Saremo farfalle, petali di fiore o quegli insetti che mangiano la carne

di Federica Tosadori

Non mi interessa.
Non mi interessa né quello che dici né quello che pensi.
E nemmeno quello che potrai mai pensare nella vita, e decidere e fare.
Mi viene da ridere… quello che credi non ha senso!
Stasera di fianco a me c’era una mosca, una grande, gigante, enorme mosca nera.
L’ho lasciata lì immobile alzandomi piano.
Nello specchio c’era un essere che mi guardava e allora ho spento la luce.
Adesso non c’è nessuno in casa.
Mi vengono in mente i corpi morti che ogni giorno ritrovano nei telegiornali.
Ho dei corpi nella mente ora, con tutte le ossa fuori e i gomiti rotti.
Vorrei spegnere il cervello, così come faccio con la tv e la luce.
Mi arrivano lettere d’amore che pretendono di dare un senso alla mia vita.
Le strappo e vorrei essere quella mosca gigante e immobile sul mio cuscino.
Invece sono dietro uno specchio e il mondo mi guarda al contrario.
Io di rimando osservo il mondo e dico:
Non mi interessa.
Non mi interessa né quello che dici né quello che pensi.
E nemmeno quello che potrai mai pensare nella vita, e decidere e fare.
Mi viene da ridere… quello che credi non ha senso!
Stasera di fianco a me non c’era nessuno.

La verità era che nessuno gli rivolgeva la parola. Nessuno voleva parlare con lui e nessuno lo faceva. Perché era pazzo. Era pazzo completamente, lui e quelle frasi farfugliate che non si stancava mai di far uscire dalla sua bocca di uomo quarantenne e solo. In ufficio, al bar, sul tram lui non smetteva mai di confabulare. E le persone che erano abituate a vederlo ormai non si facevano alcun problema a evitarlo, mentre quelle che non l’avevano mai visto si fermavano per un po’ e cercavano di entrare nella sua logica, ma quando capivano che logica proprio non c’era, si voltavano e se ne andavano impaurite e quasi in imbarazzo per aver ceduto ed ecceduto in pietà. Diventavano rossi e se ne andavano, nascondendosi agli occhi divertiti degli spettatori. Perché lui ce ne aveva per tutti. Cominciava piano, parlando quasi a bassa voce, e poi prendeva a urlare a squarciagola: «Non mi interessa! Fai ridere, è tutto inutile, non hai senso tu, non ho senso io, non ha senso nessuno, e questa vita e poi la morte e poi forse un’altra vita, quando saremo farfalle, petali di fiore o quegli insetti che mangiano la carne, virus di tumori che ci sbranano da dentro…» il terrore si dipingeva negli sguardi dei malcapitati, incoscienti e innocenti interlocutori. E tutti scappavano da lui e dalla sua diversità nascosta, dalla diversità che come un segreto custodiva e coccolava nel cervello. E nessuno pensava che potesse capitare a loro. Come quando alla tv si parla di omicidi, di uragani e di tempeste in mezzo al mare o di guerre. Nessuno in fondo si sentiva coinvolto. La pazzia e la guerra non sono qui, sono lontane, tanto lontane che non si sentono.

Nel quartiere dove viveva ovviamente lo conoscevano tutti e lo deridevano. E allora gli dicevano: «Dove te ne vai stasera? Stai attento che c’è il coprifuoco, che se non torni a casa in tempo ti uccidono!» e ridevano i ragazzini, ma talvolta anche gli adulti. E lui preoccupato correva a casa piangendo e gridando: «Aiuto, aiuto! Mi vengono a prendere, c’è la guerra, torna la guerra, scappate in casa, è tutto perso, tutto morto!».

Io invece un giorno l’ho ascoltato davvero. Ho dovuto farlo perché lo sognavo. Lo sognavo la notte, lo sognavo quando mi addormentavo durante il giorno per caso, sul divano. Ho dovuto ascoltarlo perché era diventato un tormento come un storia d’amore che non ti lascia in pace finché non ci inciampi e non ti fai male. Mi avevano detto che lavorava negli uffici amministrativi dell’università, non so esattamente che mansione svolgesse. L’ho aspettato – più pazzo di un pazzo – fuori dall’ufficio e guardandolo gli ho detto: «Ho bisogno di ascoltarti».

Lui ha riso e poi pianto e poi riso di nuovo e mi ha sbraitato addosso: «Che cosa vuoi ascoltare? Io non ho niente da dire! È tutto inutile qui, c’è stata la guerra, c’è la guerra, c’è il coprifuoco e dobbiamo tutti scappare e metterci ai ripari, anche se non servirà quando ci sganceranno delle bombe sulla testa! E poi cosa c’è da mettere in salvo? La nostra vita, la vita degli altri, delle persone che amiamo? Ma cosa amiamo? Forse l’idea di non essere soli… e allora portiamo in salvo la donna che abbiamo sposato giusto perché dovevamo sposarci e avere dei figli e non impazzire, non impazzire, non impazzire… essere qualcuno, avere la parvenza di qualcuno, montarci pezzettino per pezzettino una personalità che non esiste, giusto per non sentirci un nulla, per non perderci nell’aria, per non sparire tutte le volte che chiudiamo gli occhi!».

Lo guardai in silenzio e la vidi là dentro come non l’avevo mai vista, l’umanità più pura, la ragione più palese, la verità che tutti ci portiamo addosso e che non lasciamo mai defluire. E la verità è che lottiamo disperatamente per vivere quando dovremmo tutti volare via nel vento.

Eppure restiamo attaccati come degli aquiloni al proprio filo, come delle bandiere alla propria sbarra, altrimenti tuffandoci nel vuoto forse moriremmo, forse vivremmo finalmente, ma non siamo pronti a correre il rischio. Questo era quello che mi stava dicendo e io lo capii e non potei fare a meno di constatare che aveva ragione. Lo accompagnai a casa e nel frattempo lui si era calmato e non parlava più. Salimmo sull’autobus insieme in perfetto silenzio e solo qualche volta sotto voce mi sussurrava, ma forse non lo diceva davvero a me, che non aveva bisogno che lo accompagnassi a casa. Ma io non sapevo dove altro andare. Mi sarei tuffato nel vento e sarei forse sparito.

Quando aprii la porta di casa mia madre mi guardava dalla poltrona rossa e vecchia. «Mamma, ho parlato con quel pazzo» «Ancora, amore, avevi detto che non lo avresti fatto più, per molto tempo…» rimasi interdetto e mi venne da ridere: «Mamma, cosa stai dicendo?» Lei appoggiò lo sguardo sulle mani e scosse la testa. Aveva almeno nove anni in più di ieri. «Niente, tesoro, niente… ti ho lasciato la cena sul tavolo, io non ho fame». Aveva anche nove chili in meno. Mentre ero in cucina a mangiare da solo un piatto di pasta al sugo ghiacciata ripensavo a quell’uomo e a quello che mi aveva detto. Un moscone gigante ruotava intanto intorno alla luce, mi venne voglia di spegnerla e di stare al buio, con gli occhi chiusi a pensare alla morte, alla guerra: il mio telegiornale nel cervello.

«Sì, pronto, dottore, buonasera, scusi se la disturbo ma… mio figlio ha avuto ancora quell’allucinazione, sì, dice di parlare con quel pazzo… temo che ricomincerà a tirare fuori storie di insetti enormi e di coprifuoco e di lettere d’amore inesistenti. Ho già coperto tutti gli specchi, ma ora cosa devo fare? Sembrava migliorato…” mia madre piangeva al telefono e a me cominciava a piangere la testa. Cosa stava dicendo?

Non mi interessa.
Spengo la luce e mi concentro sul suono acuto della bomba che precipita.
Sembra una mosca gigante e nera.
E io vorrei solo leggere quelle lettere d’amore.
E dimenticare le membra deteriorate di quel corpo trovato morto al telegiornale.
E tutta la guerra, e la guerra, e la guerra, e la guerra…
Eppure non mi interessa.
Perché saremo farfalle, petali di fiore o quegli insetti che mangiano la carne.

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