto da Denis Villeneuve. Jake Gyllenhaal è il grande attore e protagonista quasi incontrastato, impegnato ad interpretare il ruolo di Adam Bell, un grigio e spento professore di storia impegnato in una relazione instabile che non riesce ad aggiungere alcunché di positivo alla sua vita. Le sue giornate trascorrono identiche, senza emozioni né soddisfazioni, fino al giorno in cui, durante la visione di un film consigliatogli da un collega di lavoro, intravede nel finale della pellicola il volto di una comparsa fisicamente identico al proprio. Il resto del film si concentra sulla disperata ricerca del misterioso doppio, che si mostrerà esteriormente identico ad Adam ma di carattere completamente opposto: deciso, curato, sicuro di sé.

La vicenda, che fa del mistero e dei risvolti onirici i propri punti di forza e di interesse, si complica ulteriormente per le tre figure femminili che appaiono nel film, che assumono un ruolo centrale nell’interpretazione finale di Enemy: la moglie incinta di Anthony St. Claire, l’attore identico ad Adam, la ragazza con cui Adam ha intrecciato una relazione priva di reale interesse, e l’oppressiva madre di quest’ultimo. Indimenticabili, infine, le poche ma perfettamente utilizzate apparizioni di elementi più spiccatamente horror, che saranno in grado di paralizzare sulla poltrona chiunque provi una certa insofferenza nei confronti degli aracnidi e, allo stesso tempo, di rimescolare qualsiasi convinzione maturata fino a quel punto nei riguardi della pellicola.

Enemy infatti, usando l’abile travestimento della storia facilmente fruibile, si scopre in realtà essere una pellicola più complessa di quanto non voglia apparire, seppur si trovi molto distante dai deliri onirici di David Lynch, maestro indiscusso del genere e certamente grande fonte di ispirazione per lo stesso Villeneuve. La spiegazione del film, che scelgo di non riportare per non intaccare la recensione di inutili spoiler, è facilmente reperibile sulla rete e sicura perché data dallo stesso regista, forse togliendo gran parte dell’interesse che degli interrogativi lasciati in sospeso potevano suscitare, ma almeno placando gli animi di chi, al termine dei titoli di coda, sentisse la necessità di un’analisi completa di ciò che ha appena visto.

Per concludere, reputo Enemy un vero e proprio gioiellino all’interno della carriera del regista canadese, e un ottimo film se confrontato con moltissime produzioni più recenti. Dalla strepitosa prova attoriale di Gyllenhaal alle ambientazioni, cupe e spente come l’animo del protagonista, dai dialoghi e dai ritmi dilatati al punto giusto fino ai momenti più strettamente onirici (e horror), Villeneuve riesce a dirigere l’orchestra in maniera ottimale e a porre le basi per quella che sarà una filmografia varia e interessante.

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